Il Comitato per l’islam italiano, oltre a essere l’equivalente italiano e islamofobo di un muftì, sembra essere diventato, anche, una specie di carboneria.

Si riunisce il 3 marzo, presiedendo il Sottosegretario Alfredo Mantovano, senza alcun preavviso, e a porte chiuse.

Dieci giorni dopo secerne, senza alcun imbarazzo,  un testo sulle “Trasformazioni politiche in atto nel Nord Africa”.

Cioè pubblica un documento su un argomento che non gli pertiene.

Come se un campione di tuffi fosse chiamato a comporre la giuria in una gara di pattinaggio artistico.

Come se un arbitro di curling arbitrasse una partita di badminton.

Segue il testo, da me crudelmente glossato:

E’ stato chiesto al Comitato di esprimere valutazioni in merito alle vicende che nelle ultime settimane investono alcuni Paesi del Nord Africa, al fine di valutarne eventuali aspetti collegati alla presenza musulmana in Italia.

Niente di più inutile.

L’analisi ha riguardato la situazione dell’Egitto e della Tunisia; non si è spinta a quella della Libia, in considerazione della sua oggettiva complessità e della attuale scarsa decifrabilità.

Un parere informato, dunque. Mi complimento con voi.

Il dibattito, che si è sviluppato fra i componenti del Comitato, ha posto in evidenza come le crisi che hanno interessato i territori del Maghreb e del Nord Africa, pure tra loro assai diversi, condividono elementi di rilievo: la sostanziale fragilità strutturale dei precedenti regimi autoritari, solo apparentemente stabili, e la spontaneità della rivolta popolare, animata da gruppi privi di coordinamento e non necessariamente uniti dalla medesima ideologia. Il tutto in un quadro che vede movimento nell’intera area mediorientale, inclusi il Kuwait, il Bahrein, lo Yemen, la Giordania, l’Oman.

Bene, grazie, non lo sapevamo

La ribellione, sia in Egitto che in Tunisia, non ha avuto basi religiose né di
estremismo (non sono state bruciate bandiere USA o di Israele), ma ha trovato fondamento nel profondo disagio economico, aggravato dalla diffusa corruzione e dall’autoritarismo, che hanno impedito la crescita sociale.

Quindi il vostro parere, seppure vale qualcosa, non doveva essere manifesto.

Si è trattato, e si tratta, di una mobilitazione con una forte componente generazionale, riflesso dell’assenza di una vera middle class. In particolare, in Egitto i movimenti di protesta popolare hanno tratto origine dal diffuso e grave stato di povertà e dal basso tasso di sviluppo economico. Anche le cospicue entrate derivanti dal turismo, primaria voce attiva del bilancio, non sono state reinvestite per favorire la crescita interna ma, in larga parte, hanno preso la via dell’estero.

E ci voleva il Comitato per dirci questa cosa

La maggioranza dei giovani che fanno i camerieri a Sharm-el-Sheik non hanno “studiato” da camerieri, ma sono allievi i varie scuole di specializzazione tecnica (anche quelle dei Salesiani), rispetto alle quali oggi lo sbocco occupazionale “naturale” non consente di porre le basi per un futuro dignitoso.

Ma davvero?

Nel prossimo futuro è confermata una forte espansione demografica,

Confermato? Lo accendiamo?

che in pochi anni – in assenza di un miglioramento della qualità della vita, sostenuto da un riordino istituzionale – determinerà una ancora più forte spinta migratoria verso l’Europa: se mantiene l’attuale tasso di crescita, l’Egitto è destinato a passare in 25 anni dagli attuali 82 milioni di abitanti a 150 milioni, costituendo così una autentica bomba demografica.

Bene, grazie, non lo sapevamo

Non può inoltre escludersi che, profittando del caos organizzativo nel quale versa il Paese, gruppi fondamentalisti particolarmente strutturati trasformino l’odierna rivoluzione politica in rivoluzione religiosa.

Ovvero: qualcosa di “islamico” lo dobbiamo pur rappresentare. Bene, vediamo, Jihad islamica? Gamaa al-islamiya? Qualche strano neo-salafita?

Tutto ciò avrebbe riflessi anche nelle realtà che, al di fuori dell’Egitto, mantengono stretti collegamenti con i Fratelli Musulmani; se costoro consolidassero la loro presenza nel nuovo Parlamento egiziano e esprimessero dei rappresentanti in un nuovo Governo, potrebbe aumentare l’ipotizzato sostegno (anche nelle forme di legittimi
finanziamenti) a gruppi analoghi operanti in Europa (per esempio l’UCOII in Italia) che spingerebbero per qualificarsi come interlocutori politici. Si pensi all’influenza che potrebbe avere anche fuori dai confini egiziani un esponente dei Fratelli che rivestisse nel nuovo Esecutivo l’incarico di ministro dell’Educazione.

