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[was] appunti e note sul mondo islamico contemporaneo

Stratfor, l'intelligenza (o stupidità) collettiva e un e-mail sull'Egitto

2012-02-29
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Wikileaks fa un altro colpo grosso: pubblica in progressione 5 milioni di e-mail di Stratfor, un’agenzia americana privata di intelligence che offre i suoi servizi a decine di aziende private e ha connessioni di tutti i generi con l’amministrazione americana (si autodefinisce: “the world’s largest private intelligence and forecasting company”).

La prima cosa da notare è che non si tratta, come nel caso del Cablegate, di documenti ufficiali, ben codificati in una griglia di lettura e/o interpretazione. Rappresentano un flusso di informazioni che testimonia l’attività di quella agenzia. Quindi non sappiamo se i testi che leggiamo saranno poi pubblicati o tenuti segreti o utilizzati internamente come pro-memoria o scartati.  Cioè: non ne conosciamo l’uso, o lo possiamo intuire.

Presi tutti insieme, in quanto flusso, ci raccontano di come funzioni un’agenzia del genere, quali siano le metodologie per il reperimento delle informazioni, quali le strategie per accontentare la committenza, quale il sistema di fund raising e molte altre cose.

Sono abbonato alla newsletter di Stratfor da diversi mesi. Talvolta uso questa fonte, ma con le dovute cautele: solitamente ciò che un’agenzia del genere pubblica, rappresenta una minima parte di ciò che l’agenzia sa davvero riguardo a un tema.

Inoltre “imposta” i discorsi in base alla sua agenda, che è un misto fra l’interesse che l’agenzia ha nel farsi pubblicità e l’interesse che l’agenzia ha di perorare una causa o un’altra. E, a differenza di molti altri soggetti che producono informazione in rete e altrove, è un’agenzia che, come dimostrano appunto i gifiles, sa benissimo quale ruolo sta ricoprendo nel momento in cui pubblica qualcosa.

Per spiegare cosa intendo riporto quanto giusto un anno fa pubblicavo riguardo due articoli usciti su Stratfor, il post si intitolava “Stratfor, non ci siamo“:

A stretto giro sono usciti 2 articoli dalla Stratfor di Friedman George.

  1. Jihadist opportunities in Libya [grazie Serida per la segnalazione];
  2. Revolution and ther Muslim World, scritto da George stesso.

Questi due articoli hanno due grossi problemi.

Il primo non considera l’elemento interno, cioè i Gheddafi, nello scatenare eventuali recrudescenze jihadiste.

Come scrivevo ieri, il dato principale che emerge da un’analisi sul rischio-terrorismo in Libia è che il regime di Gheddafi l’ha controllato ad arte scatenarlo contro i suoi nemici (e lo sta facendo).

In quel quadro di “culto dell’autoconservazione” di cui scrivevo qui.

Inoltre:

  1. non accenna alla vicenda dei prigionieri di Guantanamo e alle relazioni dell’amministrazione americana con Gheddafi in relazione ad essi;
  2. non riporta le notizie sulle recenti liberazioni di terroristi.

Sarà che in italiano dire “opportunità” è quasi dire “invito”, ma il pezzo di Scott Stewart sembra proprio quasi invitare i jihadisti alla mobilitazione, sembra una specie di brossura con tanto di offerte speciali.

E questo non è bello.

Il secondo articolo non pone molti problemi dal punto di vista dei dati che riporta (ci sarebbe comunque molto da discutere), quanto dal fatto che inserisce i dati nel contesto sbagliato: il “mondo musulmano”.

Il contesto del mondo musulmano in rapporto a ciò che sta succedendo in questi mesi NON è pertinente per decine di motivi, ma principalmente per il fatto che le rivoluzioni in atto NON hanno basi rivendicative che si richiamano a un qualcosa di islamico e NON coinvolgono tutto il mondo musulmano ma principalmente il mondo arabo.

Partendo da questo preconcetto, George ci fa capire che ancora ragiona in termini di conflitto di civiltà e ciò ci pone nella condizione di chiederci: George, ci fai o ci sei?

Essendo Stratfor un’agenzia che produce intelligence penso proprio che ci faccia.

