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[was] appunti e note sul mondo islamico contemporaneo

Come vincere con l'aviazione?

2011-06-24
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Cento anni fa l’Italia, durante la guerra italo-turca, bombardava l’oasi-città di Ain Zara (1 novembre 1911). Giulio Gavotti tirò tre bombe a mano su alcune tende militari turche e di volontari arabi, colpendone una.

Da allora si è sporcata molta carta e si sono svolti molti ragionamenti per cercare di capire se e come l’aviazione potesse incidere in una guerra e, sopratutto, se l’aviazione da sola, tramite il dominio dell’aria, potesse vincere.

Vi risparmierò 90 anni di dibattito aspro (e in buona parte anti-umanista e criminogeno). Invece mi concentrerò sul dibattito tra gli analisti militari successivo alla guerra del Kosovo, il primo conflitto che potrebbe essere stato vinto solo dai mezzi aerei (ma sarebbe ingiusto dimenticare il blocco navale). Anche perchè torna d’attualità con il conflitto Libico, con cui conviene fare un po’ di comparazione.

Secondo Webb (K. Webb, “Strategic Bombardment & Kosovo”, Defense & Security Analysis , Septembre 2008, Volume 24°) perché l’esperienza della guerra del Kosovo sia replicabile devono sussistere 4 condizioni:

  1. il governo attaccato non deve essere troppo autoritario (ma una “dictablanda” è preferibile ad una imperfetta democrazia; insomma detto in exempla l’Iran ha un governo già quasi troppo democratico, mentre la Siria lo ha troppo dittatoriale), in pratica l’opinione pubblica deve poter condizionare il regime. Se il leader è indebolito da contestazioni e un’opposizione, anche semi clandestina, tanto meglio;
  2. bisogna limitare il più possibile i colpi a bersagli civili, o che la popolazione attaccata non collega con il regime, in particolare è stato detto da molti che il bombardamento della TV di stato Yugoslava non danneggiò la campagna, quelli agli ospedali ed ai ponti sì;
  3. le forze militari dello stato bersaglio non devono essere in grado di contrattaccare in alcun modo (come oggi, ad esempio, in Libia, ma solo verso la NATO), causando una perdita di fiducia nel regime e, in particolare, nelle stesse capacità operative delle forze armate;
  4. il punto di gravità della battaglia è l’appoggio, tacito o dichiarato, che il governo riceve dai suoi sostenitori, in particolare i gruppi economici ed affaristici, essi devono convincersi che è nel loro interesse abbandonare il loro leader o a far pressione, personale, su di lui perché si raggiunga la pace;
  5. meglio evitare di uccidere il capo di governo nemico, visto che è l’unico che può chiedere la pace senza essere accusato di tradimento dai sostenitori “duri” del regime, evitando così una guerra civile strisciante. Il governo nemico deve avere una via d’uscita, la più onorevole possibile.

Questa tesi, che nel caso Libico dimostra tutti i suoi limiti, venne già all’epoca contestata da molti. Quando Milosevic si arrese, ad esempio, la NATO stava discutendo se passare all’operazione di terra, e all’uso di elicotteri, rendendo la sua sconfitta non solo certa, ma rovinosa per la nazione. Quindi la resa sarebbe arrivata non dall’uso dell’aviazione ma dalla paura dell’esercito.

Inoltre Michael Jackson (il capo di stato maggiore britannico, non il cantante) affermò più volte che il principale motivo della sconfitta Serba fu l’abbandono diplomatico della Russia, avvenuto circa 24 ore prima della fine della guerra. Inoltre altri commentatori hanno affermato come i dirigenti yugoslavi non si aspettassero che la coalizione contro di loro fosse destinata a durare e a rafforzarsi nel tempo, sperando in defezioni che non ci sono state (mentre oggi molte nazioni sembrerebbero intenzionate a sfilarsi dalla guerra di Libia).

Esistono poi critiche, come dire, da destra, al ragionamento di Webb, in particolare c’è chi sosteneva che l’esercito serbo fosse ormai allo stremo (cosa poi verificatasi fasulla), oppure che i ribelli albanesi stessero vincendo (altra panzana, già evidente all’epoca). Oppure che i danni infrastrutturali (che invece vi furono) stavano pesando troppo sull’economia serba e stavano portando la nazione alla rovina in una prospettiva di bombardamento strategico più convenzionale (“dhuettiana” e probabilmente consapevolmente cercata da alcune aviazioni).

