Siria: quando gli israeliani hanno ragione

Stamani accendo la radio e ascolto la rassegna stampa di Radio Città Aperta.

A un certo punto il rassegnatore cita un articolo di Michele Giorgio che ritrovo più tardi su NENA-News, un articolo su cosa pensano gli israeliani della crisi siriana.

Michele Giorgio ci spiega che i vertici di Israele sono per la caduta di al-Asad ma che diverse voci si levano contro questa impostazione perché, come scrivevo già nell’agosto del 2011 e ribadivo nel novembre di quell’anno, in definitiva per molti israeliani, soprattutto quelli più a destra, “è meglio un nemico che si conosce che un nemico che non si conosce”.

In più, scrive Michele Giorgio, c’è chi afferma, ad esempio Jacques Neriah del Jerusalem Center for Public Affairs, che la rivolta siriana si sia già radicalizzata e che una sua vittoria porterebbe al-Qaida, o comunque l’islam politico, aggressivo o meno, alle porte di Israele.

Fresco di stampa è infatti proprio un lavoro di Neriah dal titolo “Al-Qaeda and the Jihadists Join the Battle against the Syrian Regime” proveniente dal quel think tank israeliano.

Il sommario fa così:

  • La battaglia per la Siria si è trasformata in un conflitto settario diretto da salafiti estremisti e altre frammentate organizzazioni islamiche in una ben orchestrata rivolta coordinata e alimentata da operativi di al-Qaida.
  • Il Syrian National Council, il principale gruppo di opposizione, potrebbe disintegrarsi perché l’Esercito Siriano Libero non riconosce la sua autorità. E già l’Esercito Siriano Libero non è più l’unica forza a combattere contro al-Asad.
  • Così come in Egitto, in Siria i Fratelli Musulmani sono riusciti ad appropriarsi (alcuni direbbero rapinare) la rivolta, divenendone definitivamente la spina dorsale. In più combattenti islamisti provenienti da tutto il mondo arrivano per unirsi ai ranghi della battaglia contro al-Asad.
  • La graduale trasformazione dell’opposizione siriana in un movimento capitanato da musulmani estremisti alleati con al-Qaida non fa un buon servizio all’opposizione. La maggioranza dei siriani non si identifica in questi radicali. Più l’opposizione veste la maschera di al-Qaida più c’è coesione nei ranghi attorno ad al-Asad.
  • I recenti scontri di strada, a Tripoli in Libano, fra alawiti e sunniti sono il riflesso di una guerra più ampia fra due alleanze, con Siria, Iran e Hezbollah da una parte e Arabia Saudita e suoi alleati dall’altra, incluse le truppe salafite e fondamentaliste islamiche.
  • In più la battaglia sul futuro della Siria è sintomatico del revival della Guerra fredda fra Occidente – con Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Turchia che danno supporto alle forze anti-Asad, e la Russia dietro al regime alawita.

Per prima cosa è necessario notare che Neriah non fa uno “studio”, scrive un articolo.

Le sue sono fonti che abbiamo tutti e che lui “legge” a suo modo, evidentemente scartandone molte altre.

Per dirne una cita fra le “prove” della presenza di al-Qaida le dichiarazioni dello stesso al-Asad, le dichiarazioni del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, una “dichiarazione di guerra” alla Siria di Ayman al-Zawahiri, il capo di al-Qaida centrale ed altre cose che sanno tutti ma che in maggioranza non sono “prove”, bensì prese di posizione, “auspici” (gli stessi americani dicono che al-Zawahiri non ha più capacità logistiche, ma soltanto “influenza” dal punto di vista ideologico e propagandistico) o indizi.

Le prove che abbiamo, e che vengono citate, ad esempio i jihadisti non siriani uccisi, fanno invece pensare a una presenza, certamente allarmante, ma non a un’egemonia.  La stessa cosa vale per gruppi di salafiti estremisti “esterni” pagati da paesi come Arabia Saudita e Qatar.