E quindi i gruppi fondamentalisti islamici sarebbero i Fratelli Musulmani?

E quelli davvero pericolosi?

Che tristezza: in nome di una ridicola zuffa per accaparrarsi un micropotere italiano (tante varie siglette italo-islamiche filo-governative contro l’UCOII) si tralascia di trattare l’unica parte davvero attenzionabile dell’islam politico egiziano.

Anche in Tunisia il motore della rivolta è stato il malessere delle più giovani
generazioni, schiacciate dal peso di una grave depressione economica e di un regime fortemente repressivo e poliziesco.

Informo il Comitato che dovevano iniziare dalla Tunisia, perché è lì che tutto è iniziato.

Privati di ogni prospettiva di vita, giovani maschi hanno lottato per ottenere il riconoscimento di fondamentali diritti umani;

Giovani maschi? Ma scusate, di che cosa c#^^P state parlando?

la parola chiave in questi giorni, più che “pane”, è stata “dignità”. L’obiettivo è stato soprattutto quello di superare una fase in cui ogni dichiarazione faceva correre il rischio di doverla giustificare davanti alla polizia; “non voglio più un coperchio sopra la testa”, sembrano aver detto tanti giovani tunisini. E se da noi qualcuno ha evocato l’analogia con i moti europei del 1848, va detto che il quadro è del tutto diverso: l’obiettivo della rivolta non è la costituzione di uno Stato nazionale, che già c’è, ma la
possibilità di costruire una vita libera e dignitosa al suo interno. Probabilmente non è un caso se, in concomitanza con i moti di piazza tunisini, giovani connazionali emigrati in Francia – generalmente istruiti, professionalmente qualificati, desiderosi di tornare nella loro terra – abbiano dato vita a un’associazione denominata “Il Cittadino”.

Più che “letteratura d’accatto” questa non è.

Dal punto di vista religioso, i tunisini nella fascia fra i 18 e i 27 anni vivono un Islam non politicizzato e sono tendenzialmente “laici”, a testimonianza di una tendenza alla “de islamizzazione” (da intendere nel senso di normalizzazione dei partiti religiosi), di cui si colgono segnali plurimi; docenti dell’Università tunisina della Manouba segnalano, tuttavia, un aumentare del pericolo islamista e denunciano il fatto che moschee tunisine, un tempo controllate dal governo di Ben Ali, ora sono già in mano ai Fratelli musulmani.

Uh, che paura.

A fronte del condivisibile auspicio, manifestato anche in un recente documento dei Ministri dell’Interno delle Nazioni europee che affacciano nel Mediterraneo, che in Egitto e in Tunisia prevalgano forze democratiche, pur radicate in una cultura nazionale connotata dalla religione islamica, il Comitato ha osservato che la difficoltà a condividere il concetto stesso di democrazia, e la mancanza di una classe dirigente capace di delineare strategie per la ristabilizzazione, fanno reputare una simile prospettiva tutt’altro che facile da raggiungere.

Ah sì? Davvero? E in base a quale ç@TS0 di ragione? Almeno una, please, tiratene fuori almeno una.

Perché quello che vedo io è tutta un’altra cosa.

Quello che vedono decine e decine di osservatori, analisti, esperti NON BUFFONI PARRUCCATI O RICICLATI è tutt’altro!

Mi dite quanti nuovi partiti sono nati in Tunisia dal 14 gennaio a oggi?

Mi parlate del ruolo dei sindacati nella rivoluzione egiziana?

Mi date perfavore UNO STRACCIO DI PROVA che quello che dite HA ANCHE UN VAGO SENSO?

Sia per l’Egitto che per la Tunisia (e in qualche misura anche per la Libia)

Di cui però non parlavate, quindi cassatevi, tagliatevi please.

gli scenari prevedibili potrebbero essere: a) il “modello Gattopardo”; si cambia tutto (qualcosa) per non cambiare nulla se non la guida (un autocrate, o un gruppo di autocrati) al posto di chi c’era prima, con la riproposizione di modelli autocratici sostanzialmente analoghi ai vecchi regimi;

Dalla qual cosa si capisce che davvero non ne sapete un’emerito niente di ciò che sta succedendo.

E l’abolizione della polizia segreta in Tunisia?

