Storia dei turchi

Ricevo e pubblico:

Jean-Paul Roux, Storia dei turchi, Argo, Lecce, 2011, pp. 479, 15 cartine, 16 tavole.

Consideravo, avendola utilizzata frequentissimamente per più di venti anni, la prima edizione (Garzanti, 1988) di Storia dei turchi di Jean-Paul Roux uno degli strumenti in lingua italiana più adatti, a qualsiasi livello, per comprendere la complessità estrema del “mondo turco”, sia diacronicamente che sincronicamente, senza tralasciare il basilare confronto comparativo con “altri mondi” che, a vari livelli, si rende necessario per meglio comprendere aspetti particolari di un puzzle culturale dalle infinite sfumature.

Quindi (almeno per ciò che mi concerne) non era ancora apparsa in Europa occidentale, dopo più di un ventennio, un’opera complessiva redatta da un singolo autore che potesse eguagliare, se non superare, l’immensa messe di informazioni contenute nell’edizione del 1988.

Quando ho ricevuto la comunicazione della pubblicazione, da parte delle edizioni Argo, devo confessare di essere rimasto abbastanza perplesso, sospettando più una inutile riedizione che una nuovissima e aggiornata che, per mia immensa gioia, amplia e aggiorna, ma non rende nemmeno superata, la precedente versione della Storia dei turchi.

In questa monografia Roux chiarisce dei concetti fondamentali della turcologia, disciplina (o discipline interagenti tra loro?) inglobata sovente nell’islamistica, e in buona parte ad essa allo stesso tempo appartenente eppure, in moltissimi casi, addirittura estranea.

Questo perché, nonostante attualmente la maggior parte delle popolazioni turcofone siano aderenti a una confessione islamica, per vari secoli e in molti luoghi, i “turchi” non hanno avuto niente a che vedere o condividere con l’Islam.

Il problema della definizione della turcologia si pone quindi in stretta relazione con quello della definizione del campo di studio sui “turchi” stessi.

Il passaggio è molto delicato, poiché mostra un nervo scoperto dell’indirizzo di studi europeo-occidentale, che potremmo definire “ottomanocentrico”, ovvero basato principalmente sullo studio “dei turcofoni musulmani dell’attuale Turchia discendenti dell’Impero ottomano in relazione con l’Europa”.

In questo modo “fisso” però si escludono (o si tendono ai margini) principalmente i tatari (altri turcofoni musulmani, non allogeni all’Europa orientale e che molto hanno avuto a condividere nelle vicende della storia europea ma poco hanno avuto a che fare con il Mediterraneo) e si escluderebbero gli “ebrei” khazari, o gli unni, o i bulgari, o i cattolici e cristiano-ortodossi cumani, o i turchi d’Asia centrale, numerosi gruppi “zingari”, o grandi raggruppamenti di “barbari” che hanno dato vita ad illustri dinastie cinesi, e molti altri ancora.

Il criterio di definizione principale scelto da Roux è quello linguistico: è turco chi parla una lingua turca. Quando un gruppo umano turcofono non parla più una lingua appartenente alla turcofonia, non è più interesse diretto della turcologia, ma di qualcosa d’altro, da valutare caso per caso. Va da sé, in automatico che chi si occupa di mondo turco potrà approfondire solo taluni aspetti legati allo stesso, proprio per la complessità e la vastità della disciplina.

Allo stesso modo, si troveranno ad interessarsi dei “turchi” tutti coloro che con costoro hanno avuto a che fare, a condividere, nell’infinità di innumerevoli campi di studio.

E così, chi si occupa di galee ottomane nell’Adriatico del 1600 si potrà trovare improvvisamente a cavalcare in Mongolia intorno ad un tempio manicheo del XII secolo, o a interrogarsi sulla religione dei khazari o a vagare nei vicoli di una città italica del Mar Nero del XV secolo. E così via, fino a studiare il nomadismo equestre o la diplomazia polacco-tatara, o la genealogia di una famiglia dell’attuale Cina e le sue parentele con una “russa” e magari ricollegarlo ad un principesco palazzo veneziano, e ad arrivare, più indietro nel tempo, a quell’Odoacre primo re d’Italia, o a Santa Elisabetta, regina cattolica di origine cumana e ai suoi probabili legami clanici con i mamelucchi di Egitto e Siria. E molto altro di più, e molto altro ancora di più dell’immaginabile, fino magari a coltivare campi che si suppone tralasciati per poi scoprire fecondissimi e, allo stesso tempo, sfruttatissimi da altri ricercatori vissuti in epoche diverse dalla nostra e che hanno lasciato bagagli di conoscenze talmente grande da divenire essi stessi oggetti di studio.

