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[was] appunti e note sul mondo islamico contemporaneo

Jihadisti cattolici in Polonia

2011-10-14
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A Varsavia i supporters del Legia Warszawa hanno mostrato in curva un bandierone con su scritto “Jihad Legia”.

Lo avevano già fatto diverse volte ma questa ha fatto scalpore perché la squadra ospite era il Hapoel Tel Aviv, e qualcuno si è posto il problema che il bandierone fosse antisemita.

La Polonia è generalmente un paese abbastanza antisemita e ci sono diversi gruppi di ultrà che sono molto antisemiti e urlano agli avversari cose come “siete tutti ebrei”.

Gli ultrà del Legia Warszawa non hanno lanciato urla simili ma sembra che fra loro vi siano molti nazi, neonazi, criptonazi.

La cosa fa a botte, a un primo sguardo, con il fenomeno del “controjihadismo“, che è una cosa di estrema destra ma islamofoba e che, nel suo punto di perversione più alto, produce un .

Andando più a fondo, invece, sembra esservi una continuità fra i due fenomeni, individuabile nell’ammirazione verso i jihadisti o meglio nel riconoscimento dei jihadisti come soggetto politico-culturale, da seguire o da combattere non fa differenza.

Non vedo i neonazi e i controjihadisti in antagonismo fra loro, e voi?

Ambedue i gruppi, in un modo o nell’altro, sono vittime della retorica del “Tramonto dell’Occidente“, del discorso più generale “delle civiltà” come entità dotate di una vita (nascono, raggiungono l’apogeo, muoiono) e, infine, del “conflitto di civiltà”.

 

 

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8 Responses to Jihadisti cattolici in Polonia

  1. valerio on 2011-10-14 at 09:49

    Inoltre vi è anche un altro punto di contatto.

    I controjiadisti e gli islamofobi occidentali identificano l’islam in qualcosa che somiglia molto salafitismo più estremista.
    Dimenticano o considerano irrilevanti tutte le altri correnti (largamente maggioritarie e storicamente ben più radicate) dell’Islam sunnita.
    Insomma si costruiscono l’immagine del nemico sulla falsariga della stessa immagine che i radicali vorrebbero imporre a tutto l’islam.

    Su ciò che l’islam dovrebbe essere e fare, insomma, la pensano in modo molto simile.

    Aggioungerei ancora che i contro jiadisti sono in genere irrazionalistici e sostenitori di movimenti volontaristici, qualche volta misticheggianti, in altri casi basati solo sulla superiorità della minoranza violenta ed eroica, su una società considerata eretica, decadente, impura.
    Sopratutto priva del giusto contatto con una tradizione inventata (l’invenzione della tradizione, in senso hobsbowniano, è la caratteristica più evidente di movimenti come la lega nord o l’estrema destra ungherese).

    è il medesimo bagaglio retorico di tutti i gruppi estremistici di destra (sopratutto religiosa e/o “tradizionalista”) del mondo, islamici e non. Si associa all’esaltazione di chi fa sacrificio di se in battaglia.
    Magari per un “occidentalista” più che il kamikaze il modello è lo spartiate alle Termopili, ma il concetto è comunque quello di un eroismo militare-militante con elementi auto distruttivi.

    Chi è disposto a morire (e magari uccidere) per i propri ideali è sempre percepito come “migliore” della massa. La sua fine è percepita come onorevole.

    “Noi pochi, noi felici pochi, noi manipolo di fratelli” cantano, parafrasando Shakesperare (e cambiando “banda” in “manipolo”) i neofascisti nostrani.
    (http://www.youtube.com/watch?v=mnjhFqsiMB4)
    La marginalità dell’avanguardia “pura” contro la massa corrotta e traditrice delle proprie origini è centrale in ambedue i percorsi ideologici.

    In parte è una condizione comune in tutti i movimenti “d’avanguardia”, ma in questi due casi vi è un rifiuto (più forte nell’estrema destra europea che nei salafiti), all’ecumenismo e alla rinormalizzazione del mondo in base al modello proposto dall’avanguardia, che invece è centrale in molte altre tradizioni radicali (per esempio quelle d’estrema sinistra o quelle, comunque, di derivazione illuministico-giacobina).

