Guido Rampoldi e la storia araba

Oggi Guido Rampoldi su “Repubblica” firma un commento sulla rivolta egiziana.

Lo riassumo in  15 secondi: Mubarak quasi sicuramente non ce la farà ma tutti – nelle alte sfere – sperano che Mubarak ce la faccia, perché le alternative sono difficili. I giornalisti devono iniziare a studiare la situazione, altrimenti continuiamo a dire banalità o castronerie. L’Italia deve avere un ruolo perché sta proprio in mezzo al Mediterraneo, e con i paesi della sponda sud fa un sacco di affari.

Bene, tutto più o meno condivisibile, anche perché – dico la verità – la carne messa al fuoco  è poca.

Molto poca per uno che passa – fra l’altro – per “esperto di mondo islamico e Medio Oriente” (ma perché diventano tutti esperti di mondo islamico e Medio Oriente? Forse perché è il miglior modo di riciclarsi senza dare nell’occhio?).

Grosso dissenso invece sul titolo, che fa “La rivolta che cambia la storia araba”, e su qualche frasetta di “storia araba”. E’ vero che l’Egitto è un paese chiave, ma la rivolta è partita da Sidi Bouzid in Tunisia. Non è un dettaglio: se lo si elide l’analisi parte storta, non considerando ciò che ha significato dal punto di vista simbolico la rivolta di Sidi Bouzid e la rivoluzione tunisina: la possibilità di un popolo di ribellarsi contro un dittatore.

E poi bisogna smetterla, cari miei, di pensare alla Storia come a un gancio in mezzo al cielo (citando l’incontestabile Baglioni), una specie di ciambella di salvataggio nei casi in cui non si abbiano altri elementi di analisi. Se si dà per assodato che “dall’Ottocento l’Egitto è il laboratorio della storia araba”, si dà per scontato che qui stiamo parlando di “storia araba”, la qual cosa, visto ad esempio cosa succede in Albania, non è affatto scontata.

Possiamo per una volta smettere di ragionare su schematismi? Proprio adesso che iniziamo pian piano a capire quanto il conflitto di civiltà sia una bufala, vogliamo iniziare a “recintare” di nuovo usando la formula “storia araba”?

Possiamo invece pensare che il “motore della storia” – e non il postmoderno “conflitto di civiltà” – risieda ora proprio in Tunisia o in Egitto? E domani, magari, a Città del Messico?

La storia tout court, la Storia con la “esse”. Perché dire “storia araba” significa ancora una volta ingabbiare un evento in una categoria non necessariamente funzionante: l’esperto Rampoldi dovrebbe sapere – ad esempio – quanto abbia fallito il panarabismo politico, e quanto Mubarak sia espressione, insieme ad esempio alla Lega Araba, di questo fallimento. Certo, esiste un mondo arabo, ma che cos’è oggi il mondo arabo? Ce lo spiega Rampoldi?

Dire “storia araba” significa ragionare in termini che tengono sia loro che noi fuori dal quadro vero, che è il mondo intero.

Quanto a “noi”, per finire, sembra quasi che siamo intoccabili. E’ come se tutto quello che succede non dovesse coinvolgerci a un livello superiore a quello dei semplici osservatori, come se noi in qualche mondo potessimo sempre e comunque far andare le cose come vogliamo.

Cosa non vera.