Nel complesso le “prove” portate da Neriah non sono tali, o sono deboli. In base a esse nessuno, in buona fede, direbbe che l’Esercito Siriano Libero o “l’opposizione” è “egemonizzato” da “estremisti musulmani e ispirato, nonché alleato e coordinato con al-Qaida”.

Secondo il rassegnatore di Radio Città Aperta Michele Giorgio è una che le cose le sa, e non gli si può dar torto: è forse uno dei giornalisti italiani che più a lungo si è occupato delle vicende mediorientali, specialmente quelle palestinesi.

Ma, secondo il rassegnatore di Radio Città Aperta, Michele Giorgio, al contrario “di certi progressisti”, che tendono a minimizzare, ci dice che “al-Qaida è in Siria e comanda la rivolta”.

E Michele Giorgio, invece, non dice esattamente questo: cita lo studio di Neriah, certamente dandogli risalto, e sostiene che i vertici israeliani non sono tanto convinti di questa versione dei fatti e preferiscono auspicare la caduta di al-Asad.

Michele Giorgio, insomma, ci racconta di Israele, non di al-Qaida in Siria. E, certamente, pende un po’ per le tesi di Neriah, non lo nasconde.

Io non sono d’accordo con lui, nell’analisi. Secondo me anche i vertici di Israele sono contro un attacco ad al-Asad, per i motivi che ho citato sopra, ma non possono dirlo apertamente: sarebbe ridicolo difendere un proprio nemico storico.

Punti di vista, ma le cose rimangono così, senz’altro, e si può continuare a discuterne.

Io, però, mi sento un po’ chiamato in causa dal rassegnatore di Radio Città Aperta (non era il solito, ma insomma li ascolto ogni mattina) per due motivi:

  1. penso che al-Qaida, intesa come organizzazione internazionale, non sia ancora in Siria, nonostante vi siano diversi gruppi jihadisti, alcuni dei quali si ispirano al modello qaidista. Io non tendo a minimizzare, io faccio delle ricerche e dico quello che risulta da esse, cosa che un Neriah non fa. Ad esempio ho spulciato un lunghissimo file contenente i nomi delle brigate dei rivoltosi siriani, visionando tutti i video collegati a queste brigate, per capirne “il tasso” di radicalismo islamico. E’ stato un lavoro abbastanza lungo, i cui risultati ho pubblicato su Limes Online: potete leggere l’articolo qui. Un altro esempio: ho letto tutti i comunicati di una delle formazioni jihadiste ritenuta responsabile di diversi pesantissimi attentati a Damasco, Aleppo e anche Idlib. Ne ho fatto la storia, ne ho studiato le caratteristiche, e ho scritto un articolo, pubblicato su “Europa”. “Europa” non è un giornale di “estrema sinistra”, ma il testo di quell’articolo è mio, non è stato edulcorato. Tagliato un po’, sì, per motivi di spazio, ma i concetti espressi e i risultati della ricerca sono quelli, aggettivo più, aggettivo meno.
  2. io non sono “un certo progressista” bensì uno che, per quanto può, va nei particolari, e non ha un “partito preso” (lo ripeto per la ventesima volta, sono stato il primo, in Italia, a parlare di jihadisti stranieri in Siria). Si può non essere d’accordo su ciò che scrivo, sulle cose di cui sono convinto, ma in base ad argomenti validi, non ideologici. E se poi “certi progressisti” la pensano come me buon per loro, ma io non sono uno di loro, che lo sappiano quei certi progressisti e anche tutti gli altri: sono, sommariamente, libertario, antigerarchico e antifascista, e il capitalismo presente, passato e futuro mi fa vomitare.