    Scusate il pistolotto

  2. falecius on 2011-10-14 at 10:22

    Domanda: uno striscione che fa riferimento ad una parola semitica, può essere antisemita? (Poi, questa cosa dei polacchi nazisti, sì, vabbè, esistono anche dei palestinesi sionisti e dei borghesi bolscevichi, però è assurda).

    Valerio: secondo S. Eisenstadt, che sembra io sia condannato a citare in continuazione, anche i movimenti tipo salafiti hanno tutta una serie di cose che li collegano alle radici giacobine (anche se io la sua analisi del fondamentalismo islamico la condivido solo fino ad un certo punto).

    Inoltre, io distinguerei tra la destra realmente tradizionalista e la controjihadistica, che si espande a vasti settori che si potrebbero definire “liberali” (ad esempio, in un nome di un concetto,quello sì giacobino, di “laicità”). Ora, in tutto questo, esiste anche una destra per cui l’antisemitismo, nel senso di avercela con gli ebrei, rimane prioritario. Possono anche avercela coi musulmani, ma gli ebrei gli piacciono ancora meno. Conoscete una canzoncina intitolata “Settembre Nero”? Cercatela e leggete il testo. Il tizio che l’ha scritta sta in Parlamento, col PdL.

    • Lorenzo Declich on 2011-10-14 at 12:50

      Direi, nazional-socialisti e nazionale-liberisti. Che poi è un po’ il paradigma delle 2 destre un po’ in tutta Europa (vedi “l’anima” sociale di An e quella liberista di FI).

  3. valerio on 2011-10-14 at 11:35

    @falecius

    “uno striscione che fa riferimento ad una parola semitica, può essere antisemita?” Certamente si.

    Sono assolutamente daccordo con te, sono stato un po’ troppo schematico (e forse eurocentrico).
    Vorrei però aggiungere che il giacobinismo cui si accostano i salafiti è, a mio avviso, una derivazione dal fortissimo revisionismo storico su giacobinismo e illuminismo esistente in questi ultimi tre decenni (e mistificante lo “spirito del giacobinismo” estremizzando la visione di Cochin, padre “nobile” di questo revisionismo. Questa interpretazione era forse valida, e con enormi eccezioni, per un certo giacobinismo francese, ma ermeneuticamente incapace di spiegare un Francesco Caracciolo. Poi certamente Chocin non aveva tutti i torti nel vedere nei giacobini il primo movimento “ideolgoico” e “purista” moderno, e quindi tutte le ideologie successive sono “giacobine” in quanto “ideologiche”).

    Purtroppo non ho mai studiato seriamente Eisenstadt.

    Inoltre sono molto daccordo nel indicare l’esistenza di due “estreme” destre moderne europee. Una occidentalista e una neo-fascista, solo la seconda tende al minoritarismo identitario a militar-militante.
    Ma la destra ha sempre avuto la tendenza al mescolamento, tanto quanto al sinsitra (e questa è un eredità “giacobina” sensu Chocin) alla scissione.

    Per fortuna su you tube settembre degli Area e impressioni di settembre sono molto più facili di trovare di questo http://www.youtube.com/watch?v=n7mhRTURClE&feature=related
    dei 270 bis, suppongo che ti riferissi a questa canzone.

    Mi ero dimenticato che Berlusconi aveva caricato anche De Angelis nel suo carro della munnezza. Il fatto che costui stia nel PDL è spia di quanto sia possibile e forte il rimescolamento negli ambienti di destra, visto che siede in parlamento assieme agli amici di Israele.

    Comunque l’antisemitismo di destra anni fa la rendeva filo-araba, mentre oggi è molto difficile che un estremista di destra non sia islamofobo.

    Basta guarare i movimenti leader sia per quello occidentalista (Partito della Libertà olandese, Fisdez-unione civica ungherese, quest’ultimo è sempre sottovalutato ma è il mio incubo personale, o, su basi peculiari e particolari la Lega Nord e i fallaciani del PDL)e quelli di estrema destra più tradizionali (NPD tedesco, visti i loro manifesti davanti al museo della shoà alle ultime elezioni berlinesi? lo slogan era “dare gas”-il doppio senso era decisamente voluto, ma i liberali li hanno superati a destra in razzismo, solo che non antisemita quanto anti immigrato-, Jobbik ungherese) con il Front National a fare da cerniera tra vecchia destra sociale e nuova destra “occidentalista”.

