Egitto, elezioni presidenziali (0.2): il timore dei brogli

Riporto da un lungo articolo apparso oggi su Medarabnews:

Ad infiammare negli ultimi giorni il panorama elettorale ci ha pensato Ahmed Shafiq, che alcuni sondaggi vicini alla giunta militare hanno inaspettatamente dato tra i favoriti.

L’improvvisa visibilità di Shafiq ha insospettito molti fra coloro che ritengono che i generali non vogliano cedere il potere e potrebbero essere tentati di favorire un candidato a loro vicino.

La base di consenso di Shafiq è costituita essenzialmente da una miscela di nostalgici del vecchio regime e di egiziani che sono stanchi del caos e dell’insicurezza generati da quasi un anno e mezzo di proteste e di confusa transizione politica.

Essendo stato l’unico candidato riammesso dalla Commissione elettorale (dopo essere stato inizialmente squalificato sulla base di una legge approvata dal parlamento allo scopo di impedire agli alti funzionari del passato regime di correre per la presidenza), Shafiq ha assunto una posizione apertamente ostile alle manifestazioni di Piazza Tahrir.

Egli inoltre è certamente un candidato appetibile per la classe finanziaria e imprenditoriale del paese a causa della sua aperta adesione alle politiche neoliberiste adottate dal passato regime (va detto, in ogni caso, che nessuno dei candidati favoriti ha presentato un programma economico che si discosti radicalmente dal passato, e che tutti abbracciano pienamente il libero mercato, più o meno ammorbidito da alcune politiche di solidarietà sociale).

Agli occhi di molti, tuttavia, Shafiq appare troppo compromesso con il vecchio regime per poter essere eletto in una competizione che sia trasparente ed imparziale.


Ma è proprio questo il principale interrogativo dell’attuale consultazione presidenziale: il voto sarà davvero trasparente ed esente da brogli?

I dubbi che sussistono a questo proposito sono più che legittimi. Sebbene una trentina di ONG locali e tre organizzazioni straniere abbiano avuto licenza di monitorare le elezioni, diverse organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato che le limitazioni imposte agli osservatori sarebbero addirittura più rigide di quelle delle elezioni legislative del 2005, in piena era Mubarak.

Gli osservatori avrebbero un accesso limitato ai seggi, e in ogni caso non potranno supervisionare il conteggio finale delle schede. Inoltre, le eventuali denunce di irregolarità andranno presentate esclusivamente alla Commissione elettorale (e non potranno essere riferite alla stampa). Ma soprattutto, il controverso articolo 28 della legge elettorale sancisce che le decisioni della Commissione non potranno essere impugnate davanti a un tribunale: sono insindacabili.

Secondo alcuni attivisti per i diritti umani, l’articolo 28 conferisce alla Commissione un potere “divino” che accresce i timori che le elezioni possano essere contraffatte a vantaggio della giunta militare.

Ad aumentare ulteriormente i sospetti vi è il fatto che a presiedere la Commissione elettorale è Farouk Sultan, il quale è anche presidente della Corte Costituzionale (la stessa che ha sciolto l’Assemblea costituente, e presso la quale è in corso un procedimento che potrebbe addirittura portare allo scioglimento dell’attuale parlamento).

Sultan è un ex ufficiale dell’esercito che ha successivamente servito come giudice presso i tribunali militari, per poi essere chiamato alla guida della Corte Costituzionale da Mubarak.

E’ la Commissione elettorale da lui presieduta che ha squalificato il candidato dei Fratelli Musulmani el-Shater e il candidato salafita Abu Ismail. Questa misura fu controbilanciata dalla squalifica di Omar Suleiman, odiato capo dell’intelligence sotto Mubarak; ma la Commissione ha invece riammesso Shafiq, pure lui ampiamente compromesso con il vecchio regime.

L’interrogativo dunque sorge spontaneo: se la giunta militare non intende pilotare l’elezione presidenziale, perché ha fatto in modo che il processo elettorale fosse così poco trasparente?

Un altro lungo articolo sull’argomento,in inglese, lo trovate qui.