Democrazia e rivoluzione in Egitto

Su Z-Net Italia esce “Le elezioni in regime militare: unitevi alla nostra resistenza alla contro-rivoluzione“, un appello lanciato da alcuni attivisti egiziani.

Lo riporto qui perché contiene elementi di analisi molti importanti sulle elezioni e sulle intenzioni di militari e Fratelli Musulmani.

In particolare sottolinea il discorso che vado facendo da qualche giorno su “democrazia” e “rivoluzione”.

3 giugno 2012

Dall’inizio della rivoluzione egiziana, i poteri in essere  hanno lanciato una violenta contro-rivoluzione per controllare  la nostra lotta  e ingoiarla, soffocando le voci del popolo, in un  processo di riforme frammentarie e senza senso.  Questo processo mirava a far deviare  la strada della rivoluzione  e le richieste del popolo egiziano di: “pane, libertà e giustizia sociale.” Soltanto 18 giorni  dopo  la nostra rivoluzione  e da quando abbiamo costretto Mubarak a lasciare il potere, il discorso delle classi politiche e delle infrastrutture delle élite, compresi i mezzi di informazione sia statali che privati, continua a privilegiare  le discussioni che ruotano attorno ai ministri, ai rimpasti del gabinetto dei ministri, ai referendum, ai comitati, alle costituzioni, e, in modo moto palese, alle elezioni parlamentari e ora a quelle presidenziali.

Fin dall’inizio, la nostra scelta è stata di rifiutare nella sua totalità i tentativi del regime di   trascinare  la rivoluzione del popolo dentro un  dialogo farsesco con la contro-rivoluzione avvolto nel discorso di un “processo democratico” che non porta avanti le richieste della rivoluzione e non rappresenta alcuna democrazia sostanziale e reale.

Gli Egiziani si trovano ora in un momento di vulnerabilità. Il discorso politico ufficiale vorrebbe far credere al mondo che le tecnologie della democrazia  al momento  significano fare una scelta tra “due mali” che sono: Ahmed Shafiq che garantisce il consolidamento del regime uscente e il suo ritorno da vendicatore, che promette apertamente un assalto criminale alla rivoluzione usando gli spettri fascisti di ‘sicurezza’ e ‘stabilità’, e la falsa promessa di protezione per le minoranze religiose (contro le quali il regime sistematicamente  organizza  assalti e una condizione isolamento  che fanno parte delle sue campagne che fomentano la paura); e Mohamed Morsi, il candidato della Fratellanza Musulmana che si  spera noi immaginiamo che ci possa ‘salvare’ dal ‘vecchio regime’ per mezzo dei miti del rinascimento culturale – nel frattempo consolidano la loro roccaforte finanziaria e l’egemonia capitalista nella zona per creare un clima di  sfruttamento rampante del popolo egiziano e delle sue risorse: siamo sicuri che questo consolidamento sarà accompagnato dal successivo  schieramento dell’apparato militare per proteggere la classe governante imbaldanzita della Fratellanza Musulmana  dalla collera e dalla ribellione delle sue  vittime: la moltitudine che i dirigenti dell’organizzazione hanno storicamente combattuto condannando e mettendo al bando le nostre lotte per la sussistenza, la dignità e l’uguaglianza.

Secondo i funzionari addetti alle elezioni, per lo più essi stessi votanti (75%)  non hanno scelto né Shafiq né Mors nel primo turno di elezioni. Rifiutiamo di riconoscere la scelta “il minore tra i due mali”, quando questi mali si fanno passare  in eguale misura   per  il medesimo regime. Crediamo che ci sia un’altra scelta. E in  tempi in cui il senso comune  si percepisce  che è il più lontano possibile dalla verità, sentiamo il bisogno di esprimere  ancora una volta la nostra opinione.

Consideriamo la faccenda delle elezioni presidenziali in Egitto come un tentativo della giunta militare ancora  dominante e delle sue forze anti-rivoluzionarie di  guadagnare legittimità internazionale per cementare i regimi esistenti e per assestare altri colpi mortali alla rivoluzione egiziana. Vi chiediamo di unirvi a noi nell’opposizione a questo processo che cerca di  rafforzare ulteriormente la contro-rivoluzione.

La nostra lotta non esiste senza la vostra.