    Resto però convinto che gli elementi di somiglianza forti tra l’estrema destra e i salafiti (ma estesi anche a parte della destra occidentalista) siano: simpatetica visione di cosa debba essere o sia l’islam, e invenzione della tradizione.

    Sull’invenzione della tradizione anzi non so, francamente, chi sia più avanti, se l’Europa fasulla neo-medioevale tanto cara alla nostra destra estrema e/o occidentalista, condita magari da invenzioni che non stanno né in cielo né in terra, come la Padania, o i Salafiti con la loro negazione di 13 secoli di misticismo mussulmano, sopratutto (ma non solo) Sufi, e di condanna a tutte le mille scuole islamiche locali, dalle Molucche al Senegal. Condanna che avviene, anche e sopratutto, al di fuori della “vera” tradizione.

    La glorificazione della violenza maschile appartiene tanto ai salafiti quanto ai neo-fascisti (molto, molto meno e a livello in genere verbale agli occidentalisti, ma la strage in Norvegia dimostra quanto anche questi ambienti possano essere ricettivi), e in entrambe le culture viene praticata, però, solo da piccole minoranze e rimane per lo più verbale.

    Certo quella dell’islam radicale è più macroscopica, ma non dimentichiamoci che molti di quei paesi (Somalia, Iraq, Afghanistan, Libano, Palestina) sono aree di guerra da decenni, o sono prossimi ad aree di guerra, quindi la violenza è “normalizzata”.

    Mentre i neo-fascisti italiani sono, tradizionalmente, all’interno dell’estrema destra neo-fascita europea, uno dei gruppi che più ha esaltato la morte e i caduti. Questo deriva anche da una tradizione militare italiana, che concede le decorazioni massime quasi solo ai caduti (mentre quello tedesco puntava a creare eroi-viventi e quindi decorava raramente alla memoria).
    Il risultato è una glorificazione della sconfitta e dalla morte onorevole e gloriosa, che per certi versi avverto (sopratutto per la morte onorevole, molto meno per la sconfitta, sempre negata) anche nella propaganda dei gruppi combattenti ed estremistici del salafismo.

  4. falecius on 2011-10-14 at 13:00

    Valerio: conosco Cochin solo indirettamente, ma ritengo le sue tesi moderatamente condivisibili. Sul primo movimento “ideologico” della storia (europea, che ad andare a vedere la Cina si scoprono cose, sospetto) ho qualche perplessità, penserei semmai ai puritani inglesi del Seicento.
    D’accordo sostanzialmente su tutto il resto. Noto però che la tradizione italiana di esaltare il caduto ha molto a che fare con un senso di eroismo individuale. Il discorso della violenza suicida nell’Islam mi sembra diverso, perché pone moltissimo l’accento sulla comunità, con la quale il martirio consente una specie di “matrimonio mistico” (la cosa è esplicitata in alcuni testamenti di resistenti suicidi libanesi, non sono sicuro se valga anche per le azioni di matrice qaidista). Comunque questa retorica fascista si sposa benissimo con le Termopili, per dire. E attinge a tutto un discorso già risorgimentale (“martiri” di Belfiore, “eran trecento e sono morti”, ecc…). Sì, naturalmente mi riferivo a “Settembre Nero” dei 270-bis.

  5. Stefano on 2011-10-14 at 14:37

    Falecius, Valerio, il vostro discorso secondo me ha iniziato a volare a una quota troppo elevata (mentre penso che Valerio avesse centrato benissimo il discorso del punto di contatto).
    Mentre credo che quello che state facendo sia un magnifico esercizio di analisi storico-filosofica, secondo me il naziavanguardista “di pancia” si ferma molto prima di parole quali “giacobinismo” o della coerenza con le correnti di pensiero in cui dovrebbe teoricamente inquadrarsi. Per quello che concerne la sua realtà percepita e vissuta, secondo me il discorso di Valerio non faceva una grinza: io ho le mie idee, chi è con me merita di vivere, gli altri a morte e boia chi molla. Il nemico che fa un discorso analogo e speculare al mio lo combatto, lo ammazzo e se possibile spargo sale sulla sua terra (ricordo un agghiacciante motto, raffigurato graficamente in vari modi, che diceva “in piedi sulle rovine”). Ma la sua lotta non mi è incomprensibile, anzi, in quanto speculare della mia. Lo posso quindi ammirare E combattere.
    In questo quadro, l’ebreo non entrerà mai: storicamente, gli ebrei si sono garantiti la sopravvivenza pagando, lavorando, cercando un accordo e sopportando. Quindi, per il discorso di cui sopra, non lo potrò mai comprendere, in quanto non cerca la via dello scontro per meritarsi la sopravvivenza e la vittoria.

