È nata al Qaeda siriana? Forse, ma il complotto internazionale non c’entra

Ad ogni episodio di violenza che si registra in Siria, il regime di Damasco attribuisce la responsabilità a dei generici terroristi di al Qaeda. Le forze leali a Bashar al Assad lanciarono per la prima volta un’accusa del genere il 23 dicembre 2011, quando due autobomba fecero – secondo le autorità – 34 morti a Damasco. La paternità di quell’attentato è tutt’ora incerta. Il 20 marzo successivo, però, fa la sua comparsa in Siria una sigla nuova: quella della Jabhat al Nusra. Il gruppo rivendica le esplosioni di tre giorni prima, avvenute di fronte a edifici della sicurezza siriana a Damasco, in cui sono morte 27 persone. Il 10 maggio, poi, dopo un nuovo sanguinoso attentato nella capitale (55 vittime) molti osservatori internazionali, incluso il segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, hanno ripetuto che l’autore del crimine non poteva che essere al Qaeda. È proprio vero allora che l’internazionale del terrore è sbarcata in Siria? Non proprio. Intanto perché la genesi della Jabha è tutta interna al paese, più che legata al terrorismo internazionale. In secondo luogo perché le rivendicazioni di stragi come quella del 10 maggio non sono del tutto attendibili. E infine l’escalation di atti terroristici in Siria va letta con molta attenzione, senza cedere a semplificazioni: il rischio è di procedere a conclusioni erronee o affrettate.

La Jabhat al-Nusra è una formazione nuova, che si affaccia per la prima volta sulla scena alla fine del gennaio 2011 e che non “reclama” alcuna affiliazione con altri gruppi terroristici di matrice jihadista, sebbene abbia ricevuto ampio appoggio su uno dei forum usati dai qaidisti per diffondere i propri proclami.

Sembra essere integralmente siriana: al di là del dato linguistico (ad esempio l’uso del termine shabiha per indicare, come fanno i rivoltosi siriani, i lealisti armati di al-Asad non inquadrati nell’esercito o nelle forze di sicurezza), gli obiettivi scelti dai terroristi rivelano una dettagliata conoscenza dei presidi governativi: la Jabha colpisce edifici della sicurezza interna e non obiettivi “simbolici” come è “tradizione” di al-Qaida “internazionale” o “centrale”.

 La matrice siriana è importante perché, presumibilmente, siamo di fronte al primo gruppo siriano qaidista nella storia. Gli esponenti siriani della al-Qaida “storica”, come ad esempio Abu Mu’ab al-Suri, non hanno mai agito all’interno della Siria (in special modo alcuni suo esponenti sono accusati di avere avuto un ruolo negli attentati di Madrid dell’11 marzo 2004).

L’unico gruppo manifestamente legato ad al-Qaida (nasce in Afghanistan nel 1999 e forse vi ebbe un ruolo il succitato Abu Mu’ab al-Suri) e alla Siria è il Jund al-Sham, che riunisce terroristi di nazionalità siriana, ma anche palestinese e libanese. Non ha mai operato in Siria e sembra essere relegato, con piccoli numeri, al campo profughi palestinese di Ayn al-Hilwa, che si trova nei sobborghi della città libanese di Sidone, presso il quale subì una rappresaglia da parte di miliziani del movimento palestinese Fatah nel marzo 2008. In comune con la Jabha hanno solo l’uso del vecchio toponimo Sham, che indica la “Grande Siria” o il “Levante” (Siria, Libano, Palestina, Israele, Giordania). I loro membri si definiscono “mujahidin” dello Sham.

Può essere utile tornare un po’ indietro nel tempo per inquadrare meglio questa “novità”. Dopo la stagione della repressione della Fratellanza Musulmana, la Siria ha subito diversi attacchi terroristici, uno solo dei quali (vagamente) associabile con quelli che avvengono in questi mesi.

Nel 2004, secondo il Ministero degli interni siriano del tempo, una “cellula islamista” attaccò un palazzo delle Nazioni Unite. Nel 2006, in giugno, vi fu un attacco nel centro di Damasco da parte di dieci armati, nei pressi della televisione di Stato, che lasciò a terra quattro terroristi e due poliziotti: gli altri militanti furono catturati. Fonti ufficiali siriane affermarono che i terroristi erano in possesso di un CD contenente i sermoni di Mahmoud Aghasi, meglio conosciuto come Abu al-Qaqa, un predicatore di Aleppo famoso per i suoi sermoni anti-americani.

