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Il Bacino del Nilo e Gibe III: Salini piange e speriamo non smetta più di farlo

2011-05-25
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Conoscete Gibe III?

E’ il progetto, già in stato di avanzamento, per la costruzione di una gigantesca diga sul fiume Omo, in Etiopia, assegnato dal Governo etiope alla Salini, un’azienda italiana.

Si chiama Gibe III perché c’è stato un Gibe I e anche un Gibe II.

Il Sole24ore qualche tempo la buttava giù così:

Salini alla conquista del Nilo

Nuovo successo del made in Italy. Il gruppo Salini costruttori conquista in Etiopia il più importante contratto della sua storia e uno dei maggiori mai siglati dall’industria italiana all’estero: 3,35 miliardi di euro per la realizzazione di un mega impianto idroelettrico sul Nilo azzurro, circa 700 chilometri a nord ovest di Addis Abeba.

A differenza di Copenhagen, dove Salini si è aggiudicata nel novembre scorso la commessa per la nuova metropolitana in consorzio con altre imprese, nel caso della grande diga sul Nilo azzurro, denominata Millennium, a Salini va il 100% dell’appalto. Il contratto tra la società italiana e l’ente elettrico etiope è stato annunciato, ieri, nel corso di una conferenza stampa ad Addis Abeba. La posa della prima pietra è prevista per sabato 2 aprile. I lavori saranno completati nell’arco dei prossimi sei anni.

La diga in Etiopia. «È la più grande commessa assegnata a un’impresa italiana di costruzioni» spiega al Sole 24 Ore l’amministratore delegato del gruppo, Pietro Salini. «L’ordine per la diga in Etiopia – prosegue l’imprenditore – è il coronamento di un grande sforzo sul piano tecnico e ingegneristico e conferma la leadership di Salini tra i player mondiali delle costruzioni irdoelettriche». A titolo di paragone: tra le grandi commesse assegnate in anni recenti il Ponte sullo Stretto di Messina (2005) fu appaltato per un valore di 3,88 miliardi di euro; l’intervento sul canale di Panama (2010) per 5,25 miliardi di dollari, pari a 3,75 miliardi di euro, è invece di competenza italiana per una quota del 40% circa. L’imprenditore romano sottolinea l’importanza del successo in Etiopia per l’immagine e la promozione del made in Italy nel mondo. «Questi impianti li vinciamo – spiega Salini – perché siamo competitivi sul piano delle idee. Il progetto per la maxidiga sul Nilo azzurro, al pari di molti altri che stiamo realizzando in giro per il mondo, è originato da noi, è un’invenzione del gruppo Salini sul piano tecnico e progettuale. Sono idee che contribuiscono all’evoluzione dell’intero settore delle costruzioni e dell’impiantistica».

Il Governo etiopico, tramite la Ethiopian Electric Power Corporation, è il committente del progetto idroelettrico Millennium, costituito da una centrale progettata per una potenza installata di 5.250 MW e per una produzione di 15mila GigaWH/anno. Le prime unità saranno in funzione già dal settembre 2014. L’impianto aumenterà la potenza idroelettrica disponibile in Etiopia fino a 10mila MW entro il 2017. «Si tratta – spiega Salini – di un impianto di potenza pari a quella di sei centrali nucleari di medie dimensioni, la cui produzione annua, riferita al prezzo di 5 centesimi di euro per KWh (prezzo applicato in Africa contro i 41 cents delle rinnovabili europee), ammonterà a 770 milioni/anno. Se l’energia fosse venduta in Europa il costo del mega impianto si ammortizzerebbe in un solo anno».

L’opera sarà realizzata secondo il metodo fast track implementation, messo a punto da Salini per la costruzione di grandi impianti idroelettrici chiavi in mano. Il metodo permette un drastico abbattimento dei tempi di realizzazione delle opere. L’impianto idroelettrico inizia così a generare benefici e introiti molto prima che tramite l’organizzazione tradizionale, con un più rapido ritorno dell’investimento economico … (fonte)

Da parte loro quelli della Salini dicono :

Salini Costruttori opera in tutto il mondo, realizzando interamente grandi opere come

  • impianti idroelettrici,
  • dighe,
  • strade,
  • autostrade,
  • ponti,
  • reti metropolitane,
  • aeroporti,
  • edifici industriali e civili di ogni tipo e dimensione

con l’utilizzo di tecniche costruttive ed ingegneristiche d’avanguardia.

Oltre l’80 per cento del fatturato proviene da attività estere.

Le grandi opere costruite da Salini hanno portata e utilità tali da rivelarsi spesso veri e propri “motori di sviluppo” economico e sociale per le comunità interessate (fonte).

Un trionfo, insomma, ‘sta Gibe III?

No, per niente. Ma proprio no.

E’ una catastrofe, una calamità.

