Un giovedì senza qat in Yemen: la rivoluzione continua

Ringrazio Lorenzo per avermi fortemente pungolato a segnalare (e commentare) questa iniziativa. Che è sicuramente un esempio di come la società civile in Yemen possa portare avanti delle battaglie sociali non strettamente legate al grave scontro politico, ma che riguardano una problematica che investe l’economia e l’ecosistema yemenita.

La tradizione dell’ “immagazzinamento” [takhzin] del qat, almeno il giovedì (corrispondente al nostro sabato del villaggio), è molto radicata nel paese (sulle ragioni, si veda il primo video del link).

Ma la diffusione in misura abnorme — in un certo senso la “democratizzazione” — di questa abitudine ha innescato un circolo vizioso che, dalla produzione al commercio e alla fruizione di questa erba magica, rischia di compromettere l’intero sistema agricolo e idrogeologico del paese.

Per la coltivazione del qat, infatti, sono state sottratte, si dice, il 60% delle terre coltivabili, non solo per colture pregiate quali il caffè, ma anche per cereali ortaggi e frutta. Per non parlare del fatto che rispetto ad altre colture quella del qat richiede una grande quantità di acqua. E questo, unito all’esplosione demografica degli ultimi decenni, ha portato a una riduzione drammatica delle risorse idriche dell’intero paese.

La questione ha preso una piega ancor più preoccupante, dal momento che i lavoratori, gli “operai”, utilizzano il qat per tenersi svegli e attivi durante i loro turni di lavoro “alienante”, entrando in una spirale del tutto simile a quella delle tossicodipendenze più dannose.

Ora, la notizia di una campagna per “un giorno senza qat il 12 gennaio”, con tanto di slogan ed eco mediatica, sta solo nel fatto che è portata avanti dalla cosiddetta società civile che nell’ultimo anno di primavera/inverno arabo ha portato avanti — resistendo a una sanguinosa repressione — le proteste contro il regime di ‘Ali ‘Abdullah Saleh.

Ed è un segno che la rivoluzione in Yemen continua anche attraverso iniziative sociali forti.

Perché, va detto, che campagne anti-qat, sullo stile forse blando delle campagne che qui Giovanardi fa contro la “troca”, le portava avanti anche il passato regime attraverso varie ONG. Ed erano comunque campagne che lasciavano il tempo che trovavano.

Riuscite voi ad immaginare una campagna efficace contro la cannabis in Italia?

Certo, in Italia la coltivazione della cannabis non sottrae risorse ai pomodori e all’uva e agli agrumi…