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[was] appunti e note sul mondo islamico contemporaneo

L'Egitto dei mercanti musulmani

2012-02-24
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Sultan el-Qassemi è un cittadino degli Emirati Arabi uniti che scrive fondi per Egypt Independent, in inglese.

Qualche tempo fa aveva scritto un articolo in cui esplicitamente trattava un tema sui cui molti, in quest’ultimo periodo, si sono fatti diverse domande. Affrontava il tema delle relazioni fra Fratelli Musulmani egiziani, vincitori delle elezioni, e paesi del Golfo.

Ricordava che ad oggi Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita sono i due paesi del Golfo “più scettici” riguardo ai Fratelli Musulmani ma, allo stesso tempo, sono “due fra le più grandi economie del Golfo” (in mezzo alle due c’è il Qatar), sono paesi che investono moltissimo in Egitto (10 miliardi di dollari a testa) e hanno promesso sostanzioni aiuti, inoltre 1,5 milioni di egiziani risiedono in Arabia Saudita e 25o mila egiziani negli Emirati.

Lo scetticismo è dovuto al fatto che i Fratelli corrono per se stessi e nei paesi del Golfo, dove sono in crescita, ciò suscita una certa apprensione.

Secondo el-Qassemi questi scettici dovrebbero essere rassicurati sul fatto che i Fratelli non “esporteranno” la “rivoluzione” che, è sempre bene ricordarlo, in Egitto hanno sapientemente cavalcato. E sapere che il nuovo governo egiziano, da essi diretto, non creerà “problemi di sicurezza” nel Golfo. Emirati e Arabia Saudita sono pronti a inondare di denaro l’Egitto se i Fratelli avranno una linea economica chiara e prenderanno posizione sugli impegni presi con il Fondo Monetario Internazionale  e la Banca Mondiale.

A questo riguardo una voce ufficiale della monarchia saudita affermava che i partiti islamisti, in Egitto e altrove, dovevano smetterla di “perdere tempo” alla ricerca di relazioni economiche con “l’Occidente”, impegnato a risolvere i propri problemi finanziari, e saltare sul carro degli Stati arabi del Golfo (che invece di problemi finanziari non ne hanno).

In un recente articolo apparso su “The National”, giornale degli Emirati, l’editorialista Hassan Hassan si dichiarava stanco dell’influenza dei Fratelli Musulmani locali, soprattutto nel campo dell’educazione, i quali “giurano fedeltà” al leader dei Fratelli egiziani, Mohammed Badie.

Il pezzo proseguiva menzionando il Qatar che, essendo sponsor dei Fratelli Musulmani nel mondo e allo stesso tempo impegnato in Egitto economicamente (si parla anche qui di 10 miliardi di dollari “promessi” all’Egitto una volta ristabilitasi la calma), può funzionare da “mediatore” fra Fratelli, Emirati e Arabi Saudita.  Chiosava notando che i paesi del Golfo sono strategici per l’Egitto in termini di contenimento militare dei confronti dell’Iran e, in più, condividono con i Fratelli Musulmani un’ideologia economica liberale di destra. E chiudeva interrogandosi su futuro.

Lo scorso 23 febbraio, poi, el-Qassemi andava a parlare con i Fratelli Musulmani. Khaled al-Qazzaz, il coordinatore per le relazioni internazionali di Libertà e Giustizia, ossia il partito dei Fratelli Musulmani, lo informava che “stava per incontrare il boss”. Ma il “boss” non era Mohammed Badie, bensì il 62enne Mohammed Khairat al-Shater, il businnesman più importante dell’intera fratellanza e vicepresidente della Fratellanza.

Al-Shater, che è anche uno dei candidati alla Presidenza del consiglio egiziano, è un personaggio da descrivere, se si vuole capire qualcosa su ciò di cui trattiamo.

Nel 2006 fu arrestato durante una dimostrazione dei Fratelli Musulmani all’università islamica di al-Azhar. Nel 2007 fu assolto presso un Tribunale civile dall’accusa di riciclaggio di denaro e di finanziamento di un’organizzazione illegale (i Fratelli, appunto che, ricordiamolo, prima della Rivoluzione erano fuori legge e partecipavano alla vita politica come singoli, non potendo formare un partito) ma l’ex Presidente Hosni Mubarak lo portò di fronte a un Tribunale militare tramite decreto presidenziale.