    Perdonate l’intrusione ‘gnorande! :-)

    • valerio on 2011-10-14 at 16:14

      @stefano
      E quindi l’israeliano sionista di destra, che rompe la tradizione ebraica definendola “passiva” e “imbelle”, ridefinendosi “in maniera spartana”, come combattente, può piacere a personaggi dell’estrema destra; proprio perchè riattiva quel dialogo tra opposti nemici che tu individui. (lo posso ammiarare E combattere)

      @falecius
      Ok, il martire “islamico” è in unione mistica con la comunità, ma quello fascista no?

      Anzi direi che la visione dell’eroismo neo-fascista si carica enormemente dell’esaltazione del martirio, versus quella risorgimentale, liberale e resistenziale che prevede altre forme di eroismo.

      Garibaldi era un eroe, ma non era morto; Dante di Nanni e Giovanni Pesce sono entrambi, ed in ugual misura, eroi del Gappismo partigiano, il primo ci ha rimesso la vita, il secondo no.
      Tutti i “grandi eroi” della resistenza e del risorgimento hanno rischiato la loro vita, ma sono divenuti eroi per quello che hanno fatto, più che per come sono morti (se sono morti).

      Invece l’unione mistica tra fascismo, patria in senso fascista, e combattente fascista si realizza molto di più nella morte.
      (ed è proprio un “unione mistica” usi il termine più corretto).

      Julio Valerio Borghese non è “l’eroe” fascista, Ettore Muti, che muore, si.
      Sopratutto morendo cancella tutto ciò che di “torbido” (e persino “opportunistico”) aveva nel suo passato. Viene assunto direttamente nel pantheon della RSI, senza aver mai aderito alla RSI (e lasciando lo storico perpelsso, vi avrebbe aderito?).

      Anche gli altri miti fascisti sulla seconda guerra mondiale richiamano non solo l’efficenza, ma gli abbinano sempre anche il sacrificio di se (XMAS pre e post 8 settembre, Folgore).

      Chi ha ben combattuto ma alla fine si è arreso o non ha dimostrato con la vita l’allineamento ideologico al regime, o semplicemente non ha combattuto sino alla morte (Alpini, reduci di Charen, i vari GECO della cavalleria, la Regia Marina al completo, gli aereosiluranti -che per di più vanno a servire con il 36 gruppo nell’areonautica del sud, anche in barba ai rapporti di parentela- ecc.), passa agilmente nel dimenticatoio, o quantomeno non entra nella dimensione “eroismo”.

      Questo modello di eroismo, in cui il vero eroe è solo colui che muore e non colui che ben combatte, mi sembra immanente in molti gruppi dell’islam militare radicale (oltre che nei pasdaran prima maniera).
      Mentre non è presente nella tradizione militare araba o persiana, che lodava sì chi sapeva sacrificarsi, ma aveva come eroi i combattenti coraggiosi e sopratutto disciplinati, i comandanti astuti.
      Sopratutto lodava un insieme di principi e codici d’onore e chi riusciva a vincere rispettandoli, come vennero codificati nel X-XII secolo nella furusiyya; concetto che mi interesserebbe approfondire con l’aiuto di qualche orientalismo, ma che ha enormi analogie con la cavalleria secondo le coeve regole provenzali, ovvero un codice di comportamento, onore, combattimento.

      Se consideriamo la storia militare araba, turca e persiana (ma anche l’India mussulmana non è molto differente) non notiamo una propensione al martirio quantitativamente diversa e superiore rispetto a quella coeva europea.

      Notiamo come spesso i soldati (almeno quelli che divennero famosi tra gli europei) siano considerati validi se sono innanzi tutto disciplinati verso il loro signore e verso se stessi, (Giannizzeri e Mamelucchi per esempio), oppure se sono grandi improvvisatori, fantasiosi autori di rapide incursioni, prodighi di doni presi nel saccheggio del nemico (Ghazi, Sphais turchi) o una via di mezzo tra i due (Zuavi).