Tornando al sommario dell’articolo ho ancora qualche cosetta da dire:

  • Il Syrian National Council è il principale gruppo di opposizione ALL’ESTERO, non in Siria;
  • più che l’Esercito Libero Siriano sono i Comitati di coordinamento locali del movimento rivoluzionario siriano a non riconoscere l’SNC (vedi qui). Nei Comitati, che pure sono deboli e sono l’obiettivo privilegiato della repressione, si riconosce la parte NON ARMATA della rivoluzione siriana. L’analisi di Neriah è viziata da “militarismo” ed è tutta improntata sulla “sicurezza di Israele”, non sulla Siria e sul suo popolo.
  • Fuori dalla Siria e non dentro alla Siria i Fratelli Musulmani sono riusciti ad appropriarsi della rivolta (motivo per cui i Comitati li hanno sfiduciati). Ciò è dovuto principalmente all’iniziativa diplomatica, qui sì, di Arabia Saudita, Qatar e paesi del Golfo.
  • I combattenti islamisti provenienti da tutto il mondo arrivano per unirsi ai ranghi della battaglia contro al-Asad, ma il loro numero è ancora decisamente basso. Più questa situazione si porta in lungo più il pericolo aumenta.
  • La frase: “la graduale trasformazione dell’opposizione siriana in un movimento capitanato da musulmani estremisti alleati con al-Qaida non fa un buon servizio all’opposizione” è in definitiva un falso, teso a spaventare. In più contraddice ciò che si dice dopo, ovvero che “l’ESL non è più l’unica forza a combattere contro al-Asad”: l’ESL non è mai stata l’unica forza in campo, sebbene attorno ad essa vi sia un’oggettiva solidarietà il movimento “di piazza”, che non imbraccia fucili, è ancora molto vivo, forte e, fra parentesi, represso con le pallottole. E’ molto più vero che “La maggioranza dei siriani non si identifica in questi radicali”. La frase “Più l’opposizione veste la maschera di al-Qaida più c’è coesione nei ranghi attorno ad al-Asad” è un falso: l’opposizione siriana ha sempre recisamente rifiutato di “vestire la maschera di al-Qaida”. E’ Neriah che “mette la maschera” all’opposizione siriana, non è l’opposizione siriana a indossarla di sua spontanea volontà.
  • Se anche: “i recenti scontri di strada, a Tripoli in Libano, fra alawiti e sunniti sono il riflesso di una guerra più ampia fra due alleanze, con Siria, Iran e Hezbollah da una parte e Arabia Saudita e suoi alleati dall’altra, incluse le truppe salafite e fondamentaliste islamiche” di ciò l’opposizione siriana non ha alcuna responsabilità (comunque leggi qui).
  • Che “la battaglia sul futuro della Siria” sia “sintomatico del revival della Guerra fredda fra Occidente – con Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Turchia che danno supporto alle forze anti-Asad, e la Russia dietro al regime alawita” non ci piove, da un punto di vista. Ma in questo quadro metterei anche la Cina, l’Arabia Saudita, il Qatar e gli altri paesi del Golfo, correggendo un po’ questa idea di “Guerra fredda” che dovremmo tenere a mente solo come riferimento storico. Riguardo a questo riprendo il punto 8 dell’appello che ho firmato qualche tempo fa: “Le considerazioni di tipo geopolitico sul futuro della Siria sono doverose, ma non possono servire da pretesto per un rimescolamento delle responsabilità e un capovolgimento di ruolo tra oppressore e oppresso. La condanna delle pratiche del regime e la solidarietà ai resistenti dovrebbero invece costituire la precondizione per discutere scenari futuri e negoziare le modalità di uscita dalla crisi”. Qualcuno potrà pensare che sono “un certo progressista” per aver sottoscritto quell’appello. Che lo pensi pure: sottoscrivo qualcosa quando, dopo aver letto e dopo aver valutato, ritengo che lo si debba fare. E quando sono certo che in mezzo non ci siano fascisti, mascherati o meno.

Vi lascio col punto 7 dell’appello:

Non siamo a favore di un intervento militare in Siria. La polemica intorno a questo punto, tuttavia, rappresenta un argomento inutile e strumentale, essendo evidente che nessuna potenza straniera occidentale sia intenzionata a intervenire militarmente a sostegno della rivoluzione.

Vedremo, poi, se qualcuno -e chi- entrerà in Siria.

Intanto prego tutti gli antimperialisti di non affidarsi a fonti israeliane, se non con una certa accortezza, proprio nel momento sbagliato.

E di andare oltre allo spunto polemico del giorno.