Volete una prova?

L’incipit del pezzo fa: “il mondo islamico, dal Nord Africa all’Iran…”

Dal Nord Africa all’Iran?

E dall’Iran all’Indonesia che succede?

George: è lì che vivono la stragrande maggioranza dei musulmani del mondo… di che cosa stai parlando?

In entrambi i casi, a voi il riscontro sui testi, le informazioni erano messe al servizio di una teoria, più o meno esplicita, e non possiamo non pensare che alla Stratfor non abbiano considerato questo elemento.

Un altro esempio è l’articolo che George Friedman, lo scorso marzo, dedicava alla rivolta in Bahrain e alle sue implicazioni:

All’indomani della invasione saudita del Bahrain, un evento che la diplomazia americana nega (excusatio non petita) e l’opposizione – anche quella morbida – stigmatizza (definendolo un “atto di guerra”), George Friedman di Stratfor ci spiega che la rivoluzione del Bahrain, “come tutte le rivoluzioni” ha due aspetti: il primo consiste nel genuino desiderio della maggioranza sciita di vedere affermati i propri diritti, il secondo consiste negli interessi dei paesi stranieri nel Bahrain.

Nel caso del Bahrain gli interessi stranieri non-iraniani non sono conciliabili con il genuino desiderio.

L’Iran beneficerebbe della ribellione perché essa metterebbe in difficoltà gli americani (e l’intera banda del Consiglio di Cooperazione del Golfo, Arabia Saudita in testa) che lì hanno la Quinta flotta e un mare di interessi.

Così come beneficerebbe dell’intero clima “rivoluzionario” degli ultimi mesi in quanto metterebbe in difficoltà gli americani e aprirebbe loro la strada per l’anelata egemonia nel Golfo.

Bene. Il nostro George dimostra di non aver capito, o di voler nascondere, un fatto essenziale: l’Iran non beneficia affatto del clima rivoluzionario.

O perlomeno: non ne beneficerebbe nel caso quel clima venisse pesantemente represso. Cosa che invece sta avvenendo in Bahrain.

Friedman dimentica che sì, è vero che Ahmadinejad ha “celebrato” la vittoria della rivolta del 25 gennaio in Egitto, ma è vero anche che l’opposizione verde, in Iran, è scesa in piazza con le bandiere egiziane in mano, usando le stesse strategie, gli stessi slogan, chiedendo le stesse cose (con i docuti distinguo, vedi qui) nello stesso giorno in cui è iniziata la rivolta del Bahrain.

Dimentica che finora i tentativi di cavalcare le rivolte – spesso in senso islamizzante – di Ahmadinejad sono risultati inutili anzi, quasi ridicoli (vi ricordate i giornalisti dell’iraniana Press TV che andavano in giro per la Tunisia alla ricerca di qualche donna che dicesse loro che aveva fatto la rivoluzione per potersi mettere il niqab?)

Insomma: il tentativo di Friedman di spiegarci perché è il caso di fare buon viso a cattivo gioco in Bahrain è ridicolo.

La rivolta dei cittadini del Bahrain non è pro-Iran, o perlomeno non lo era: reprimerla con i carri armati del Consiglio di Cooperazione del Golfo significa invece, molto probabilmente, consegnarla a quegli agenti iraniani che certamente circolano a Manama.

E’ vero: più ci si avvicina al cuore degli interessi petroliferi, meno si è disposti a parlare di democrazia e libertà, più si cade nell’imbarazzo.

Ma ciò non significa che si debba sprofondare nel ridicolo.

Perché sulla genuinità della rivolta del Bahrain, al suo esplodere il 14 febbraio, non ci sono dubbi, ed è già un miracolo che abbia resistito tutto sommato integra, nonostante i tentativi di polarizzarla in una direzione che renderebbe accettabile la repressione (ho spiegato più volte, vedi qui e qui, in quale misura la logica dello scontro sciiti-sunniti non è pertinente)

Certo, gli iraniani sono vecchie volpi, si comportano da potenza regionale, vogliono l’egemonia economica e politica.

Ma questo non giustifica in nessun modo ciò che in Bahrain sta accadendo.