Applicando il paradigma interpretativo Webbiano alla Libia notiamo come:

  1. Il governo Libico sia riducibile, in parte, ad una dittatura familiare e carismatica, insensibile e impermeabile alla volontà popolare, più di altri nella regione;
  2. Questo punto (evitare i danni collaterali) è stato il più curato dalla NATO negli ultimi vent’anni, in particolar modo il munizionamento inteligente è divenuto la norma e non l’eccezione come in Iraq nel 1991 (ma già all’ora ci facevano una testa tanta con le bombe inteligenti, anche se poi erano il 4-5% di quelle sganciate). Però le bombe di precisione stanno finendo e la NATO+- ha già avuto parecchie crisi di munizionamento, il numero di errori e di vittime civili non può che salire e il rischio di compiere atti “controproducenti” e sanguinosi sale nel tempo.
  3. Le forze lealiste non stanno combattendo la NATO+-, ma gli insorti, con vittorie e sconfitte, ma quanto meno l’esercito Libico non può essere visto come incapace dall’opinione pubblica libica (che anzi, quando prova a ribellarsi, assaggia sulla sua pelle le capacità di questa armata).
  4. Molti hanno abbandonato Gheddafi, anche tra i suoi più stretti sostenitori, ma la sua famiglia è sufficientemente e sfacciatamente ricca e potente da poter fare a meno dell’appoggio della City e del ministero del petrolio (che in Libia è uno Stato nello Stato).
  5. Lo scopo dei ribelli è togliere di mezzo Gheddafi, magari con una bella impiccagione, lui comprensibilmente non ha molta voglia di accettare la resa.

Il che ci riporta alla situazione attuale, in cui i combattimenti ristagnano, i bombardamenti continuano e nulla di clamoroso pare arrivare all’orizzonte.

Però c’è anche qualche cosa che converrà considerare, comunque questa guerra verrà considerata nei prossimi anni o mesi, se saranno i ribelli a vincere (come io credo) la vittoria sarà innanzi tutto loro e quasi esclusivamente loro, essendo il ruolo della NATO+- quello di aiuto e non quello di protagonista.

Infatti in Libia non esistono le condizioni per una vittoria dal cielo, e non credo che l’Europa invierà soldati a terra. Saranno i ribelli a dover conquistare, lentamente, tutto lo Stato.

E sarà ancora lunga e dura, a meno che Gheddafi non fugga in Bielorussia. Nel frattempo noi pagheremmo un elevato prezzo economico per il nostro partecipare alle guerre civili altrui; in cui però il nostro contributo resta sussidiario.

Spero che i ribelli si ricordino di questo quando qualcuno sosterrà che sono in debito con noi per la loro libertà.

Per tutti quelli che confidano in una rapida pace è però una brutta notizia constatare che l’esercito addestrato in Cireanica tanto addestrato non sembra, e non riesce a battere i regolari e i mercenari trincerati a Brega, mentre i ribelli di Misurata, ormai veterani dei combattimenti in ambiente urbano, subiscono perdite catastrofiche appena si inoltrano nelle campagne.

 

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7 Responses to Come vincere con l'aviazione?

  1. Paolo de Vecchi di Val Cismon on 2011-06-30 at 14:25

    E’ interessante leggere la certezza dell’autore di questo scritto nell’affermare che Giulio Gavotti abbia colpito qualche cosa (una tenda) nel suo primo bombardamento. E’ interessante perché lui lasciò scritto che vide la nuvoletta dello scoppio della pirma bomba in mezzo alle tende ma assolutamente non vide l’effett delle altre due. E tutto ciò è ben noto che lo abbia scritto. Come si dice: la fantasia di chi scrive supera di gran lunga la realtà dei fatti!

  2. Valerio Peverelli on 2011-06-30 at 14:57

    La relazione di Giulio Gavotti non è l’unica fonte del bombardamento, francamente non ho il tempo di controllare e darle l’indicazione bibliografica, ma anche i Turchi bombardati scrissero una relazione sul fatto. é stata pubblicata parecchi anni fa tradotta in inglese.