Vediamo prima di tutto cosa è successo a Gibe II, alla cui inaugurazione c’era il nostro Franco Frattini, e cosa comporta Gibe III:

Gibe II: crollo alla mega diga italiana in Etiopia

A cura di Andrea Cocco • 9 Febbraio 2010

Era stata inaugurata da appena dieci giorni e doveva essere uno dei fiori all?occhiello dell?aiuto allo sviluppo italiano. La scorsa settimana pero’ un tunnel della mega diga Gibe II, costruita in Etiopia e finanziata con 220 milioni di euro dal Ministero degli esteri, e’ crollato costringendo le autorita’ a chiudere immediatamente l’impianto. In passato il progetto era stato fortemente criticato non solo per la mancanza di adeguate valutazioni geologiche e di impatto ambientale ma anche per i sospetti di corruzione nell?affidamento delle opere alla ditta italiana Salini srl. I lavori, denuncia l’organizzazione Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, sono iniziati senza che fosse consegnato alcuno studio di fattibilita’ e senza i necessari permessi ambientali. L’opera, costata 375 milioni di euro e finanziata in parte anche dalla Banca europei per gli investimenti, e’ stata per di piu’ affidata alla Salini senza che venisse indetta alcuna gara d’appalto e in violazione delle norme europee sulla cooperazione.

Dopo dieci giorni di attivita’ la diga, che originariamente avrebbe dovuto essere completata nel 2007, e’ di nuovo ferma e potrebbero essere necessari diversi mesi per riparare il danno al tunnel di 27 chilometri che costituiva una delle opere piu’ ingegneristiche del progetto. A pagare le riparazioni dovrebbe essere la Salini, ma non si esclude che una parte dei soldi venga versata dallo stesso governo etiope. L’Etiopia e’ del resto legata anche ad un altro progetto con la cooperazione italiana: la mega diga Gibe III.

Affidato anche in questo caso alla Salini senza gara d’appalto e senza previa valutazione di impatto ambientale, la nuova opera ha un costo previsto di 2,6 miliardi di euro, ma la sua realizzazione potrebbe avere impatti ancora piu’ astanti di Gibe II. “Se completata”, ricorda la Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, “la diga devastera’ delicati ecosistemi della Valle del fiume Omo e del lago Turkana in Kenya, provocando gravi danni ai circa 500 mila contadini, allevatori e pescatori che vivono nell’area”. (fonte)

Gibe III è un mostro che produrrà energia elettrica che gli etiopi non useranno: verrà esportata.

E’ una roba che Valerio definirebbe il male, contro cui si battono alcune fra le più meritorie organizzazioni che conosca (qui e qui) e che ha rischiato e rischia di scatenare un inferno in tutta l’area.

Il Nilo infatti è di vitale importanza per il gruppo di paesi che vivono grazie alle sue acque.

E in zona c’è da un bel po’ una guerra dell’acqua. Dagli esiti incerti, visti anche i cambiamenti geopolitici in atto (qui c’è una raccolta di articoli in merito).

Il Sole24ore, quindi, prima di fare lo spot alla Salini ci poteva pensare un po’. Poteva scherzare un po’ di meno sul concetto di “conquista del Nilo”.

Ma va bene, ormai la cosa è andata, si spera: le ultime notizie di raccontano – e meno male – di uno showdown in corso.

L’ultimissima è che:

  1. Frattini va in Etiopia a parlare di infrastrutture et alia;
  2. Si viene a sapere che il Ministero degli esteri italiano non darà prestiti al governo etiope per Gibe III.

Ecco la notizia, riportata “con soddisfazione” da “Campagna per la Riforma della Banca Mondiale”:

Roma, 24 maggio 2011 – La CRBM accoglie con soddisfazione la notizia che il nostro ministero degli Esteri non concederà alcun prestito al governo etiope per la realizzazione della controversa diga di Gibe III, sul fiume Omo. La nostra cooperazione, quindi, non staccherà il previsto assegno di 250 milioni di euro, a copertura parziale del miliardo e mezzo necessario per far sorgere lo sbarramento.

La comunicazione formale ricevuta dalla CRBM da parte delle autorità ministeriali afferma infatti che “…in ogni caso la procedura di concessione del credito d’aiuto di cui in oggetto si è interrotta. Il Governo etiope ha infatti rinunciato a dare ulteriore seguito alla richiesta di finanziamento a credito d’aiuto del progetto idroelettrico in esame”.

La Farnesina è solo l’ultima delle entità che rinunciano a partecipare al progetto, attualmente in fase di realizzazione e che vede il coinvolgimento dell’impresa italiana Salini. Nei mesi scorsi già la Banca Mondiale, la Banca Europea per gli Investimenti e la Banca Africana di Sviluppo avevano deciso di non finanziare il mega impianto idroelettrico.

Sebbene queste istituzioni non abbiano espressamente indicato le nefaste conseguenze del progetto come motivazioni del loro mancato aiuto, è più che probabile che proprio gli impatti socio-ambientali siano alla base della loro decisione.

Qualora completata, infatti, la diga di Gibe III devasterebbe l’ecosistema della valle dell’Omo e del lago Turkana, in Kenya, mettendo a rischio la sicurezza alimentare di non meno di 500mila persone.