A volte leggere le analisi di Stratfor in controluce, ad esempio in comparazione con altre fonti di intelligence, ci aiuta a capire i punti di vista dei “clienti” di Stratfor stessa.

Di recente, ad esempio:

Stratfor ha pubblicato un articolo di Kamran Bokhari sul coinvolgimento di fazioni terroristiche di ispirazione islamista in Siria.

Si intitola “Le opportunità jihadiste in Siria” e l’analisi è la stessa di DEBKAfile, della quale ho scritto ieri.

Uniche differenze:

  1. DEBKAfile parla insistentemente di al-Qaida, Stratfor parla soprattutto di jihadisti;
  2. DEBKAfile parla di “re sauditi” che contattano i qaidisti in Iraq per convincerli ad andare a combattere in Sitia, Stratfor parla di “Riyad” che cerca di dirigere i jihadisti in Siria laddove, a suo tempo, li aveva spinti in Iraq per non averli fra i piedi in Arabia Saudita;
  3. DEBKAfile parla di Abu Mus’ab al-Suri, Stratfor no;
  4. DEBKAfile da numeri, Stratfor no.

In sostanza il nodo è lo stesso. Quelle che in principio ho chiamato con una perifrasi “fazioni terroristiche di ispirazione islamista” si dirigono in Siria nella speranza che il caos li avvantaggi.

Interessante, però, è notare, a livello di critica della notizia, le due diverse attitudini.

I primi, ambiente israeliano, accentuano l’allarme dando l’etichetta (al-Qaida) e fornendo numeri (non verificabili). I secondi, ambiente americano, tendono a sfumare i contorni (non danno numeri) e anzi tendono a depotenziare l’evocatività del richiamo ad al-Qaida. Riguardo al messaggio di al-Zawahiri dicono: “Il messaggio di al-Zawahiri rappresenta una conferma del fatto che la leadership centrale di al-Qaida, confinata nei suoi nascondigli in Pakistan, può emanare messaggi video ma riesce sempre meno a pianificare un piano strategico”.

Io ho un’idea su cosa questo significhi. Voi?

Molto spesso, insomma, a Stratfor interessa più “impostare il discorso” su un tema in una certa maniera che non capire fino in fondo cosa sta succedendo e/o rendere pubblica la propria lettura dei fatti.

E’ chiaro che per quanto riguarda la critica alle cose pubblicate da Stratfor entra in gioco “l’intellgenza collettiva” ovvero l’audience di quelle pubblicazioni, che dovrebbe farne buon uso, cioè dovrebbe cercare di farne la tara, distinguendo fra “nozione” e “messaggio”, fra “notizia” e “teoria” che attraverso la notizia viene veicolata, estraendo da quei testi non soltanto il dato (ad es.: ci sono jihadisti salafiti e/o qaidisti in Siria) ma anche il metadato (es. Stratfor nel caso della Siria utilizza una terminologia tesa a smorzare la mitologia qaidista).

E’ vero: molto spesso succede che questa analisi sia difficile, soprattutto quando sembra che Stratfor sia la prima “agenzia” a dare una notizia al pubblico. Come verificare? E’ tutta un’invenzione o c’è dietro qualcosa di vero? In questi casi bisogna sempre tener conto del fatto che Strafor le informazioni davvero importanti o le “primizie” le tiene generalmente per sé: la maggior parte delle volte una notizia di Stratfor che “sembra” uno scoop non è altro che una rielaborazione di notizie che già circolano e che Strafor “legge” in relazione ad altri dati. O meglio: è una notizia che Stratfor già aveva e che diffonde nella sua versione nel momento in cui diviene di dominio pubblico.

In questi frangenti l'”intelligenza colletiva” rischia di divenire “stupidità di massa”, con tutto il portato complottista che ne consegue. Ma la cosa cambia un bel po’ quando abbiamo fra le mani il “raw material”, cioè testi che circolano dapprima e forse per sempre solo all’interno dell’agenzia, o sono in via di definizione, o hanno una destinazione d’uso diversa dalla pubblicazione, o rappresentano solo pro-memoria, eccetera. Soprattutto: non è detto che chi produce analisi “interne” sappia tutto e/o legga una data situazione senza sbagliare: l’importante è tenere conto che queste analisi finiscono di norma nelle mani del “capo”, che le valuta in base alla loro funzionalità, generalmente diversa dal “dire tutto ciò che c’è da dire” su un tema.