La storia, finita male, di Abu al-Qaqa ci racconta molto della politica siriana nei confronti di al-Qaida e, più in generale, del terrorismo jihadista. Dal 2003 a partire dall’invasione americana dell’Iraq, Abu al-Qaqa si era radicalizzato e non nascondeva di organizzare il training e l’infiltrazione di jihadisti in Iraq attraverso la Siria, con il beneplacito, o il “non-intervento” del regime. Più avanti il governo siriano, probabilmente preoccupato per la sicurezza interna (la guerra in Iraq ebbe come conseguenza un flusso migratorio anche verso la Siria), iniziò a prendere provvedimenti contro le infiltrazioni di al-Qaida in Iraq via Siria. A quel punto il ruolo di al-Qaqa venne allo scoperto: nel gennaio 2004 viene indicato come “spia” o “informatore siriano” da alcune pubblicazioni qaidiste mentre lui scompariva dalla circolazione fino a quando, dopo l’attentato del 2006, rilasciò dichiarazioni in cui negava qualsiasi legame con gli attentatori e si dichiarava al fianco del Governo contro al-Qaida, americani e israeliani. Poi, nell’ottobre 2007, veniva ucciso a colpi di arma da fuoco ad Aleppo.

Tornando al 2006 alcuni armati, che il governo siriano negava potessero far parte di al-Qaida, avevano attaccato in settembre l’Ambasciata americana. Due anni dopo, nel 2008, un’autobomba esplosa a Damasco uccise 17 persone. Secondo alcuni osservatori vi rimase ucciso anche un ufficiale siriano ma il regime non fece mai cenno a questa eventualità e attribuì l’attentato, dopo aver mandato in televisione la confessione di 10 terroristi affiliati a un gruppo qaidista palestinese, Fath al-islam. I terroristi avrebbero avuto come obiettivo i pellegrini sciiti, in maggioranza libanesi e siriani, che si dirigevano verso il santuario di Sayyida Zaynab. L’uomo bomba sarebbe stato un saudita. Alcuni esponenti dell’opposizione siriana negli Stato Uniti, invece, affermarono che nell’esplosione erano morti diversi ufficiali dell’intelligence militare siriana e il giornale saudita di stanza a Londra, ash-Sharq al-Awsat, affermò che l’obiettivo era lo stesso dell’ultimo sanguinoso attentato di questi giorni, la sezione “Palestina” dell’intelligence militare siriana, presso cui effettivamente la bomba esplose. Alcuni legarono l’evento all’assassinio, avvenuto nel novembre precedente a Tartus, in Libano, di un alto grado dell’intelligence siriana, molto legato ad al-Asad: Muhammad Suleyman. Altri ipotizzarono che potesse trattarsi di un regolamento di conti interno al regime.

Infine, nel dicembre 2009, l’esplosione di un bus uccise tre persone, un autista iraniano e due siriani, nell’area del suddetto santuario. Il bus, che al momento dell’esplosione era vuoto, trasportava pellegrini iraniani al santuario e il Governo siriano negò che si trattasse di un attentato.

Riassumendo:due attacchi a luoghi “simbolo” della battaglia terroristica contro obbiettivi internazionali, un attacco che ha per sfondo le vicende di al-Qaida in Iraq e la politica siriana nei confronti della invasione americana di quel paese, un attacco che può essere interpretato, alla iraqena, cioè come “normale” aggressione del terrorismo sunnita agli sciiti o come una mascherata regolazione di conti fra vertici del regime siriano.

Ciò che salta immediatamente agli occhi, esaminando i dati, è il rapporto ambiguo e l’attitudine spregiudicata del regime siriano nei confronti del terrorismo di matrice sunnita radicale. Da una parte vediamo i funzionari negare la paternità di alcuni attentati, dall’altra notiamo un uso politico degli stessi, un’agenda scritta in base a esigenze di politica interna e internazionale. Il tema si ripropone nei mesi della rivolta quando il governo, nell’ambito di una campagna di propaganda tesa a dimostrare la propria “buona volontà”, libera un buon numero di dissidenti provenienti dalla Fratellanza musulmana e, in un secondo momento, il più volte citato Abu Mus’ab al-Suri, indicato da molti come il teorico del “jihad individuale”, del “terrorismo fai-da-te” che, come fanno presente diversi osservatori, ha contribuito alla “formazione” jihadista di personaggi come Mohammed Merah, il giovane franco-algerino autore dei massacri di soldati francesi e di cittadini di religione ebraica nella Francia meridionale.