    Detto questo non credo che cambi molto nel senso dell’articolo; anzi da quando l’ho scritto l’unica novità di rilievo è che i ribelli hanno accettato di far processare Gheddafi dal tribunale penale internazionale, invece che in un processo sommario a Tripoli.

  3. Paolo de Vecchi di Val Cismon on 2011-06-30 at 15:03

    E’ troppo comodo dire che esiste una fonte ma non fornirla. Io la mia fonte l’ho fornita lei proprio no. E tra parentesi siccome quel giulio Gavotti è mio Nonno e le carte le ho pubblicate io le garantisco che nulla esiste in merito. Però se lei lo ha abbia la compiacenza di dirci dove come si trovi e che cos esattamente dice!

  4. Valerio Peverelli on 2011-06-30 at 15:55

    Vista la sua biografia mi immagino ne sappia molto più di me, quindi ammetto candidamente che potrei essermi confuso (su Giulio Gavotti).

    Mi dia un po’ di tempo, non sono nemmeno in Italia adesso.
    Cercherò di ritrovare il riferimento bibliografico, anche se le garantisco che non sarà facile, anche perché sono uno storico, ma cinquecentista, e della storia dell’aviazione mi occupo solo nei ritagli di tempo.

    Probabilmente dovrebbe essere citato anche da Biddle, nella sua storia del bombardamento strategico, ma non ci metterei la mano sul fuoco, e non l’ho sottomano. Immagino che lei abbia una buona biblioteca di storia dell’aviazione e probabilmente potrà controllare per me.

    Oltre tutto non vorrei confondere il bombardamento di Gavotti con quelli appena successivi, del battaglione aviatori (che se non erro in Liba fu rinominata flottiglia areoplani-Tripoli).
    Comunque confermo che esistono numerose fonti turche sulla guerra di Libia e i primordi dell’aviazione militare, ed esse sono state pochissimo utilizzate in sotoriografia, anche per la difficoltà di accesso alla lingua, alcune (poche) sono state tradotte.
    Se percaso lei fosse riuscito a procurarsi il rapporto turco potrebbe comunicarmelo attraverso questo blog? Sarei piuttosto curioso di leggerlo (o rileggerlo).

    Comunque posso capire che per lei abbia un’enorme importanza, anche affettiva, sapere se una di quelle tre bombe a mano colpì o mancò le tende ottomane, ma in verità cambia molto molto poco.
    Con quel bombardamento, efficace o meno, si passò dalla teorizzazione dell’impiego offensivo dell’aviazione (teorizzazione che, per altro, era da molti considerata più fantascienza che reale possibilità), all’effettivo uso dell’aeroplano come mezzo offensivo.
    E questo ha cambiato, nel bene e nel male, tutta la storia successiva.

    Nel frattempo, su intenet ormai sempre più archivio digitale, si trova facilmente la lettera che suo nonno scrisse a suo padre.

    La riporto (sperando che almeno questa sia corretta).
    “(…)Ho deciso di tentare oggi di lanciare delle bombe dall’aeroplano. E’ la prima volta che si tenta una cosa di questo genere e se riesco sarò contento di essere il primo. Appena è chiaro sono nel campo. Faccio uscire il mio apparecchio. Vicino al seggiolino ho inchiodato una cassettina di cuoio; la fascio internamente di ovatta e vi adagio sopra le bombe con precauzione. Queste bombette sono sferiche e pesano circa un chilo e mezzo. Nella cassetta ne ho tre; l’altra la metto nella tasca della giubba di cuoio. In un’altra tasca ho una piccola scatoletta di cartone con entro quattro detonatori al fulminato di mercurio. Parto felicemente e mi dirigo subito verso il mare. Arrivo fin sopra la “Sicilia” ancorata a ovest di Tripoli dirimpetto all’oasi di Gurgi poi torno indietro passo sopra la “Brin”, la “Saint Bon” la “Filiberto” sui piroscafi ancorati in rada. Quando ho raggiunto 700 metri mi dirigo verso l’interno. Oltrepasso la linea dei nostri avamposti situata sul limitare dell’oasi e mi inoltro sul deserto in direzione di Ain Zara altra piccola oasi dove avevo visto nei giorni precedenti gli accampamenti nemici (circa 2000 uomini). Dopo non molto tempo scorgo perfettamente la massa scura dell’oasi che si avvicina rapidamente. Con una mano tengo il volante, coll’altra sciolgo il corregile che tien chiuso il coperchio della scatola; estraggo una bomba la poso sulle ginocchia. Cambio mano al volante e con quella libera estraggo un detonatore dalla scatoletta e lo metto in bocca. Richiudo la scatoletta; metto il detonatore nella bomba e guardo abbasso. Sono pronto. Circa un chilometro mi separa dall’oasi. Già vedo perfettamente le tende arabe. Vedo due accampamenti vicino a una casa quadrata bianca uno di circa 200 uomini e, l’altro di circa 50. Poco prima di esservi sopra afferro la bomba colla mano destra; coi denti strappo la chiavetta di sicurezza e butto la bomba fuori dall’ala. Riesco a seguirla coll’occhio per pochi secondi poi scompare. Dopo un momento vedo proprio in mezzo al piccolo attendamento una nuvoletta scura. Io veramente avevo mirato il grande ma sono stato fortunato lo stesso; ho colpito giusto. Ripasso parecchie volte e lancio altre due bombe di cui però non riesco a constatare l’effetto. Me ne rimane una ancora che lancio più tardi sull’oasi stessa di Tripoli. Scendo molto contento del risultato ottenuto. Vado subito alla divisione a riferire e poi dal Governatore gen. Caneva. Tutti si dimostrano assai soddisfatti.”