In questo caso insomma abbiamo a disposizione analisi “sincere” prodotte da persone che si presume abbiano una certa dimestichezza con i temi che trattano. Abbiamo testi che non sono “oro colato”, ovvero potrebbero avere diversi “bug”, ma allo stesso tempo non contengono o contengono in misura minore un’intenzione mistificatoria, una teoria da dare in pasto al pubblico.

E qui “l’intelligenza collettiva” può esercitarsi meglio, senza soffermarsi troppo sul “metadato” e, soprattutto, senza grandi paranoie complottiste, giudicando in base alla consapevolezza che dietro a un testo c’è una persona (o più persone in team) che “vuota il sacco” e forse sbaglia.

Certo, non si tratta di notizie “fresche”, di scoop. ma avere a disposizione un’analisi interna di Stratfor può aiutare meglio a capire alcune cose.

Esempio: fra i primi leaks pubblicati da Stratfor c’è questo e-mail datato 13 dicembre 2011 riguardante le “conclusioni della monografia sull’Egitto”, un testo che analizza l’anno rivoluzionario di quel paese. Un e-mail predisposto “per il commento”, cioè sottoposto al vaglio e alle considerazioni dell'”intellgenza interna” a Stratfor, un qualcosa che non è “pronto”, non è “la linea di Statfor”, né il pensiero della sua dirigenza, né “tutto il sapere accumulato da Stratfor” su quel tema. Ma che, allo stesso tempo, è di buon livello e per molti versi va al cuore del problema del “nuovo Egitto”.

In apertura capiamo che nonostante la rivoluzione “le vecchie regole, l’isolamento dal mondo esterno e la dipendenza dalle forze esterne” sono ancora in corso.

L’analisi si concentra non “sulle aspirazioni di chi manifesta a piazza Tahrir” ma sulla vera “avanguardia dello Stato egiziano”, cioè sugli “imperativi strategici dei militari”.

Da Nasser in poi l’Egitto è infatti retto dai militari e tutta la politica egiziana si ordina attorno agli interessi dei militari, che si organizzano in un’oligarchia.

Un sistema che si stabilizza negli anni ’70 e rimane valido fino a metà degli anni 2000.

In quei decenni qualsiasi interesse economico esterno è stato filtrato da quell’oligarchia. La partnership di quest’ultima con gli Americani e la pace con Israele hanno reso impermeabile il sistema rispetto a turbative economiche esterne. In altre parole: in un do ut des i militari sono rimasti al potere e hanno gestito i propri interessi economici perché garantivano stabilità dal punto di vista geopolitico. La qual cosa li ha resi invisi al resto del mondo arabo, che vedeva nella pace con Israele un tradimento della causa “araba”.

Ma poiché Hosni Mubarak invecchiava e si poneva il problema della sua successione, il paradigma negli ultimi anni è cambiato. L’ascesa del figlio di Mubarak, Gamal, metteva a rischio i privilegi dei militari nel loro insieme: da dittatura militare  l’Egitto rischiava di divenire una “dinastia ereditaria” anche in considerazione del fatto che Gamal e il suo gruppo non erano parte integrante dell’oligarchia militare (Gamal non aveva neanche finito di fare il servizio militare).

Gamal e i suoi sodali, aiutati in questo anche da istituzioni internazionali come la Banca Mondiale, mirava a “privatizzare” lo Stato egiziano, mettendo a rischio gli interessi militari che, fra l’altro, giudicavano il pupillo di Hosni ben poco capace di gestire la sicurezza interna.

Il risultato di tutto questo, secondo l’analista di Stratfor, è tout court la “primavera araba”: durante la rivolta i militari cercavano di convincere Hosni e Gamal a cedere il passo. Si presentarano come “mediatori” e “garanti”, avendo cura di non fare morti o feriti e lasciando alla polizia di Mubarak l’onere di fermare le dimostrazioni, attirandosi anche l’odio dei manifestanti (che, fra l’altro –aggiungo io– manifestavano proprio contro la polizia corrotta nel giorno, il 25 gennaio, della festa della polizia).