L’unico punto in comune che rintracciamo con gli attentati del passato è dunque un luogo, un’installazione dei servizi di sicurezza militari, e suona davvero strano il fatto che, nonostante quello fosse stato probabilmente l’obiettivo di un attentato in passato, il regime siriano non abbia provveduto, lì, a rafforzare i controlli  per prevenire, in una situazione di instabilità, altri attacchi. Gli altri attentati sopra menzionati avevano come obiettivi luoghi come le Nazioni Unite e l’Ambasciata americana che, come si sottolineava prima, hanno un valore simbolico e, attualmente, sono nel novero dei nemici di al-Asad.

È forse in questo quadro sfuggente, o comunque in un contesto nebuloso nel quale evidentemente diversi soggetti, interni ed esterni al regime di Damasco, hanno interesse a rimestare nel torbido, che va letta la sequenza delle ultime rivendicazioni della Jabha. Il 10 maggio, giorno dell’ultimo sanguinoso attentato (55 vittime), era circolata su YouTube una rivendicazione a nome del gruppo che, in chiusura, mostrava in lontananza colonne di fumo ergersi dal luogo dell’esplosione. Contemporaneamente usciva una rivendicazione veicolata dal forum che la Jabha ha finora usato per diffondere i suoi proclami che, tuttavia, si riferiva a un altro attentato, quello di Damasco del 5 maggio (5 morti). Tre giorni dopo, il 13 maggio, veniva diffuso un altro comunicato in cui la Jabha, pur non negando la paternità dell’attentato, affermava che il video diffuso e la rivendicazione erano falsi. Si osservava che il comunicato era numerato erroneamente (era il numero 4 invece che il numero 8) e che la Jabha non rivendica gli attentati attraverso video.

Per avere un’immagine completa, però, è necessario inoltre ricordare che la prima rivendicazione della Jabha è del 20 marzo e si riferisce all’attentato di Damasco (di fronte a edifici della sicurezza siriana) del 17 marzo che provocò 27 morti. I primi attentati attribuiti dal regime ad “al-Qaida” in Siria, il primo è del 23 dicembre 2011 (due autobomba a Damasco che fecero secondo le autorità 34 morti) non sono invece stati rivendicati da questa organizzazione e, anzi, tuttora si discute sulla loro paternità e dinamica.

La genesi “interna” della Jabha è anche da sottolineare nel momento in cui gli allarmi sul qaidismo in Siria riguardano l’afflusso di terroristi dall’esterno e, in particolar modo, dal vicino Iraq. Le operazioni della Jabha e quelle, ancora non documentate, dei qaidisti “esterni”, non sarebbero in relazione fra loro, laddove nessuna organizzazione jihadista iraqena ha finora menzionato il gruppo.

Infine: la cosa va considerata insieme all’analisi della tipologia degli attentati e dell’evolversi del fenomeno qaidista, per constatare un curioso anacronismo: se, nel contesto delle rivolte arabe, le diverse branche al-Qaida, come ad esempio quella yemenita, mostrano di seguire una “nuova strategia” che consiste nell’abbandonare l’attività suicida dinamitarda per imbracciare i fucili, la Jabha mostra di perseguire la vecchia modalità di attacco, il cui risultato, in termini di ripercussioni sull’opinione pubblica, non giovano certo agli insorti siriani.  

Le rivendicazioni della Jabhat al-nusra sono decisamente “fredde”. Il loro principale messaggio, al di là della rivendicazione, è di tipo settario. Tutte richiamano all’unità dei sunniti e si scagliano contro il regime criminale “alawita” laddove l’opposizione siriana, armata e non, non ha mai impostato la propria attività attorno a una contrapposizione del genere. In questo contesto è importante rilevare che se la Jabha appare un gruppo poco numeroso e di nuova formazione, la scala degli attentati, nell’ultimo sono stati usati 1000 chili di esplosivo, non è certamente propria di un’organizzazione  alle prime armi.

Più in generale, l’ondata terroristica in Siria va inserita nella cornice della instabilità  che in questi mesi quel paese vive. È dovuta certamente alla rivolta ma anche alla risposta del regime di al-Asad, improntata sulla tragica equazione del “tanto peggio tanto meglio”, oltre che alle diverse pressioni esterne. L’escalation degli atti terroristici, insomma, va letta con molta attenzione, senza cedere a semplificazioni: il rischio è di procedere a conclusioni erronee o affrettate.

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