Alla ricerca di al-Qaida in Siria


(Video del 16 febbraio 2012 del gruppo “Katiba al-Bara’ bin Malik” che esibisce sia la bandiera della Siria sia i drappi jihadisti)

L’attentato di Damasco del 10 maggio scorso ha fatto scalpore e ha scatenato numerose reazioni. Molti hanno sottolineato le accuse da parte del regime di Assad contro gli insorti e viceversa, concludendo che la situazione è pressoché irrisolvibile e che, comunque, a mettere le bombe è stata quasi sicuramente (ma genericamente) “al Qaida”. Fra questi c’è anche Ban Ki-moon. Pochi, tuttavia, hanno analizzato con cura la sua dinamica, le notizie sulla sua paternità, i punti interrogativi che pone. Ecco qui in fila alcuni elementi di riflessione.

La rivendicazione. Il 10 maggio, giorno dell’attentato, è apparsa una rivendicazione da parte della Jabhat al-nusra, un gruppo jihadista siriano, su YouTube. Il video iniziava con la lettura di un comunicato, il numero 4, della “nuova” organizzazione che tutti danno per essere “al Qaida”. In coda venivano mostrate colonne di fumo, presumibilmente provenienti dal luogo dell’esplosione. Lo stesso giorno la Jabhat al-nusra rivendicava con un comunicato un altro attentato avvenuto a Damasco, quello del 5 maggio, il numero 7 (solitamente le rivendicazioni della Jabhat arrivano con un certo ritardo). Ma tre giorni dopo, il 13 maggio, emanava un altro comunicato, il numero 8, in cui si affermava che la rivendicazione del 10 maggio era falsa. Non si attribuiva ad altri l’attentato, bensì il comunicato. Si spiegava che la Jabhat non rivendica attentati via video, ma attraverso comunicati. Si faceva notare che il numero del comunicato falso non era in sequenza con gli altri (in effetti c’è un altro comunicato numero 4). Nel giro di breve piovevano “appoggi” di vari pensatori qaidisti alla Jabhat.

La dinamica. Il luogo dell’attentato, una sede dell’intelligence militare siriana, era già stato colpito da un attacco nel 2008. Allora erano morte 17 persone. Secondo le autorità siriana sono stati usati almeno mille chilogrammi di esplosivo; ciò fa dire ai portavoce del Consiglio militare di Damasco e aree rurali limitrofe, in propria difesa: “L’Esercito siriano libero non ha una simile capacità di fuoco”.


Gli interrogativi

Chi ha distribuito il comunicato, evidentemente falso, con tale celerità, e perché? Perché la Jabhat smentisce il comunicato? La Jabhat al-nusra è una formazione giovane (la sua prima apparizione è di fine gennaio) e, sebbene usi una certa prosopopea nei suoi comunicati, sembra essere una piccola organizzazione: come ha fatto a reperire mille chili di esplosivo? Come è possibile che il regime siriano non abbia presidiato la zona dell’attentato, un’area sensibile che era già stata fatta oggetto di attacco?

La “smentita” rafforza l’idea che la Jabhat effettivamente esista, fatto che troverebbe conferma nell’”appoggio” accordato al gruppo da diversi conosciuti jihadisti e da altre prove documentali (vedi oltre). E rivela l’esistenza di un depistaggio, o meglio l’esistenza di qualcuno che è interessato ad attribuire la paternità degli attentati in tempi brevi, a uso della stampa.

Questa “rapidità” nell’attribuzione degli attentati è tipica del regime.

L’abbiamo sperimentata fin dal 23 dicembre scorso: qualche minuto dopo il primo attentato di Damasco dall’inizio della rivolta siriana, che uccise 44 persone (la Jabhat ancora non si era manifestata e non rivendicò l’attentato), il regime accusò “al Qaida”. Inoltre la quantità di esplosivo usata fa dire a Salman Shaikh, direttore del centro Brookings di Doha, come riportato da Rana Moussaoui per Afp: “Il grado di sofisticazione degli attentati mostra che un gruppuscolo come la Jabhat al-Nusra non ha potuto agire senza l’aiuto di professionisti”.