E qui mi fermo un attimo per citare, mettendo a frutto quell’intelligenza colletiva di cui sopra, un vecchio post di Sandmonkey, uno dei blogger egiziani più conosciuti internazionalmente (anche perché generalmente scrive in inglese) che, qualche mese fa, si chiedeva chi, quel fatidico 28 gennaio, “tagliò” le linee di comunicazione egiziane, chi “spense” la rete lasciando sì i rivoltosi in difficoltà (ma non troppo visti i ponti radio e la volontà di continuare che anzi montò proprio in seguito a quel taglio) ma anche isolate le forze di polizia?

C’è una domanda che continua a tormentarmi durante tutti i dieci mesi passati: chi, esattamente, ha tagliato le comunicazioni il 28 gennaio [vedi qui, n.d.r.]?

Qualcuno ha detto che fu il Ministero degli interni ma questo non è esatto perché i soldati e gli ufficiali per strada non sapevano del fatto che le comunicazioni erano state pressoché eliminate. La maggior parte di loro rimasero sorpresi da questo, così come noi, e usare le radio non era un modo efficace per buttare giù un piano o organizzare una forza di polizia contro i manifestanti. Questo è il motivo per cui sono stati battuti così velocemente. Ogni Ufficiale di polizia che ho incontrato mi ha detto che si sono ritrovati con il network telefonico inattivo e che nessuno di loro aveva ricevuto un piano con cui iniziare. Se non c’era un piano e nessuna coordinazione, perché hanno tagliato le comunicazioni? E se è stato il Ministero degli interni a tagliare le comunicazioni, quanto tempo gli ci è voluto per capire che si stavano praticamente sparando sui piedi e dovevano riaccendere tutto per salvare i loro soldati dalla epica disfatta che hanno subito? Una mezzora, al massimo? Le comunicazioni sono state giù per quattro giorni.

Chi ha tagliato le comunicazioni? Mubarak? Ma la polizia era il suo esercito privato. Esistevano per servirlo. Quando tempo ci è voluto prima che i capi del Ministero degli interni lo informassero che tagliare le comunicazioni significava che i soldati che gli servivano per fermare la rivoluzione sarebbero stati ammazzati e picchiati? Dieci minuti? Perché questo non è successo?

E se entrambi il Presidente e il Ministero degli interni volevano che ritornassero attive le comunicazioni, almeno i cellulari, chi aveva il potere di rifiutare i loro ordini o fermarli?

Chi ha tagliato le comunicazioni, e perché?

Dando per buona l’analisi di Stratfor a tagliare la rete in Egitto quel 28 gennaio devono essere stati proprio i militari. E il perché è a questo punto ovvio: “gestendo” le manifestazioni i militari hanno eterodiretto la rivolta per i propri fini.

Ma andiamo avanti, perché qui iniziamo a intravedere i limiti del ragionamento. Secondo l’estensore del testo siamo infatti ai limiti del complotto: i manifestanti erano un numero ridotto, l’1% della popolazione, laddove solitamente “una rivoluzione” ne coinvolge almeno il 10%. Insomma la cosa poteva essere tranquillamente sedata, la rivoluzione in realtà è stata un colpo di Stato, frutto di un intrigo di palazzo.

Il “limite” sta nel fatto che c’è una bella differenza fra l’appropriarsi di una rivolta e accenderla, che ci sono tanti modi di appropriarsi di una rivolta e che non sempre questa appropriazione da i frutti sperati. Che vi sia stata un’appropriazione è sotto gli occhi di tutti, ma non è detto che questa appropriazione sia stata opera unica dei militari egiziani e/o osteggiata/partecipata da quelle stesse forze esterne di cui sopra.