L’impresa è quindi immane, e i punti di intersezioni con altre discipline sono infiniti, e spesso possono sembrare arbitrari o provocatori sconfinamenti. Ma, trattandosi di popolazioni generalmente conosciute ab initio come guerrieri nomadi, può essere altrimenti?

Lo stesso A. lo mette ben in luce quando fa le sue considerazioni sul nomadismo (p. 98-101 e 206) che è uno dei sistemi economi privilegiati dei turchi antichi o, almeno, di quelli che di più hanno contribuito a creare quell’immagine del “turco cattivo” che gli europei occidentali (e non solo loro) si portano ancora dietro.

Un nomadismo che diviene altresì specializzazione economica soprattutto dei clan egemoni all’interno di strutture confederative composite, concretizzatesi sovente intorno a guide particolarmente dotate che, riprendendo miti di origine anche molto antichi e presenti magari dalla parte opposta del continente eurasiatico, si riallacciano ad altre antiche confederazioni e tribù, stabilendo gerarchie legittimanti un potere che può essere, come dato di fatto, allo stesso tempo effimero e duraturo.

E così uno stato sovrano odierno che ha un idioma turco come lingua amministrativa, come ad esempio il Kirghizistan, prende il nome da un gruppo di genti nomadi che, attestate dalle fonti cinesi vari secoli prima di Cristo con tratti somatici chiaramente simili ai nordeuropei, hanno addirittura una scuola per addestrare alla cavalleria (p. 72) e hanno dei circensi molto apprezzati dai cinesi stessi. Kirghizi che hanno un mito di origine (p. 70-71) che li ricollega ai turchi “storici”, ovvero a coloro il nome dei quali avrà la sorte di essere applicato praticamente a tutte le genti che parlavano una lingua simile alla loro o, in epoca medievale, che praticavano il nomadismo equestre (come i magiari) e, a partire dalla vittoria di Manzikert (Malazgirt, 1071) generalmente a tutti i musulmani dei Balcani e del Mediterraneo. Mito tra l’altro condiviso anche dagli hsiung-nu, i barbari nomadi per eccellenza che turbarono per secoli la sicurezza della civiltà urbana cinese e che alcuni studiosi hanno messo in relazione sia con i nostri unni europei, sia con gli eftaliti, gli “unni bianchi” che costituirono una potente confederazione che fu una costante minaccia per gli imperi iranici. Eftaliti che, secondo un’ipotesi che Roux trae da una rassegna di studi (p. 63-65) sarebbero anche (oltre che i greci di Alessandro il Grande) gli antenati dei nuristani, ovvero dei kafiri, gli irriducibili “infedeli” dell’Hindukush, resi famosi da Kipling nella seconda metà del XIX secolo nel suo libro “L’uomo che voleva essere re”.

Ciò non deve stupire. La linea non è mai retta, ma si intreccia con incalcolabili altre.

L’etnonimo si adatta alle genti, le genti all’etnonimo, se ne intravedono l’utilità, e se ciò non interferisce con il “sistema delle steppe” dove, per essere legittimati, c’è bisogno di antenati (mitici o reali, persone, clan, tribù o confederazioni) noti. Ed è così che, nell’arco di appena mezzo secolo i mongoli (non turcofoni, ma ai turchi molto affini sotto molteplici aspetti) si rendono egemoni in Eurasia grazie all’”accumulo di potenza” di Gengiz Khan, ma perderanno, in particolar modo nei territori occidentali il loro etnonimo per essere conosciuti con quello dei loro nemici tatari che, a loro volta, daranno il nome (dopo averli sconfitti) ai cumani (il gruppo più occidentale, nel XIII secolo, dei turchi delle steppe”) che però legheranno il loro nome (nella forma della loro parte orientale della confederazione, il kipçak) al khanato gengiskhandide che metterà sotto tributo praticamente tutta l’Europa orientale, a un vescovado cattolico nell’attuale Romania e a luoghi d’insediamento nell’odierna Ungheria, oltre a tramandarci, in un preziosissimo codice redatto sulle coste crimeane, informazioni su una declinazione europea, allo stesso tempo cattolica e sciamanica, urbana e nomade, “franca” e “turca”.