Chi sono questi professionisti? Sono “al Qaida” intesa come organizzazione internazionale? È capace al Qaida, in questo momento, di portare un attacco così organizzato nel cuore di Damasco laddove è ormai evidente che “al Qaida centrale” segni il passo e si affidi, negli ultimi mesi, alle iniziative delle sue branche locali? C’è chi afferma, ad esempio gli israeliani di DEBKAfile, che le bombe di Damasco siano il frutto di un intervento diretto di Emirati, Qatar e dall’Arabia Saudita. Ci si chiede, allora, chi abbia avuto interesse a falsificare la rivendicazione.


L’Esercito siriano libero

Che la Jabhat sia tout court “al Qaida” è dunque molto dubbio; superando le perplessità, chi scrive si è messo a cercare tracce di “al Qaida” in Siria, tentando di individuare gli eventuali rapporti di questa organizzazione internazionale con i gruppi jihadisti presenti nel paese e, eventualmente, l’Esercito siriano libero (Esl). Qualche giorno fa è sbucato un file, postato in marzo su Facebook, compilato da un attivista, Walid al-Homsi (uno pseudonimo) che intenderebbe localizzare e descrivere il variegato panorama dell’opposizione armata al regime di al-Assad. È un foglio di calcolo che conta 213 brigate (katiba, al plurale kata’ib), suddivise per province di provenienza: 68 a Idlib, 35 a Deyr ez-Zor, 38 a Homs, 27 a Dera’a, 29 a Hama, 16 ad Aleppo, 21 nelle campagne di Damasco, due a Haska, una a Quneytra, due a Raqqa, tre a Ladhakya, tre a Damasco, una a Sueda, una a Tartus e quattro non localizzate.

A ogni brigata è associato un link che rimanda a un video in cui, nella maggior parte dei casi, troviamo una dichiarazione con la quale si annuncia la formazione della brigata stessa. Ci sono eccezioni importanti che vedremo più avanti. Circa un quarto del totale non è più raggiungibile per un motivo o un altro (l’account è stato chiuso, errori, riprova più tardi, cancellazioni, il video è privato). Per una ventina di brigate l’autore del file rimanda a una dichiarazione di un gruppo di ufficiali disertori del 14 ottobre 2011. Gli insorti vengono ritratti solitamente con le loro armi (leggere) in mano. I gruppi sono spesso formati da pochi individui. In questo caso i loro volti sono spesso coperti. In alcuni casi le brigate sono invece molto numerose, nell’ordine delle centinaia di persone. Molti rivoltosi sono in tenuta militare, gli ufficiali vestono spesso i loro gradi. Sono complessivamente 17 gli ufficiali disertori a comparire nelle dichiarazioni. Diversi mostrano i loro documenti, che attestano la diserzione.

Chi scrive ha passato in rassegna i video disponibili alla ricerca di notizie e indizi su gruppi jihadisti, qaidisti o salafiti, anche per valutarne l’impatto sull’intera compagine dell’Esl. Il dato religioso musulmano è presente ovunque, in forme che potremmo definire “ordinarie”, visto il paese in cui si svolge il conflitto – forme che ritroviamo ad esempio in Libia. Ciò non basta a identificare un gruppo come “jihadista” o “salafita” o “qaidista” perché, come vedremo più avanti, formazioni di quel tipo hanno caratteristiche ben riconoscibili. La maggior parte delle brigate inizia la propria dichiarazione con una basmala, ovvero con un’invocazione a Dio che suona “nel nome di Dio, clemente, misericordioso”. Molte terminano con un takbir, ossia con il classico “Allah akbar”. In qualche caso sulla bandiera siriana a tre stelle, quella adottata dai rivoltosi, campeggia la scritta “Allah akbar”. Altre volte si mostra un Corano. Molti gruppi sono intitolati a personaggi dell’islam storico (si veda “L’atlante dell’Esercito libero siriano brigata per brigata“). Fra le brigate localizzate a Idlib ce n’è una intitolata all’Emiro del Qatar: è composta da militari e non fa mostra di insegne di ispirazione jihadista o genericamente salafita, sebbene un uomo, nel video, tenga in mano un Corano. A Idlib c’è anche una Brigata “dello Sham (vedi oltre) e del Golfo”, che agisce nella stessa area della precedente (Ma’arat al-Nu’man).