In fatto di appropriazione della rivolta, ad esempio, non si possono non considerare i Fratelli Musulmani che, è chiaro a tutti, spero, gestiscono adesso una grande fetta dell’eredità rivoluzionaria, facendo leva sulla loro posizione economica nel paese (vedi questo articolo) e sulla loro capillare rete di contatti, interni ed esterni, costruita nei decenni in diverse forme.

In breve ci può essere stato un “intrigo di palazzo” ma solo con l’obiettivo di “mettere una pezza” a una situazione che vedeva l’oligarchia militare perdente su tutti i fronti nel nuovo Egitto. Questo non è un elemento secondario perché parliamo del soggetto “motore” della rivolta, della sua spontaneità, a mio modo di vedere in gran parte indubitabile, e della reazione, più o meno azzeccata, di forze che per loro natura puntavano all’egemonia: una volta eliminato il “gruppo mubarakiano” rimanevano in campo, in termini di poteri forti, i militari da una parte e i Fratelli Musulmani dall’altra (e non c’è cenno nel testo delle relazioni fra militari e salafiti, un altro capitolo su cui sarebbe il caso di approfondire).

Non è un caso se nell’analisi di Stratfor si passi poi  a elencare tutti i motivi per cui la strategia dei militari comportasse dei rischi: rimanere “dietro le quinte” in uno scenario modificato lasciava spazio alle forze rivoluzionarie ma soprattutto ai Fratelli Musulmani, che oggi sono appunto impegnati nel gestire la transizione verso uno Stato che non sia più gestito dai militari. Una transizione che, come scrivevo qualche giorno fa, comporta l’apertura del mercato egiziano, fino ad ora “filtrato” dai militari, ad attori esterni, e in particolare, in una visione liberista “temperata” dall’elemento islamico, ai paesi del Golfo.

In altre parole senza la rivolta i militari, al fine di impedire la “successione dinastica”, avrebbero perseguito un’altra strategia e questo dimostra in qualche modo quanto essi, pur avendo lavorato per appropriarsi della rivolta, non l’hanno “accesa” né ordita.

Il testo, concentrandosi sulle “nuove sfide” che i militari egiziani hanno di fronte se vogliono rimanere in posizione dominante, passa poi ad analizzare, appunto, il crescente peso dell’islam politico nelle dinamiche interne ed esterne all’Egitto. In particolare, si sofferma sui rapporti fra Egitto e Israele, laddove Hamas intende riposizionarsi per divenire una forza politica di mainstream e ha interesse a trovare un partner come i Fratelli Musulmani in Egitto. I militari egiziani, dunque, hanno dalla loro parte il loro tradizionale ruolo di “garanti” dei buoni rapporti con Israele, il loro ruolo di “contenimento” della marea islamista che danneggerebbe quel paese. L’Egitto potrebbe trovarsi a gestire  una crisi di rapporti con Israele proprio a causa delle nuove politiche dei Fratelli Musulmani in quel contesto.

Ma l’analisi si inserisce in una cornice troppo piccola. Nell’area di cui stiamo parlando i riposizionamenti e i nuovi protagonismi sono molteplici. Il tema dei crescenti e sempre più evidenti rapporti fra le formazioni dell’islam politico, gli americani e i paesi del Golfo è completamente tralasciato. Omettendolo, uno dei più importanti tasselli utili per capire cosa sta succedendo viene a mancare.

Questo, di contro, è il tema del post che ho pubblicato qualche giorno fa e che qui ho citato più volte. Invito tutti, dunque, a dargli un’occhiata facendo click qui.

In conclusione: non sappiamo a quale scopo il testo che ho analizzato fosse stato composto. Forse le carenze che ho individuato sono spia del fatto che la committenza fosse israeliana, o filo-israeliana. Forse no. Forse era solo un difetto di visione in un mondo che cambia velocemente.

Rimane, tuttavia, interessante per sviluppare quella intelligenza collettiva di cui si parlava in principio e che faremmo bene tutti a curare, togliendoci i paraocchi.

Segue il testo di Stratfor.

————————-

Re: FOR COMMENT – Conclusion to Egypt monograph – Contemporary Challenges: Life After Mubarak
Email-ID     309308
Date     2011-12-13 17:02:27
From     [email protected]
To     [email protected], [email protected]
Hola Reva,
Can we go ahead and edit the for comment version of the monograph? Thanks!