E l’attacco ai palazzi della polizia segreta in Egitto?

b) la difficile affermazione di un Islam politico, sul modello della Turchia, oppure sul modello dei Fratelli Musulmani, la cui evoluzione è peraltro tutta da decifrare;

In altre parole: l’unica cosa che FORSE dovevamo in quanto Comitato saper decifrare noi NON LA DECIFRIAMO

c) l’insediamento di tecnocrati, come Mohammed El-Baradei, che si qualificano capaci di gestire l’assetto economico, e soprattutto finanziario, ma non detto che siano così agganciati alla realtà di quelle Nazioni;

Giudizio non pervenuto. Se mi fate almeno un altro esempio magari capisco. Altrimenti state parlando solo e unicamente di el-Baradei che fra l’altro, sinceramente, non considererei un tecnocrate “puro”. Inoltre non tenete conto di un piccolo dettaglio: questi “insediamenti” di cui parlate avverranno tramite ELEZIONI.

ELEZIONI, ripeto.

A meno ché non vi siano colpi di Stato che le impediscano, cosa che VOI non considerate.

d) la crescita di forze democratiche, sulla spinta dell’amministrazione USA, tutte da individuare.

Cioè: da soli proprio questi qua non ce la possono fare.

E ve lo diciamo noi, che come abbiamo dimostrato pocanzi, siamo delle vere e proprie autorità in questo campo.

Mica siamo razzisti, noi. Nonnò.

Al momento vi è solo una situazione di confusione e di incertezza, che
determina una forte spinta all’emigrazione; ed è fuori di dubbio che quando c’è immigrazione senza controllo c’è spazio per le infiltrazioni da parte di criminali e di terroristi.

Ah, ho capito dove volevate arrivare… la spintarella a Maroni e ai suoi businnes center nel sud Italia dove lucrare sui naufraghi mentre i suoi elettori marciscono nell’odio che egli stesso fomenta.

Da questo punto di vista, sarebbe interessante confrontarsi con le
valutazioni dei nostri Servizi relative alla consistenza e alla qualità di una certa presenza, che viene segnalata, di Al-Qaeda nel Maghreb.

Che NON agisce in Egitto né in Tunisia bensì, al limite, in Algeria (e comunque se aspettiamo i servizi cari miei…).

È interessante, in quest’ottica, osservare la trasformazione iconografica della madre del giovane tunisino, dal cui suicidio è partita la rivolta: man mano che trascorrevano i giorni, è stata mediaticamente configurata sempre di più come la figura della mamma di uno shaHid, mentre originariamente non era così.

Originariamente non era così? Ma di che cosa state parlando? La madre di Mohammed Bouazizi è sempre stata la madre di uno shahid, di un martire.

Bisogna vedere di cosa Mohammed sia martire.

Della libertà? Della democrazia? Della patria? Queste sono le uniche tre opzioni, decidete voi se usarne una, due o tre insieme.

A completamento del quadro, è stata sottolinea la mancanza di adeguata e tempestiva reazione da parte delle organizzazioni internazionali e comunitarie. Ciò tuttavia, a parere del Comitato, apre all’Italia spazi d’intervento per iniziative lungimiranti, rese possibili e favorite dalle buone relazioni che storicamente l’Italia trattiene con tutti i Paesi del bacino del Mediterraneo. L’Italia potrebbe esercitare un ruolo di vicinanza e
di sostegno, promuovendo iniziative in loco capaci di contenere il fenomeno migratorio, favorire il riassetto politico e la ripresa economica mediante la creazione di opportunità di sviluppo. In questa prospettiva, il Comitato ha rilevato l’insufficienza e l’inadeguatezza di far coincidere tale auspicata vicinanza con iniziative dai contenuti prettamente umanitari; esse appaiono d’indubbia efficacia nell’immediato ma inutili a lungo termine, se non accompagnate da interventi strutturati di institutional building finalizzati.

Comprate il pacchetto Maroni, insomma, che un po’ di soldi li spilliamo anche all’Europa.

La rinascita delle aree del Nord Africa passa attraverso l’affermazione di un Islam moderato e l’adozione di iniziative capaci d’impedire ai movimenti islamici estremisti di profittare della “destatalizzazione delle Moschee” per conferire all’Islam un’impronta ultrafondamentalista.

E alé.

