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[was] appunti e note sul mondo islamico contemporaneo

Israele e le sue gabbie

2011-09-14
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Sherif sottolinea che ad attaccare l’appartamento usato come archivio dall’ambasciata israeliana al Cairo non sono stati “gli islamisti” (anzi questi hanno condannato l’attacco), ma una folla che si contraddistingue per essere formata in prevalenza di giovani.

L’odio verso Israele, nei paesi arabi, è molto radicato.

Per generazioni i tiranni lo hanno fomentato, anche in quei paesi che hanno fatto pace con Israele. E se i tiranni soprassedevano sull’odio verso Israele c’era qualcun altro che usava l’odio verso Israele per guadagnare posizioni in politica.

Essere contro Israele in un paese arabo è facile per svariate centinaia di motivi.

E questi motivi sono supportati da argomenti a volte ragionevoli a volte irragionevoli.

Sì, l’odio viene quasi sistematicamente implementato con leggende, con informazioni false e/o abnormi ma questo nulla toglie al fatto che Israele non si cura, da sempre, di farsi ben volere dai propri vicini.

Anzi manifesta spesso il proprio disprezzo verso di essi.

Non chiede scusa (Mavi Marmara), non ritiene di dover dare spiegazioni (5 guardie di frontiera egiziane uccise) e guai a chi lo fa notare (vedi qui e qui).

Visti gli ultimi sviluppi, Israele è un paese sempre più isolato: ultimamente litiga con due paesi con cui è in pace (Turchia ed Egitto) e da parte americana non c’è appoggio.

Il muro che nelle parole di Pigi Battista “Israele ha costruito per proteggersi dai colpi micidiali del terrorismo suicida” disegna, sì, un ghetto palestinese ma — e qui Bauman non se ne rende conto — rappresenta perfettamente la sindrome israeliana per l’accerchiamento e dunque, a ben vedere, traccia anche le linee del ghetto che Israele stesso si sta autocostruendo addosso.

Non ci sono scuse, non accetto l’argomento secondo cui Israele “è costretta” a innalzare muri (o a sparare ai contadini di Gaza che vogliono coltivare la loro terra vicina al confine) per difendersi.

L’esser vittime, vere o presunte, non ha nulla a che vedere con le modalità di risposta a un attacco più o meno letale: qui si parla di strategie di sopravvivenza e se il risultato è un ghetto, o se volete una gabbia dorata, vuol dire che la strategia è sbagliata perché, oltre a spargere odio, morte e disperazione, è anche autodistruttiva.

Le osservazioni di Bauman sul fatto che i politici israeliani, oggi, sono “terrorizzati dalla pace” sono assai acute proprio se lette in questa luce.

Ma non mi aspetto che qualcuno, fra i feticistici difensori di Israele, lo ammetta o se ne accorga. Eppure mi piacerebbe che queste persone affrontassero questo specifico argomento  invece di fare il tiro al piccione contro chiunque sia vagamente politically uncorrect sulla Shoa (o su ciò che l’ha preceduta).

 

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One Response to Israele e le sue gabbie

  1. […] 10 settembre scorso, insieme ad alcuni locali-archivio dell’Ambasciata israeliana, fu attaccata anche l’Ambasciata saudita (distrussero delle macchine e bruciarono degli […]

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