    Non ho invece trovato il rapporto, che sicuramente dovette scrivere a Caneva e ai suoi superiori diretti.

    Mi permetterei inoltre di aggiungere che, ma vado sempre più a memoria che altro, perché privo della mia biblioteca, che i giornali turchi dell’epoca (che sono appunto giornali) sostennero (ma non sono certo che si riferissero al primo bombardamento, o ad uno di quelli immediatamente successivi) che le bombe avevano colpito una tenda ospedale. Adesso sappiamo, tramite proprio quei rapporti turchi a cui accennavo, che questa era propaganda, e che un ospedale fu effettivamente colpito durante uno dei successivi bombardamenti italiani, ma da fuoco amico di una imporvvisata batteria anti aerea.

    Viceversa i rapporti dei militari turchi dell’epoca evidenziarono gli enormi limiti dei bombardamenti svolti dagli italiani cent’anni fa: bombe inesplose, bersagli mancati di centiania di metri, ordigni poco potenti, ecc. ecc. tanto che anche l’effetto psicologico della guerra aerea fu minimo e il loro impatto decisamente inferiore rispetto a quello apportato dalle missioni di ricognizione.

    Cordiali saluti

  5. Paolo de Vecchi di Val Cismon on 2011-06-30 at 16:47

    Lei riporta la lettera di mio Nonno che “io” ho messo su interenet. Lei parla di bombardamenti di ospedali ed effettiamente vi furono delle proteste turche a questo proposito ma non riguardo al bombardamento di Giulio avotti bensì ad uno successivo di Moizo. E? tutto regolarmente scritto nelle memorie di Giolitti. E’ lei che ha parlato di scritti relativi a quel bombardamento e sta a lei l’onere della prova e per di più essendo storico dovrebbe anche saperlo. Se parla deve parlare attraverso documenti, ma non può, come sembra, attribuire documenti di un fatto ad un altro fatto solo perché questo torna comodo alle sue polemiche. I bombardamenti con aeroplani allora furono poco significativi militarmente, ma se furono proseguiti con dirigibili e con maggior carico vuol dire che qualcosa servivano e comunque di li a pochissimo dimostrarono la loro efficacia tanto che in base a quella fu pensata la teoria Douettiana

  6. Valerio Peverelli on 2011-06-30 at 17:39

    Preciserei che questo è un blog, non una pubblicazione scientifica, quindi cerco di mettere le fonti (quella importante per il senso di questo post era Webb, ed è correttamente indicata), ma non ho il dovere di mettere tutto in nota controllato e ricontrollato.
    Anche perchè ripeto, cosa abbiano colpito le bombe di Gavotti quel giorno è irrilevante ai fini del discorso, mentre il bombardamento di Gavotti cambiò la storia dell’umanità, e quindi mi è sembrato un buon artificio retorico per iniziare il post.

