Musulmani fake e minareti a caso

Stamattina il mio reader ha tirato fuori due interessanti titoli:

  1. Una gang di falsi musulmani
  2. Ecco dove hanno detto sì ai minareti

Dietro al primo c’è una storia assolutamente esilarante.

A Bruxelles gira un gruppo di malviventi, 5 donne e 2 uomini. Tutti indossano grosse tuniche piene di tasche per nascondere il bottino, e le donne portano un hijab per dare più credibilità al proprio travestimento “musulmano”.

I sette entrano nei negozi a scaglioni e iniziano a intascare la merce esposta mentre uno di loro, non “travestito” distrae il negoziante facendo acquisti al banco.

Se il commerciante si accorge del furto, una delle donne, per distrarlo e impedirgli di chiamare la polizia “si toglie i vestiti e si mostra in mutandine e reggiseno”.

Ma ora “due sospetti sono stati intercettati dalla polizia di Bruxelles-Capitale-Ixelles” grazie a Imad Zaki, il tenutario di una panetteria che afferma:

Ero convinto di essere  di fronte a dei musulmani, invece erano gitani (fonte)

Ah, cara vecchia Europa! Cosa saresti senza gli zingari?

Riguardo al secondo titolo le cose si fanno più serie perché quella che scopriremo essere una pseudonotizia faziosa fa il paio con quella che ho dato ieri riguardo ai muezzin di Gerusalemme.

Si tratta di una galleria fotografica de “Il Foglio”, da cui ci si aspetta tanto (fonte). Cosa vedremo? Ecco il testo che accompagna la galleria.

La Svizzera, con il 57,2 per cento dei voti, ha votato per la modifica della Costituzione e impedire che sul suo territorio vengano costruiti i minareti, considerati il simbolo della forza politica della religione islamica. Attualmente ce ne sono quattro. Ecco una carrellata di minareti in giro per il mondo, dall’oriente all’occidente, ospitati in paesi non a maggioranza islamica.

Quindi il titolo della galleria che, lo riscrivo, è Ecco chi ha detto sì ai minareti non ha assolutamente nulla a che vedere col contenuto della galleria stessa.

Ma facciamo lo stesso la carrellata e commentiamo:

1. moschea di Durban

Di chiaro stile indiano (1884). Espressione della radicatissima comunità indo-musulmana del Sudafrica, parte di quella comunità indiana del Natal, oggetto di razzismo, per i cui diritti civili si batteva anche Mohandas Karamchand Gandhi.

2. Moschee di Londra, Mosca, Parigi, Roma, Tokyo, Los Angeles, Caracas.

Moschee che si trovano in grandi città, quasi tutte capitali, dove presumibilmente vi è una copiosa presenza musulmana ma anche una importante rappresentanza diplomatica. Un esempio? Come disse l’ex-presidente venezuelano Carlos Andrés Pérez riguardo alla moschea di Caracas (1989): “la moschea non rappresenta soltanto la nostra completa libertà religiosa ma anche le eccellenti relazioni fra Venezuela e Arabia Saudita” (fonte) (fra l’altro a moschea di Caracas è stata saccheggiata ben 2 volte, l’ultima lo scorso marzo, come d’altronde la sinagoga. A Caracas i saccheggiatori non si fanno problemi di culto. Completa libertà religiosa).

3. Moschea di Victoria, Australia.

Questo è un falso. Victoria non è una città, è uno Stato australiano. Il simpatico collettore di fotografie di moschee l’ha presa da questa pagina qui, senza capire che cosa stava facendo.

4. Moschea di Nuova Delhi

La moschea di Nuova Delhi fu fondata da Shah Jahan, il quinto Moghul – quello del Taj Mahal per intenderci – nel 1650. E’ un grandissimo esempio di architettura indo-musulmana. Fu oggetto di un attentato nel 2006. Ricordo a tutti che sì, l’India è un paese “a maggioranza non musulmana” (ci sarebbe da spiegare meglio la situazione, ma lasciamo perdere). Ma è anche un paese dove i musulmani rappresentano il 13.4% di una popolazione che supera il miliardo e cento milioni di persone. I musulmani indiani sono ben più di 100.000 milioni. E sono lì da almeno un millennio.

5. Moschea di Wangen Bej Olten in Svizzera.

E’ la (piccola) moschea annessa al centro culturale turco di un piccolo comune del Canton Soletta.

Vi prego di comparare l’immagine usata da “Il Foglio”

con questa:

Considerazioni finali: Che tristezza. Che monnezza. Che ignoranza. Che malafede.

Questa roba non è degna di un giornale serio.