Le analisi sulla Siria erano e sono contrastanti.

Sulle prime, quando ancora tutti immaginavano che quello che vedevi su Facebook dovesse essere vero, si pensava che la Siria si sarebbe messa in coda di Tunisia, Giordania, Egitto.

Il primo “lancio” del “giorno della rabbia” era per il 4 e/o 5 febbraio, date che rimandavano al massacro dei Fratelli Musulmani a Hama del febbraio 1982.

La “cosa” non avvenne, o quasi. Qualche giorno prima giunse la notizia che i giornalisti di al-Jazeera erano stati minacciati: non dovevano coprire gli eventi.

Non si capiva bene se era stato un flop vero e proprio, se c’era stata una messa in scena di gruppuscoli di wannabe.

Poi Bashar al-Asad, il Presidente figlio di Presidente e autocrate tirannico del paese, si concesse al New York Times.

Disse, seguendo scrupolosamente il Manuale del Tiranno 0.1, che la Siria non era l’Egitto né la Tunisia. Che avrebbe fatto riforme, che “gli occidentali” non capivano, che la democrazia deve partire dalla società e che lui avrebbe aperto la porta alla società.

Qualche giorno dopo la Siria tolse i filtri a internet mentre, parallelamente, metteva in prigione qualche oppositore.

Nell’analisi che ospitai su questo blog si pensava che la cosa sarebbe più o meno finita lì, o che comunque sarebbe avvenuto qualcosa di morbido.

Chi è stato in Siria lo sa. Non si parla di politica, laggiù. Probabilmente per paura, dicono alcuni, probabilmente perché il gioco non vale la candela: la repressione è forte.

I miei ricordi rimontano al lontano 1991, c’era ancora Hafez, il padre di Bashshar.

Un ragazzo, faccia coperta, una volta di notte mi diede un volantino antigovernativo, nel suq al-Hamidiyye di Damasco.

Nel mio quartiere c’era la spia-contrabbandiere-col-libano. Lo conoscevano tutti e faceva il bello e il cattivo tempo, oltre che controllare me e tutti gli altri stranieri.

Quando andavo a scuola chiudevano le porte a chiave e una guardia col fucile si metteva li davanti a controllare che non uscisse nessuno.

A scuola non si poteva fare un assenza più lunga di 3 giorni.

Per prendere la “residenza” in Siria ci misi 15 giorni.

Entrare nel Ministero dell’interno siriano era più o meno come entrare in un romanzo di Kafka.

Quando volli uscire dal paese scoprirono che non ero andato a far timbrare il passaporto in polizia dopo 40 giorni di permanenza.

Mi tennero in guardina per 1 giorno e poi mi spedirono al Ministero per fornire spiegazioni.

Ci misi una settimana a spiegare che non ero una spia.

Alla fine capirono e mi mandarono via.

Tutto molto morbido, nessuno mi torse un capello.

Torniamo al 15 marzo 2011 quando riprendono le manifestazioni.

Gli approvatori della rivoluzione siriana su FB si sono moltiplicati. Le manifestazioni montano.

Il botto avviene in una città periferica del sud, Dara`a, e l’analisi di Lorenzo Trombetta su Limes spiega perché il botto avviene proprio lì.

Perché la Siria ha un anello debole: l’economia agricola, con la crescente mancanza d’acqua, non è stata adeguatamente sostenuta. E questo, assommandosi alla rapacità di alcuni, ha generato nell’area un forte malcontento popolare.

Cause economiche, dunque, a cui si assommano le ormai “tradizionali” richieste di chiuderla con la corruzione, di aprire gli spazi della politica.

Fin qui le considerazioni generali, in breve, riguardo alla situazione interna.

Qui c’è una mappa della “rivoluzione siriana” molto aggiornata.

Attendiamo il discorso di Bashshar e vedremo se servirà a qualcosa. Non so dire, sul serio, come andrà a finire, ma visti gli effetti che altri discorsi “al popolo” hanno avuto, non credo che l’evento cambierà qualcosa, se non nella direzione opposta a quella che il dittatore si aspetta.

Aggiungo solo che la Siria, sebbene sia ufficialmente un paese socialista, ha visto al suo interno svilupparsi quelle dinamiche politiche-economiche di “matrimonio” fra politica ed economia neoliberista cui assistiamo in tutto il mondo.

Lo spiega bene questo lungo articolo di Bassam Haddad datato, si noti bene, 24 novembre 2010 (è in 3 parti, seguite i link, sempre che leggiate in inglese).

Ma veniamo allo scenario internazionale perché, come insegnano anche gli eventi in Libia, la variabile geopolitica e macroeconomica è determinante.

Non la tiriamo in lungo: la Siria sta con l’Iran. Ha un ruolo cruciale in Libano. Recentemente ha aperto i suoi porti alla marina iraniana, da decenni protegge e finanzia diversi gruppi che in Libano e in Palestina si oppongono a Israele.

Nella sua ottica, ovvero nell’ottica di un paese in guerra con Israele.

Sebbene quel simpaticissimo burlone di Giulio Tremonti ci dica, di domenica pomeriggio, che la NATO non andrebbe in Siria perché in Siria non c’è il petrolio, la realtà è che la Siria non è un paese dove la NATO possa andare senza che vi sia un’immediata rappresaglia iraniana (inoltre, sebbene in Siria non ci sia petrolio,  per la Siria potrebbero passare vantaggiosissimi oleodotti [grazie Paolo e Antonello per la segnalazione] la qual cosa farebbe gola a molti).

E come forse non tutti sanno, la prima cosa che farebbe l’Iran a titolo di rappresaglia, è la chiusura del Golfo Persico (o Golfo Arabo se abiti nei paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo).

Magari non riuscirebbe a bloccare il Golfo per molto, ma insomma diciamo che l’economia mondiale potrebbe nel frattempo crollare di qualche puntarello, con terribili conseguenze soprattutto per chi sta peggio e spiacevoli conseguenze per chi sta meglio.

E poi inizierebbe una guerra dei 30 anni, per la gioa di adulti e piccini.

Capite bene che ‘sta cosa non si può fare e che la soluzione, se c’è, è da trovarsi altrove.

Ma non so quale possa essere e sinceramente temo che in Siria sia iniziata una nuova stagione di massacri.

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Le analisi sulla Siria erano e sono contrastanti. Sulle prime, quando ancora tutti immaginavano che quello che vedevi su Facebook dovesse essere vero, si pensava che la Siria si sarebbe messa in coda di Tunisia, Giordania, Egitto. Il primo 'lancio' del 'giorno della rabbia' era per il 4 e/o 5 febbraio,...