Questo perché i turchi “inglobano”. Inglobano genti diverse, generalmente non interferendo sulle loro tradizioni religiose o sulla loro lingua. E così, come gli ottomani (gente di steppa in origine e quindi poco avvezzi alle attività marinare) non avendo un vocabolario relativo all’ittica, lo presero interamente dai greci e, di conseguenza i nomi turchi dei pesci in turco di Turchia moderno sono tutti di origine greca (p.206), i turchi in generale aderirono ardentemente a diverse confessioni religiose, facendo fiorire sia delle raffinate culture, come quella degli uyguri manichei (p. 136) o degli ottomani sunniti su tre continenti, sia delle forme culturali, sovente sincretiche, spesso di adattamento allo sciamanesimo turco, come quella dei “cattolici” cumani, degli “ebrei” khazari o degli “eretici musulmani” alevi”, questi ultimi ancora presenti in gran numero (circa 20 milioni), principalmente in Turchia e veri esempi viventi della “turchità” (anche se tra loro esistono molte entità di lingua curda) intesa come non-accettazione del fanatismo (p. 209), tramandato anche, oltre la pratica quotidiana anche dagli insegnamenti di numerose e prestigiose personalità “centro-asiatiche”, tra le quali ha un posto riguardo Ahmed Yesevi (p. 163, 209, 220, 334, 430).

Tolleranti alevi considerati eretici anche da uno degli ottomani più conosciuti in Occidente, quel Suleyman Kanuni (Solimano il Legislatore) che tanto si adoperò per conciliare la Legge islamica al diritto ottomano riguardante le popolazioni non musulmane, tanto da guadagnarsi da parte dei musulmani l’epiteto di Legislatore e dagli europei quello di Magnifico. Un sultano illuminato garante dell’Islam sunnita considerato però troppo “europeo” dai suoi nemici religiosi, i già ricordati alevi, proprio perché sembrava allontanarsi troppo dal rispetto verso la loro particolare declinazione “turca” dell’Islam (p. 321). Solimano che, per dare retta al volere sua amata “europea” Rossolana, impose probabilmente il velo per le donne nell’impero ottomano, consuetudine estranea alla “turchità” (p. 322) e immettendo così un altro tratto identificativo per i turchi che a loro non apparteneva che sia andava ad aggiungere agli stereotipi che dagli unni in poi hanno caratterizzato il rapporto di immagine tra “europei” e “turchi” (p. 106).

Immagine stereotipata del “turco” che ha avuto una trasformazione, durante i secoli e che, alla fine, ha fissato nell’ottomano, dal XV secolo in poi, buona anche parte degli stereotipi applicati dai “latini” ai greco-bizantini, ai musulmani in genere. Stereotipi che ancora oggi, nonostante la radicale trasformazione compiuta in Turchia da Mustafà Kemal Atatürk e, prima di lui, vanamente cercata con altri obiettivi da alcuni sultani, uomini politici e personalità fortemente dotate, gli “occidentali” faticano ad accettare, quasi che abbiano bisogno ancora oggi di uno specchio oppositivo per confermare la propria identità.

Immagine che forse non era del tutto arbitraria, essendo l’Impero ottomano “inglobante” (un altro dei tratti distintivi dei turchi?), così come le confederazioni turche e gli altri imperi fondati dalle stesse genti. Immagine che si fossilizza per gli stessi ottomani (che rappresentano un concetto storico-politico, un’appartenenza di fedeltà dinastica alla Casa di Othman, non una “nazione” in senso moderno) e che si atrofizza mentre il mondo intorno cambia, si evolve, muta soprattutto grazie alla perdita di centralità dell’area mediterranea a vantaggio delle nuove scoperte dall’altra parte dell’Atlantico e dell’avanzamento tecnico ed economico dell’Europa occidentale (p. 310).