    Nel contesto della guerra “italo-turca” possiamo eliminare, con un’esperimento di storia contro-fattuale, i bombardamenti aerei (inclusi quelli dei dirigibili) senza modificare più di tanto il risultato finale, mentre viceversa se eliminassimo l’aviazione dalla storia del novecento, sia quella utilizzata douettianamente, sia quella utilizzata secondo altre dottrine (penso che lei conosca Mecozzi come e meglio di me), il risultato sarebbe enormemente differente.

    E tutta l’esperienza dottrinale del novecento sui bombardamenti partì anche da quel 1 novembre 1911.

    Allo stesso modo, e questo è il sugo di questo post, se eliminiamo i bombardamenti NATO dall’attuale guerra di Libia avremmo avuto una molto probabile vittoria di Gheddafi nella sua contro offensiva su Bengasi, seguita da una più o meno lunga guerriglia nei Nafusa, sui Monti Verdi ed in numerose città. Ma l’aviazione, da sola, non sta afffatto vincendo, contrariamente a quanto si aspettavano i francesi e i loro alleati un centinaio di giorni fa.
    Nè mi aspetto che ci riesca.

    Mi sembra quasi che lei trovi in qualche modo offensivo nei confronto della memoria di suo nonno questo mio post, se questo è il caso me ne scuso, ma non vedo dove stia il dolo.
    Anche perché questo post non era polemico, ma il più possibile analitico.

    P.S.
    La lettera di suo nonno è anche su wikipedia.

    P.P.S.
    Le memorie di Giolitti sono una fonte ausiliaria utile, ma, come tutta la memorialistica, in particolare quella politica, e la stampa (specie in questo caso quella Turca ed Italiana) sono una fonte piuttosto scadente per scrivere di storia militare, a meno che non ci si voglia occupare di propaganda e di ideologia.
    Sopratutto la stampa è tendenzialmente da evitare, anche se poi oggi, per parlare della Libia, io stesso non posso che far continuamente riferimento a giornali come il Guardian.

    Viceversa le fonti private (come la lettera di Gavotti al padre, o un’eventuale lettera di un qualsiasi soldato turco bombardato) e quelle ufficiali (come i rapporti di Gavotti ai suoi superiori e i relativi rapporti turchi) sono fonti primarie essenziali ed utilissime.
    In particolare in questo caso lo sono proprio quelle turche, cui accennavo.
    Sono sicuro che esistono, solo che non essendo questo un post sui bombardamenti della Libia nel 1911, ma su quelli del 2011 non mi sono sentito in dovere di andare a ricontrollare perché non centrano con questo post. Oltre tutto non ricordo in che libro sono citate e avrei potuto metterci giorni a rintracciare il riferimento, comunque, anche avendole davanti agli occhi, non avrebbero cambiato il senso della vicenda se non di un particolare “irrilevante” in questo contesto: Gavotti colpì il bersaglio o lo mancò.
    Sicuramente se fosse stato un articolo sulla guerra italo-turca non avrei potuto cavarmela a memoria e li avrei cercati o non citati.
    Piuttosto mi spiace non poterle dare il riferimento, che, scommetto, le interessa molto.

  7. Paolo de Vecchi di Val Cismon on 2011-06-30 at 21:14

    Lei sta cercando di friggere aria! Qui io le ho contestato l’affermazione relativa al bombardamento di mio Nonno ad Ain Zara. Lei ha sostenuto che esistono documenti che provano quanto sostiene ma non li fa vedere. Il resto può essere interessantissimo e lei può avere tutte le ragioni del caso, ma è ininfluente relativamente a quanto le ho contestato. Tra parentesi trovo scamdaolsa questa guerra a Gheddafi. Lei però ammette di aver utilizzato un artificio retorico. L’atto compiuto da mio Nonno non è un artificio retorico. Le memorie di Giolitti valgono come le memorie di tutti e nel caso specifico confortno perché la protesta dei turchi non fu per il bombardamento di mio Nonno ma per un bombardamento che avrebbe effettuato Moizo in tempi successivi. Ribadisco il fatto che la lettera sia su Wikipedia è perché io l’ho messa su Wikipedia. Gavotti colpì il bersaglio che si attendeva di colpire. Ossia spaventò la gente che si ritenev al sicuro e da quel momento non lo fu più!

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