Al tempo, come ho già scritto, il fatto era stato “attenzionato” dall’Ambasciata americana al Cairo che, in un cable, riportava che la campagna d’informazione (parzialmente disinformativa) che i Fratelli Musulmani avevano messo in piedi per liberare al-Shater (e gli altri che erano in prigione con lui per gli stessi motivi) puntava sui guasti che il congelamento degli assets dei businnesmen della Fratellanza (una settantina di compagnie), seguiti agli arresti, avrebbero generato nell’economia egiziana.

Dietro a tutta la vicenda, come sottolineava qualche giorno fa Zeinab Abul-Magd, non c’era altro che una battaglia, combattuta a colpi di arresti e processi, fra i gruppi economici più potenti d’Egitto: da una parte i Fratelli, dall’altra Gamal Mubarak, figlio di Hosni e “papabile” alla Presidenza dell’Egitto, e i suoi “amici”. Da notare che l’esistenza stessa di questa battaglia mostrava in controluce le difficoltà dell’establishment economico dei militari, che non vedevano di buon occhio né i Fratelli né Gamal Mubarak, un “pescecane” neoliberista che con i militari stessi aveva poco o nulla a che fare.

Nel 2008 il Tribunale militare comminò ad al-Shater una pena di 7 anni di prigione ma lo scorso marzo, qualche settimana dopo dalla caduta di Mubarak, il Consiglio Superiore delle Forze Armate lo ha tolto di prigione. Recentemente, poi, i legali della Fratellanza hanno chiesto l’annullamento delle accuse per i disordini di al-Azhar mentre proprio qualche giorno fa, e questa è la notizia più importante, la Corte d’Appello egiziana ha ordinato al chairman della Borsa egiziana di scongelare di assets di al-Shater e di altri magnati della Fratellanza.

Al-Shater, insomma, non è altro che un potente tycoon che, oltre ad aver aiutato finanziariamente il partito dei Fratelli a vincere le ultime elezioni, sta mettendo in piedi l’agenda economica di Libertà e Giustizia. Certo, è anche un “pio” musulmano ma, principalmente, è un uomo che ha a che fare con soldi e investimenti. Il perfetto rappresentante di quella che non può chiamarsi altro che “nuova classe dominante” egiziana.

La sua “pietà” è strettamente correlata con la sua etica del lavoro, del capitale, dei soldi. Il suo identikit ci riporta a quello che Patrick Haenni (in L’islam de marché: l’autre révolution conservatrice), già 10 anni fa chiamava l’islam di mercato:

un modello americano conservatore, che associa democrazia istituzionale e pressioni contro la pluralizzazione degli stili di vita, che si profila all’orizzonte dell’incontro tra la reislamizzazione borghese e il suo concomitante affrancamento dalla matrice islamica.

Come scrivevo già un anno fa:

Il fatto non sarebbe di qualche rilievo se non si considerasse che la nuova borghesia musulmana d’Egitto, così come la descrive Henni, si sviluppa all’interno del contesto politico-culturale della Fratellanza Musulmana.

Il nostro ci spiega – quasi incidentalmente – che il fenomeno dell’islamercato [così lo chiamo io], in Egitto, nasce proprio sulle ceneri di una sconfitta politica de facto dell’islam politico, quell’islam politico che proprio in questi giorni procura un sovraccarico di ansia nelle menti e nei cuori di tanti osservatori più o meno titolati, più o meno in buona fede.

La nuova borghesia musulmana […] non chiede altro che fare affari, vede nel mercato una via d’uscita (l’islam come “strumento”, non come “soluzione”), e per questo prende come modello di riferimento la Turchia: un paese in cui ha vinto un partito demoislamico (guardate, ad esempio, cosa dice il leader della Nahda tunisina, Rachid Ghannouchi).

E, forse paradossalmente, è un fattore secolarizzante perché mercifica l’identità religiosa, relegandola a una dimensione privata (un fenomeno che è ben visibile non solo nel contesto islamico, vedi ad esempio qui).

Ma ora andiamo oltre – solo con un cenno – perché questa borghesia agisce, ovviamente, per sé, per i propri interessi. E, come recita il sottotitolo del libro di Henni è protagonista di una “rivoluzione conservatrice”, laddove per “conservatore” si intende qualcuno che ritiene di poter coltivare i propri interessi senza modificare un certo status quo (vedi ad esempio qui).

Forse, rileggendo le prese di posizione degli ultimi anni dei Fratelli Musulmani egiziani in questa luce, potremo capire molto di più su ciò che sta succedendo e su ciò che davvero potrebbe succedere nei prossimi anni.