Non solo, ma nelle steppe eurasiatiche una nuova potenza coloniale fagociterà gradualmente pressoché tutte le genti turche, stabilendo così una supremazia allogena che ancora oggi mostra stabilmente il suo potere: la Russia. E così gli eredi di quasi tutte le confederazioni pre-gengiskhanidi e dei khanati che al grande mongolo fecero seguito, vennero spazzati via. A partire dai khanati di Kazan e di Astrakhan (p. 323) per arrivare, prima della conquista dell’estremo oriente dell’Asia, a sottomettere, grazie sia ai cannoni ma anche all’ostilità dei tatari nogay (p. 324-325) quei raffinati tatari crimeani carichi di gloria che appena 150 anni prima ancora si potevano permettere di esigere tributo in molti paesi, anche cattolici, dell’Europa orientale. Tatari crimeani che, da allora subirono, per i motivi più vari, deportazioni e persecuzioni e che, ancora ai giorni nostri, rappresentano un popolo di diaspora nell’indifferenza pressoché totale della comunità internazionale.

Ed è proprio anche nella corsa per la modernizzazione che gli ottomani cedono il passo ai russi, mentre i tatari cedono l’indipendenza e, come nel caso dei tatari nogay, addirittura sono costretti a cedere le loro terre ancestrali (che erano appartenute da più di un millennio e mezzo a confederazioni turche e prima che a queste ad altre civiltà nomadiche) e ad essere deportati verso oriente.

Ma tutto ciò è solo un infinitesimale parte del particolareggiatissimo racconto che J.P. Roux redige con una maestria rara ed acuta, transitando sull’eurasiatica “via delle religioni” (p. 101) dove per millenni sono transitate merci, uomini e soprattutto idee e culture, che si sono fuse tra loro a diversi gradi, e hanno trasportato calendari cinesi fino al Danubio e legioni romane in Asia centrale, che hanno portato un cappello maschile, il boghtaq, a trasformarsi nel medievale copricapo a cono delle dame delle classi elevate europee occidentali (p. 117) e che ha visto lanciati come pietre di fuoco verso l’Anatolia gli sciamani selgiuchidi che diverranno dervisci ottomani all’arrivo nella penisola balcanica, i discepoli di Nestorio e del Profeta della Luce Mani predicare nelle yurt, gli elefanti di Babur Shah espugnare le fortezze indiane (p. 335), le piramidi di teschi dei nemici del Grande Emiro Tamerlano, l’uomo che non poté essere khan poiché di lignaggio inferiore ai gengizkhanidi ma che meravigliò il mondo per la sua grandezza, e frecce, cavalli, carriaggi, e coppe preziose che dagli unni a Shah Ismail il Safavide (p. 331) si usava fare con i crani dei nemici valorosi, e fabbri schiavi dell’Altai che diedero il nome a genti prima e dopo di loro, a volte per semplice contatto: i turchi.

Turchi ai quali questa nuova edizione è anche dedicata e dei quali J. P. Roux ha arricchito, durante la sua vita, la divulgazione della/e storia/e, della/e cultura/e, delle tradizioni popolari, disegnandole in un multicromatico puzzle, dove i pezzi si incastrano perfettamente e che vorrebbe avere come cornice l’Eurasia ma che è impossibile da contenere in uno spazio prefissato.

E così l’Autore descrive, sul filo dei ricordi della sua vita di storico ed etnografo (p. 412-413), anche un mondo turco che è stato a lui contemporaneo, che va dai tagliaboschi tahtaci dell’Anatolia (p. 207) a un’Eurasia che è stata profondamente cambiata negli ultimi sessant’anni, dove sono scomparsi i punti di riferimento, quali gli immensi laghi che sembravano mari, così come le terre che hanno nutrito per millenni innumerevoli mandrie di armenti oggi sono state talmente avvelenate da modificare geneticamente i discendenti di quei turchi che, un tempo, non si lavavamo per rispetto alla sacralità delle acque.

La tristezza del richiamo alla salvaguardia ecologica (p. 423) di J. P. Roux dà un’idea di un sentimento di completezza dello studioso, quasi che avesse assorbito e fatti suoi le credenze e gli usi tradizionali di quei turchi antichi ai quali tanto si è appassionato e che forse rappresentano una delle eredità più preziose che Roux ci ha tramandato.

 

Giuseppe Cossuto

ITCAS

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