In tale ottica, le iniziative che l’Italia potrebbe adottare dovrebbero consistere: – nel fornire un supporto tecnico nella elaborazione delle Carte fondamentali delle quali questi Paesi andranno a dotarsi. Il contributo dei giuristi italiani andrebbe in continuità con una secolare tradizione di studi, che ha guadagnato alla cultura giuridica italiana sincero apprezzamento da parte degli studiosi egiziani e tunisini. La prossimità di elezioni dalle quali dovrebbero venir fuori i Parlamenti che scrivono le nuove Costituzioni fa cercare dei modelli di riferimento soprattutto per quanto riguarda i rapporti tra Stato e religioni. Il modello di “laicità” italiana, che concilia
l’autonomia dello Stato con la visibilità pubblica delle esperienze religiose può, infatti, meglio di altre tradizioni (si pensi ad esempio alla laïcité francese) costituire un importante punto di riflessione e di riferimento. Né vanno trascurati i legami culturali che l’Italia ha avuto, certamente fino agli anni 60 del XX secolo, sia con l’Egitto (basti pensare all’interscambio tra le nostre Università e un centro come Alessandria) sia con la Tunisia (per gli aspetti legati alla codificazione) sia con la Libia. A questo fine, anche in connessione con ricerche già condotte da istituzioni universitarie della nostra Nazione, si suggerisce l’istituzione di un Centro diritto e religione nello spazio mediterraneo, quale luogo di dibattito e riflessione per le
politiche in materia religiosa del bacino mediterraneo. Il Centro potrebbe favorire la riflessione già in atto in tutti i paesi dell’area, offrendo occasione di scambio e di dialogo, consentendo all’Italia un ruolo leader in materia.

Questa è farina del sacco di uno dei rari esperti che si aggirano viscosamente per il Comitato. Tiro a indovinare: Giammaria Piccinelli.

– nell’adozione di un complesso di iniziative culturali tese alla formazione di una nuova classe dirigente. A questo proposito il Comitato ha offerto la propria disponibilità a promuovere collaborazioni con il Ministero degli Esteri, che dispone dei fondi per la cooperazione, e con il Ministero dell’Università e della Ricerca; in ogni caso, auspica la presenza di conoscitori della cultura araba e dei rapporti tra stati e religioni all’interno delle nostre ambasciate e presso le stesse amministrazioni centrali;

Reclame.

– nella predisposizione/promozione di un piano di aiuti, sul modello del “piano Marshall”, focalizzato sullo sviluppo del turismo e sul migliore sfruttamento delle risorse idriche; si tratta di ipotizzare interventi di carattere non caritativo, bensì strutturale, teso a far sì che alla ricostruzione materiale si accompagni quella politica.

Spot per Maroni

Sul fronte interno, il Comitato raccomanda iniziative idonee a contrastare la diffusione di posizioni fondamentaliste, in un momento in cui l’impatto migratorio ha determinato un sensibile aumento di presenze islamiche. In questo senso, è essenziale sostenere la formazione di imam qualificati, che abbiano, cioè, seguito un iter formativo che preveda corsi, anche civici, organizzati con il coordinamento del Ministero dell’Interno e del Ministero dell’Università e della Ricerca, con le Università e con le associazioni del mondo islamico che corrispondano a requisiti minimi, primo fra tutti l’intangibilità della vita di ogni essere umano e la tutela delle libertà fondamentali. Ciò sarà oggetto di un prossimo specifico approfondimento da parte del Comitato: un appropriato percorso di qualificazione professionale degli imam, oltre ad elevare il livello di garanzia, varrebbe a contenere l’emergente fenomeno degli “imam fai da te”, dietro il quale spesso si celano elementiappartenenti a frange estremiste. A conclusione del percorso di formazione sarebbe appropriato poter procedere al riconoscimento dell’imam come Ministro di Culto. Ai fini dell’attribuzione di tale qualifica, sulla base della vigente normativa, infatti, si renderebbe possibile l’esercizio di un maggiore controllo sulle caratteristiche soggettive degli imam, al fine di favorire una formazione più rispondente alla realtà di insediamento. Infine, in considerazione dell’impatto migratorio che l’Italia sta vivendo in questi giorni, nell’ambito del Comitato, è stata prospettata la possibilità di accedere a finanziamenti di fondi europei, di privati e, pur con la necessaria cautela, di “fondi sociali arabi” a sostegno delle iniziative per l’integrazione degli islamici
cittadini provenienti da paesi a maggioranza islamica che giungono in Italia.

Tema di pertinenza del Comitato ma di nessuna pertinenza rispetto al titolo.

E anche uno spot al gruppetto di “amici di Sbai” che con ‘sta monnezza degli imam di Stato accontenterebbe i suoi amici in Italia e in Marocco.

Voto sul testo: 2 pieno

Giudizio sull’operazione: una vergogna.

Dimettetevi, evaporate, fate qualcosa in autodissolvenza, perfavore: siete penosi.

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Il Comitato per l'islam italiano, oltre a essere l'equivalente italiano e islamofobo di un muftì, sembra essere diventato, anche, una specie di carboneria. Si riunisce il 3 marzo, presiedendo il Sottosegretario Alfredo Mantovano, senza alcun preavviso, e a porte chiuse. Dieci giorni dopo secerne, senza alcun imbarazzo,  un testo sulle 'Trasformazioni...