———————————————————————-

From: “Reva Bhalla”
To: “Analyst List”
Sent: Monday, December 12, 2011 4:22:40 PM
Subject: FOR COMMENT – Conclusion to Egypt monograph –
Contemporary Challenges: Life After Mubarak

Contemporary Challenges: Life After Mubarak

Early 2011 was a dramatic period in modern Egyptian history. The
mainstream mediaa**s narrative on the Arab Spring portrayed popular
uprisings as the driving force that swept away the regime of Hosni Mubarak
and opened the door to democracy. But a closer examination indicates that
the rules of the past still apply. Concentration of power, physical
isolation from the outside world, and dependence upon outside forces for
economic security remain the trifecta that drives Egyptian society and
governmental development.

To understand the Arab Spring one must first understand the factors that
led to it. This is a discussion that must begin, not with the aspirations
of those that protested in Tahrir square, but with the strategic
imperatives of the military, the true vanguard of the Egyptian state.

Nassera**s plan to elevate the military as the vanguard of society worked,
but in years after Nassera**s death the military itself shifted position.
Rather than partnering with the Soviets to create a regional sphere of
influence, the military evolved its vanguard position in Egyptian society
into a system of ossified control. The state still owned nearly everything
of worth, but it was managed by and for the benefit of the military brass.
Everything from banks to import/export to agriculture — already heavily
influenced by the military under the vanguard system — was consolidated
into a series of military oligarchies. Rather than working to elevate
Egypt economically, the military oligarchs mostly divvied up the local
spoils and lived large.

This was a stable system from the late-1970s until the mid-2000s.
Egypta**s shielded geography limited the ability of any international
economic interest to challenge the military staffsa** personal fiefdoms.
Egypta**s partnership with the Americans mitigated international pressure
of all sorts, and in many ways even Egypta**s ostracism from the Arab
world due to its treaty with Israel allowed Egypta**s generals to rule
Egypt however they saw fit.

As (now deposed) President Mubarak aged, however, an internal challenge
arose to the military oligarchy in the form of the former presidenta**s
son, Gamal Mubarak, who wanted to transform Egypt from a military
oligarchy into a more traditional Egyptian dynasty. Doing this required
the breaking of the militarya**s hold on the economy. Gamal and his allies
— often with the express assistance of international institutions like
the World Bank — worked to a**privatizea** Egyptian state assets to
themselves. This process was a direct threat to the militarya**s political
and economic position at the top of Egyptian society. The military also
viewed Gamal, who never completed his military service, as a political
neophyte, incapable of understanding and managing the countrya**s security
imperatives.

The result was the a**Arab Springa**. In the months leading up to the
January demonstrations, Egypta**s top generals were delivering very stern
ultimatums to the president to abandon any hope of passing the reins to
Gamal while looking at their options to unseat Mubarak via more
unconventional means. The military strategically positioned itself early
on in the demonstration as the honest broker and guardian of the
protesters, taking care to avoid a violent crackdown on the demonstrators
while Mubaraka**s internal security forces were vilified on the streets.
Such a light hand was not due to lack of capacity, but due to lack of
need. The demonstrations provided the generals with the means to dismantle
the Mubarak legacy, the biggest liability to their own livelihood, while
maintaining the paramount role of the military.

But perhaps the most central indication that the a**revolutiona** was
misconstrued comes from the participation levels. On the day that Mubarak
ultimately stepped down the protests reached their peak. By the most
aggressive estimate only 750,000 people — less than 1 percent of the
population of densely populated Egypt a** took to the streets. In true
revolutions such as that which overthrew Communism in Central Europe or
the shah in Iran, the proportion regularly breached 10 percent and on
occasions even touched 50 percent. In short, Egypta**s Arab Spring was a
palace coup, not a revolution.

But the militarya**s Mubarak removal strategy did not come without risks.
The military would much prefer to return to the days of ruling behind the
scenes while leaving day to day governing to a civilian government that
ultimately answers to the generals. But the political opening that the
military helped to create has also greatly complicated matters: the
military must now employ a much more complex balancing act at home to
altogether keep the civilian government impotent, the opposition divided
and foreign funding flowing toward a half-hearted democratic transition.