Le Kata’ib ahrar al-Sham

Tutti i gruppi dichiarano di far parte dell’Esl, con un’eccezione: nella colonna dedicata alla citazione dell’eventuale ufficiale disertore che si trova alla guida della brigata, compare la dicitura “Kata’ib ahrar al-Sham”, “Libere brigate dello Sham”, dove “Sham” è un toponimo che indica la Siria, la “Grande Siria” o il “Levante” (Siria, Libano, Palestina, Israele, Giordania) e anche, talvolta, la città di Damasco. Quasi tutti i gruppi che fanno riferimento a questa sigla, che evidentemente non fa parte dell’Esl (non viene mai citato), non compaiono in video o compaiono mascherati.

In alcuni di questi video, che descrivono soprattutto azioni di sabotaggio, troviamo in sovraimpressione il logo delle “Libere brigate dello Sham”. L’organizzazione, che appare numericamente poco rilevante, afferma di avere un “dipartimento dell’Informazione”: un tratto tipico di molte organizzazioni jihadiste, laddove le altre brigate, grandi o piccole, non hanno di norma una struttura del genere. In uno dei video diramati si rileva l’esistenza di una sariyya (squadrone) nelle campagne di Ladhakya, che farebbe parte della Katiba Omar bin al-Khattab, una brigata che opera nella provincia di Hama. L’appellativo di Omar bin al-Khattab, compagno del Profeta e secondo califfo dell’Islam, è “al Faruq”, cioè il nome della principale brigata di Homs. Questo ricorre altre due volte nell’elenco ma non intitola gruppi appartenenti alle “Libere brigate”: ne troviamo una nella provincia di Homs e una in quella di Deyr ez-Zor.

Nella provincia di Idlib viene tracciata poi una “Katiba al-tawhid wa al-iman” (Brigata dell’unicità di Dio e della fede). Nel video non compaiono persone ma due esplosioni in un luogo non identificato. Campeggia il logo delle Kata’ib ahrar al-sham e una “Katiba Qawafel al-shuhada”. Sul video appare il logo delle Kata’ib ahrar al-sham. Si vedono gruppi in azione ed esplosioni attorno ad alcuni carri armati.

A Hama ricompare la “Katiba Omar bin al-Khattab” alle prese con un attentato. A compierlo sarebbe la squadra (Siriyya) Osama bin Zayyid, che fa parte delle Kata’ib ahrar al-Sham. Nella provincia di Idlib viene anche tracciata una katiba (al singolare) ahrar al-Sham. Sulla bandiera nera che fa da sfondo c’è scritto “Kata’ib ahrar al-sham, Idlib, Jabhat al-nusra”. I volti sono coperti e il video è del 26 gennaio. L’indizio, qui, è la connessione fra questa brigata e l’organizzazione terroristica che ha rivendicato diversi attentati a Idlib, Damasco, Aleppo e, in ultimo, Deyr ez-Zor. Cercando nel web altre notizie sulle Kata’ib ahrar al-sham, ci si imbatte nel canale di YouTube dell’organizzazione.

Qui si nota un anacronismo. Il primo video, che riprende la defezione del brigadier generale dell’esercito siriano (aeronautica) Fayez Qadour Omar (l’unico riconducibile all’organizzazione che compare a volto scoperto), è del febbraio 2012, mentre il video di Idlib, che già preconizzava un’organizzazione strutturata, è della fine di gennaio. Tutti gli altri video riprendono azioni militari. C’è anche una pagina Facebook, nata nel novembre 2011 ma attiva dal 15 marzo 2012. Qui troviamo un elenco delle brigate o delle squadre facenti parte dell’organizzazione. Vi si listano una ventina di gruppi di Aleppo, Idlib (la maggior parte), Hama e Damasco, molti dei quali elencati nel file di Walid al-Homsi.