Un’ultima considerazione, frutto del mio lavoro: comunque la si pensi, per “il mercato” una borghesia musulmana conservatrice è certamente più affidabile, visti anche i capitali del Golfo, di tanti altri attori oggi in campo in Egitto e altrove.

Gli americani sanno bene tutto questo se è vero che Vali Nasr, un ricercatore certamente molto meno partisan di Henni, scrive nel 2009 “Forces of Fortune” (vedi anche qui).

Ritengo che l’Amministrazione americana stia facendo i propri calcoli in base a queste considerazioni in Tunisia, in Egitto e altrove, forse a spese di quella parte di Israele che in un futuro così disegnato risulterebbe perdente.

Bene, torniamo all’articolo di el-Qassemi, perché proprio quell’articolo ci descrive un ulteriore passo in avanti di un processo che da una parte tenderebbe a marginalizzare Washington e anche l’Europa, e dall’altro ci illustra perfettamente che la dinamica in atto ha a che vedere con i soldi e non con la religione o l’islam politico.

El-Qassemi non intervista al-Shater ma ci racconta, per bocca di al-Qazzaz, che “esportare la rivoluzione nel Golfo è contro gli interessi dei Fratelli Musulmani” i quali, aggiungo io, sono impegnati in Egitto a spegnere i fuochi di una rivoluzione che vuole continuare a esistere. La Fratellanza “incoraggia la stabilità nella regione” ed è “preoccupata della stabilità degli Stati del Golfo” essendo essa fondamentale per “gli interessi egiziani”. Riguardo alla non compromissione della stabilità negli Stati del Golfo al-Qazzaz dice che: “lo stabilirsi di un nuovo Egitto democratico che abbia un profilo islamizzante ben bilanciato, contribuirà a dare un’immagine migliore dei paesi islamici sunniti e farà aumentare il livello di cooperazione fra di essi”.

La “sicurezza” del Golfo è necessaria, dal punto di vista della Fratellanza, “per gestire al meglio il processo di trasferimento dei poteri dai militari ai civili”. E via con altre rassicurazioni: l’organizzazione ha bisogno di stabilità per gestire al meglio nella transizione lo scontento di quegli attori economici che in Egitto hanno oggi una posizione privilegiata, primi fra tutti i militari che, come ho già fatto presente in passato, dovranno fare un passo indietro, o comunque riciclarsi in un contesto economico meno “grigio” rispetto ai tempi di Mubarak.

Riguardo poi a quegli investimenti di capitali del Golfo in Egitto che in questi mesi sono stati in un modo o nell’altro annullati per manifesta illegalità (vedi qui, ad esempio) o in attesa di sviluppi, al-Qazzaz assicura che verranno riconsiderati e/o posti in essere, che insomma da quel punto di vista tutto tornerà ad essere facile e tranquillo. Con l’incentivo di una nuova patina islamizzante anche in campo finanziario: è recente la notizia dell’emissione da parte del Governo egiziano di sukuk, ovvero “bond islamici”, per un valore di 2 miliardi di dollari.

In conclusione trovo valide e fortemente significative le parole della già citata Zeinab Abul-Magd. Nella sua riflessione: “sembra proprio che stiamo assistendo ad un altro illeggittimo matrimonio fra capitale e potere”.

Un capitale che, riprendendo Haenni, accoglie a braccia aperte l’ideologia dei conservatori americani essendo che, come riporta Abul-Magd: “la Fratellanza supporta il capitalismo del libero mercato; sono ricchi uomini d’affari la cui agenda economica comprende un programma di privatizzazioni e di investimenti stranieri”.

Esattamente come un repubblicano americano medio: “La Fratellanza non sposa l’idea di una redistribuzione della ricchezza, preferendo invece la carità [che, aggiungo io, trova nell’istituto islamico della zakat uno strumento perfetto se rivisto e corretto in un’ottica capitalista]  come mezzo per combattere la povertà”.

Niente di più e niente di meno del “conservatorismo compassionevole” di Marvin Olasky e George W. Bush: scardinare lo Stato sociale, magari adottando la perniciosa dottrina di quello che con un neologismo gli ideologi dell’islamercato chiamano ipocritamente Islamic Welfare State

E, naturalmente, negare le istanze di giustizia sociale emerse con la rivolta del 25 gennaio.

 

 

 

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One Response to L'Egitto dei mercanti musulmani

  1. […] dell’eredità rivoluzionaria, facendo leva sulla loro posizione economica nel paese (vedi questo articolo) e sulla loro capillare rete di contatti, interni ed esterni, costruita nei decenni in diverse […]

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