      Notiamo inoltre quanto sia difficile mobilitare grandi quantità di uomini in guerre generali infraislamiche (e quanti siano i convertiti tra i combattenti), quanto sia diffuso il brigantaggio e la faida tra le tribù del deserto e come gli elementi berberi si prestino (caso raro) al mercenariato.

      Una delle condizioni più comuni del militare islamico è l’uso di soldati di condizione servile (come appunto Giannizzeri e Mamalucchi), o di aree di frontiera (Circassi), o profughi (gli Andalusi dell’esercito marocchino del ‘500), e nel caso i militari avessero un’origine servile come questi siano allevati sin da bambini per la professione militare all’interno di scuole.
      Ovvero gli eserciti mussulmani dell’età moderna e tardo medievale erano meno feudali, ed enormemente scolarizzati; quindi gli eserciti erano nettamente statali, rigidamente disciplinati ed organizzati dal potere centrale, ma sopratutto nettissimamente separati dalla società civile, quasi dalla culla.

      Mentre nella società (sopratutto araba) coeva esistevano grandi sacche di violenza tribale e di brigantaggio.
      Ma del modello militare rappresentato dal brigante/saccheggiatore/attore di faida si può dire di tutto, salvo che sia alla ricerca della bella morte eroica.
      Semmai il brigante tribale continua la tradizione, presente anche nei Ghazi, del liderismo, ovvero queste bande si basano su una tattica di guerriglia al cui centro sta il leader carismatico.

      Anche se per i giannizzeri combattere fino alla morte era “normale” ed onorevole, più che tra i lanzichenecchi (ma in maniera non molto differente che tra i tercios coevi) il modello kamikaze non appartiene a questa tradizione.
      mi sembra un invenzione recente, su cui non ho ancora capito un gran che.

      In parte potrebbe proprio essere modellato sull’esempio nipponico (via Armata Rossa Giapponese), in parte come reazione tattico-strategica alla guerra asimmetrica, in parte come invenzione originale, che riprende modelli classici (i caduti sono sempre stati mitizzati e glorificati, in tutte le culture militari, in tutti i tempi), ma li innova decisamente.

      A mio avviso nasce, come la mistica fascista, dalla sconfitta e dall’inferiorità, ma mentre quella fascista fa perno sull’accettazione, sostanziale, della sconfitta, quella qaedista si basa sul suo rifiuto.

      Comunque l’esaltazione del martire trascene decisamente il discorso del kamikaze, la guerra Iran-Iraq è una guerra che la propaganda iraniana ha esaltato attraverso il martirio di una sua generazione, più che attraverso i suoi successi tecnico-tattici, i ribelli libici esaltano due figure: una tradizionale (il capo) e una “nuova” il martire (che sia chiaro era molto stimato anche 1300 anni fa, ma non era esaltato in maniera così evidente, e non era l’unico modello di eroismo).

      Chi muore è il vero eroe, molto più di chi “uccide bene”, meglio Achille di Ulisse insomma, dopo secoli in cui l’eroe arabo per eccellenza avrebbe dovuto avere, in sommo grado, le caratteristiche di Ulisse.

      Comunque dopo questo lunghissimo pistolotto devo sottolineare che il concetto di islamofascismo mi è completamente alieno, e mi sembra una grossolana sciocchezza.
      L’esaltazione della morte appartiene a decine di civiltà guerriere, e incidentalmente, anche alle sub culture della destra nazionalista-sociale europea e di alcuni esponenti delle società arabo-islamiche e persiane contemporane

  6. Stefano on 2011-10-20 at 15:32

    Valerio: in teoria sì, in pratica passerà del tempo prima che l’ostilità accumulata verso gli ebrei consenta al destroide suprematista occidentale di fare questo discorso. Uno sparuto drappello di ebrei che iniziano a tenere una condotta che posso condividere non rivalutano una razza che ritengo inferiore a qualunque altro termine di paragone. Per migliorati che siano, portano il gene infetto. O almeno, così penso si possa formalizzare il discorso che la pancia del suprematista suddetto farebbe (ESCLUSO, che la testa discuta).

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