With trade and tourism severely curtailed as a result of Egypta**s
political unrest, the military must place extra effort in keeping up
democratic appearances with the west now that the country is once against
dependent upon the economic largess of outside powers. In dealing with the
opposition at home, the military is no stranger to divide-and-conquer
tactics and has maintained a robust intelligence service to keep tabs on
already severely divided opposition. But the signs of strain are already
showing, as the military now needs to learn how to manage an
Islamist-concentrated opposition in parliament as opposed to its usual
practice of making mass arrests and breaking up sporadic demonstrations.
The rewriting of Egypta**s constitution a** a process that the military
intends to fully control a** is likely to be one of several major
disappointments that the opposition is likely to contend with in the
months ahead, adding more friction to the already delicate arrangements
the military has been seeking out with key opposition factions in trying
to remove this fight from the streets.

The more attention the Egyptian military must devote to internal matters,
the more its problems will grow in the immediate neighborhood. A
US-Arab-Turkish consensus on the need to contain Iran has Syria to the
north in the regional spotlight, where a domestic political crisis is fast
evolving into a regional proxy battle. Meanwhile, Islamist Palestinian
movement Hamas is preparing itself for change to come out of Damascus
(where its politbureau is currently headquartered,) while trying to
leverage the political evolution that is already well under way in Egypt.
The political legitimacy being granted to the Muslim Brotherhood in Egypt
via this political transition has provided Hamas, an outgrowth of the MB,
with an opportunity to rebrand itself as a mainstream political operator,
one that is just as capable as the Egyptian MB to break out of political
isolation in Gaza.

But Hamas will have to do more than a public relations campaign to break
out of isolation. The Egyptian military, which shares Israela**s interest
in keeping Hamas contained and the Sinai buffer clear of foreign threats,
remains the biggest obstacle to Hamasa** strategic objective of dominating
the Palestinian political scene without Egyptian and Israeli shackles.
Hamas would like to see a political evolution in Egypt that results in an
Egyptian Islamist government friendly to Hamas and hostile to Israeli
interests. This is an ambitious agenda, but is one likely worth working
toward from the point of view of the Hamas leadership. The best chance
that Hamas has in accelerating this evolution is by creating a crisis of
legitimacy for the Egyptian military by drawing the military into a
conflict with Israel. This can be accomplished in a variety of ways, and
there is no shortage of militant proxies that have benefited from the
Egyptian militarya**s political distractions to expand their area of
operations in the Sinai. Israel is already frustrated by the Egyptian
militarya**s slackened control over the Sinai and tends to revert to a
more preemptive regional posture when neighborhood threats cross a certain
line. Add to this the potential for Iran and Syria to exercise their
militant proxy options to take the attention off regime change campaigns
in Damascus, and Egypt could find itself in the midst of a Sinai crisis
with Israel that both sides have spent the past 33 years desperately
trying to avoid.

This is not an evolution that will take place overnight. After all, Israel
and Egypt went to war in 1973 to create the very peace that they are
trying to preserve. This peace treaty is the foundation of external
security for both sides of the Sinai peninsula and it will take a lot of
organization and effort to break it apart, but the coming years will also
put place the Arab-Israeli balance of power, as defined by peace between
Egypt and Israel, under an unprecedented level of strain.


Maverick Fisher
Director, Writers and Graphics
STRATFOR
221 W. 6th Street, Suite 400
Austin, TX 78701
T: +1 512 744 4322 | F: +1 512 744 4334
www.STRATFOR.com

 

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2 Responses to Stratfor, l'intelligenza (o stupidità) collettiva e un e-mail sull'Egitto

  1. Comandante Diavolo on 2012-02-29 at 14:13

    30 minuti per leggerlo, 30 ore per capirlo :)

    Complimenti per il rischio preso nell’interpretare l’ininterpretabile.

  2. Lorenzo Declich on 2012-02-29 at 17:09

    :-) mi rendo conto di aver tradito il titolo del blog. In questi caso metto i post nella categoria “fuori misura”.

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