Attraverso Facebook veniamo poi a conoscenza del fatto che le Kata’ib ahrar al-sham fanno parte di una “Shabaka Ansar al-Sham“, una Rete dei sostenitori (letteralmente: “ausiliari”, gli Ansar erano i sostenitori del Profeta Muhammad a Medina) dello Sham, che comprende altre due organizzazioni: la Katiba al-Ansar, ossia la Brigata dei sostenitori, e la suddetta Jabhat al-Nusra. Questa pagina riporta tutte le rivendicazioni della Jabha, oltre che i comunicati delle due organizzazioni “sorelle”. Quanto alla Katiba al-ansar, il file di Walid al-Homsi la individua a Idlib, dove gli armati sono ripresi in azione. Lo stile è quello jihadista. In altri video che si riferiscono a questa formazione appaiono immagini di manifestazioni e di altre brigate, anche brigate dell’Esl. Esibiscono un vessillo con la shahada, la testimonianza di fede, ma bianco su nero, non nero su bianco come “tradizione” jihadista/salafita. Sebbene sembri essere un piccolo gruppo (non compare mai al completo), ha una “dipartimento informazione” e dirama comunicati. Sembra dunque conformarsi allo schema organizzativo jihadista. La pagina di Facebook, nata il 22 marzo scorso, riporta spesso notizie da Homs, il che fa pensare che anche in quell’area vi sia una sezione di questa brigata.


Altri “ferventi”

Nell’elenco sono rintracciabili altri gruppi di chiara impostazione religiosa sunnita ma meno connotati dal punto di vista jihadista/salafita. A Idlib c’è una Brigata Ali bin Abi Talib (vedi qui). Gli armati si mostrano in viso ed espongono un vessillo con la shadada, ma con una grafia diversa da quella usata da salafiti e jihadisti. A Dera’a una Katiba al-mo’tazz bi-llah appare decisamente irreggimentata, tutti i combattenti hanno il volto coperto, portano una fascia verde sulla fronte, usano un linguaggio a forti tinte religiose e mostrano un Corano. In un video affermano di aver ricevuto una donazione di 50 mila dollari da un non meglio identificato Abu Othman. Hanno armi leggere. Seguendo la lista di Walid al-Homsi questa brigata farebbe parte dell’Esl e agirebbe sotto la guida del generale Abu Bakr al-Sadiq.

Sfugge allo schema finora individuato anche un gruppo di Homs, la “Katiba al-Bara’ bin Malik”. Nel video del 16 febbraio 2012, gli uomini, una trentina, sono incappucciati ed esibiscono bandiere della Siria libera, uno striscione dell’Esl e insegne che richiamano alla bandiera di al Qaida (e più genericamente jihadista): un drappo nero su cui campeggia la shahada e un cerchio bianco al di sotto con la scritta “Allah, Profeta Muhammad”. Il nome della brigata ricorre spesso, in Siria e fuori. C’è una “Katiba Bara’ bin Malik” libica (la si trova anche su Facebook) e una iraqena (gli ultimi video di quest’ultima sono di tre anni fa). Secondo il documento consultato dall’autore, in Siria ce ne sarebbero altre due con lo stesso nome: una a Homs e una nel governatorato di Dayr ez-Zor. Il video della “”Katiba Bara’ bin Malik”” è virale: ricorre su YouTube almeno 30 volte e compare su decine di siti che, con esso, desiderano testimoniare l’esistenza di “al-Qaida” in Siria e il legame esistente fra questa e l’Esl.


Alcune (provvisorie) conclusioni

Tornando alle domande di partenza e specificando che qui si parla di gruppi e organizzazioni interne alla Siria (la presenza di organizzazioni jihadiste o qaidiste non siriane è da valutare in base ad altre fonti), si può affermare che:

1. Se anche volessimo inserire i gruppi sopra citati all’interno dell’Esl, noteremmo che la loro è una presenza fortemente minoritaria. L’accostamento sarebbe comunque improprio, visto che questi gruppi non reclamano l’affiliazione all’Esl, con una sola eccezione.

2. Le testimonianze video a disposizione non permettono di stabilire l’effettiva efficacia di questi gruppi e la loro consistenza numerica.

3. Anacronismi e incoerenze possono far pensare, in alcuni casi, all’esistenza di una guerra di propaganda in atto, tesa a “gonfiare” numeri e allarmi.

4. Nonostante vi sia un “cartello” di organizzazioni chiaramente terroristiche e chiaramente jihadiste non si ha la sensazione che possa esservi un contatto organico con “al Qaida” intesa come organizzazione internazionale.

5. Le testimonianze di contatti fra formazioni armate ribelli e paesi del Golfo non sono riconducibili immediatamente a gruppi di ispirazione jihadista/qaidista/salafita.

 

Tags: ,