“Crediamo che questo sia un importante risultato della campagna internazionale che abbiamo condotto insieme a International Rivers e Survival International e che ha visto l’adesione e il sostegno di centinaia di ONG e associazioni in tutto il mondo” ha commentato Caterina Amicucci della CBM. “Non è possibile – ha continuato la Amicucci – consentire che i soldi dell’aiuto pubblico allo sviluppo vengano utilizzati per sostenere progetti che affamano e minacciano di cancellare l’esistenza di comunità locali che non si uniformano al modello di sviluppo dominante. La cooperazione deve essere un’altra cosa, ci auguriamo che questa vicenda serva a ricordarlo anche in futuro” ha concluso la Amicucci (fonte).

[a Teo e 8a]

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4 Responses to Il Bacino del Nilo e Gibe III: Salini piange e speriamo non smetta più di farlo

  1. Valerio Peverelli on 2011-05-25 at 14:37

    Il “male!”, più o meno, anche se una primaria esigenza per lo sviluppo dell’Africa, dopo il micro credito e la lotta alla corruzione, è proprio l’energia elettrica.

    Il problema, al di là di questo caso specifico (che comunque corrisponde al modello)i, è che si propongono quasi solo mega progetti, ad alto impatto ambientale, a media resa, con importanti ricadute negative nell’economia tradizionale locale e che richiedono lo sgombero di enormi masse umane.

    Questo anche in altri paesi in via di sviluppo, si pensi a “il male!” generato dalla diga sulla gola dei 5 picchi in Cina (una delle località più belle e culturalmente importanti della Cina, un po’ come se noi distruggessimo le Dolomiti… il che potrebbe anche succedere, una bella centrale nucleare sul lago di Misurina? perché no?).

    Questo, ovviamente, senza considerare che questi mega-progetti in genere servono a muovere enormi capitali, raccimolati tramite crediti capestro alle economie in via di sviluppo e riportati nelle economie industrializzate tramite aziende come la Salini (che, evidentemente, le dighe nemmeno le costruisce bene).

    Poche nazioni in via di sviluppo stanno investendo in micro porgetti, piccole dighe idroelettriche, centrali solari, parchi eolici (uno dei pochi è l’Iran), geotermico, carbone “pulito”.

    Il dramma è che spesso queste mega dighe (si pensi ad Assuan) dopo pochi decenni diventano meno produttive, ripagando male l’enorme investimento fatto, sopratutto se si controlla il rapporto costi-benefici (ovvero la diga di Assuam ha eliminato le piene rovinose del Nilo, e, momentaneamente, risolto i problemi di elettricità, ma al contempo ha fatto precipitare la pescosità del fiume, eliminato il limo fertile, aumentato il rischio di salinizzazione dei terreni ecc. ecc.).

    Con 3,35 miliardi di Euro l’Etiopia avrebbe potuto portare l’energia solare in migliaia di villaggi.
    é vero che, per ora, il solare non è la soluzione “definitiva” per le economie mature, visto che è ancora troppo poco produttivo, ma i bisogni energetici di una famiglia etiope sono molto più scarsi di quanto non siano i nostri, ed un paio di pannelli solari a famiglia sarebbero perfettamente in grado di mantenere in funzione un frigorifero, uno strumento che può cambiare la qualità della vita e dell’alimentazione.

    Comunque chi riuscisse a risolvere il problema di far arrivare la giusta quantità di energia elettrica in Africa, senza causare drammi ecologici e sociali, ed, al contempo senza far salire il debito estero di questi paesi a livello usuraio, meriterebbe due o tre Nobel per la pace consecutivi.
    è il grande problema dei prossimi 30-60 anni.

  2. darmius on 2011-05-25 at 16:32

    poi la commessa per il ponte sullo streddo di Messina me la devono spiegare…
    D

  3. falecius on 2011-05-26 at 00:05

    Darm: sappi che l’hai pagata tu.
    Valerio: sul pannello solare e il frigorifero, il problema è che il pannello solare non basta neanche se i fabbisogni energetici sono bassi, nel senso che, da solo, funziona ad intermittenza (ovvero, quando c’è il sole). Occorrerebbe o una rete “matura” collegata comunque a delle centrali (come è in europa) oppure un sistema di accumulazione (che credo costi, e rend ail sistema comunque più vulnerabile).

    • Lorenzo Declich on 2011-05-26 at 08:00

      Ho la certezza che il problema sia proprio quello delle reti e dei “vettori energetici” (l’idrogeno e uno di questi), non della produzione di energia in sé. Produrre energia è facilissimo e si può fare in duemila modi diversi. Approvvigionare il mondo di energia in maniera costante è invece un problema grosso principalmente per il fatto che i produttori di energia attuali non hanno grande interesse a sviluppare vettori energetici e reti (alla lunga ci perderebbero). Dal punto di vista tecnico il problema infatti si può risolvere in diverse maniere. Per dirne una in un’isola delle canarie producono energia col vento, parte di questa energia serve per portare acqua a un bacino montano a cui è collegata una centrale idroelettrica che entra in funzione quando non c’è vento.

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