Che cosa è la rivoluzione, se non il rifiuto immediato e inflessibile  dello status quo: del potere militarizzato, dello sfruttamento, della stratificazione delle classi sociali, e della incessante violenza della polizia – soltanto per citare alcune della caratteristiche più elementari e cancerose della società nel momento attuale.  Queste realtà strutturali non appartengono  unicamente all’Egitto o alla rivoluzione egiziana. Sia al Sud che al Nord  le comunità si oppongono a quello che ci si aspetta dobbiamo accettare senza fare domande,   contro la  ristretta idea che ci dice che la democrazia è semplicemente la scelta del minore tara “due mali” e che l’elezione di uno dei due rappresenta una scelta di governo invece che quella che è davvero: un’affermazione del solo governo che esiste – quello dei rapporti capitalisti repressivi, sfrenati e disumanizzanti. Siamo solidali con le masse di persone  precarie e a rischio che hanno scelto di difendere la loro esistenza da un sistema globale aggressivo che è in crisi; un sistema  farfugliante,  in realtà, che nel momento del suo tramonto  raggiunge livelli senza precedenti di sorveglianza, militarizzazione e violenza per reprimere le nostre insurrezioni.

Dobbiamo chiarire che, malgrado l’establishment politico internazionale abbia lodato la natura ‘democratica’ del primo turno delle elezioni presidenziali egiziane, rifiutiamo energicamente e categoricamente il loro risultato perché esse non rappresentano i desideri del popolo egiziano che ha lottato nella Rivoluzione del 25 gennaio.

Inoltre, rifiutiamo categoricamente, le elezioni stesse in linea di principio, per i seguenti motivi:

1. Perfino in base ai requisiti dei sistemi rappresentativi ormai defunti e irrilevanti, che una volta esistevano nel nord globale del  mondo, nessuna “elezione libera e giusta” può aver luogo sotto la supervisione di una giunta militare avida di potere,  un dominio politico continuo,  e la protezione del loro vasto impero economico, così     che non esiste alcuna costituzione per definire i poteri di qualsiasi presidenza. Come si può tollerare la supervisione  da parte  una dittatura militare di qualsiasi processo politico, quando migliaia di Egiziani continuano a languire nelle celle sotterranee delle prigioni militari dopo un arresto arbitrario, campagne sistematiche di tortura, e tribunali militari speciali?

2. L’uso improprio della legge a favore della fabbricazione di potere da parte dei generali militari che ci governano: per presentare il candidato preferito della giunta, l’ex Primo ministro Ahmed Shafiq, la Suprema Commissione elettorale  presidenziale non ha tenuto conto semplicemente e spudoratamente della legge dell’esclusione politica, di recente approvata, che ha lo scopo di proibire che qualsiasi membro del regime di Mubarak si candidi per partecipare alle elezioni presidenziali.

3. L’assurdità del potere concentrato nelle mani di una commissione elettorale  costituita da personaggi importanti dell’era di Mubarak che sono incaricati di supervisionare un processo ‘democratico’.

4. I programmi vaghi, publicizzati dai candidati che sono appoggiati nel modo più     solido, sono in contraddizione con i valori e l’oggetto della rivoluzione, proprio la ragione del perché abbiamo queste elezioni oggi e la causa per la quale oltre mille martiri hanno dato la vita: “pane, libertà e giustizia sociale.”

Se queste elezioni si terranno e saranno riconosciute in campo internazionale, il regime avrà ricevuto il timbro di approvazione per annullare tutto quello che  la rivoluzione rappresenta.  Se queste elezioni dovessero passare mentre noi stiamo zitti, credo che il prossimo regime darà a se stesso l’autorizzazione di perseguitarci, rinchiuderci. e torturarci nel tentativo  di  reprimere ogni forma di resistenza  proprio alla sua ragione di essere.

Continuiamo lungo il nostro sentiero della rivoluzione impegnati a resistere  al governo militare, a mettere fine ai tribunali militari per i civili, e a lottare per il rilascio di tutti i detenuti nelle prigioni militari. Continuiamo a combattere sul luogo di lavoro, nelle scuole e nelle università e insieme ai comitati popolari nei nostri quartieri.  Ma la nostra lotta riguarda in ugual misura i governi e i sistemi che appoggiano il regime che vuole reprimerci. Siamo determinati a vetificare i contratti di prestito  che c’erano e continuano a esserci  tra le istituzioni finanziarie internazionali o i governi stranieri e un regime che sostiene di rappresentarci mentre invece prospera sfruttandoci e opprimendoci.  Vi invitiamo a unirvi a noi nella nostra lotta contro  il rinforzamento  della contro rivoluzione. In che modo sarete solidali con noi? Se noi siamo sotto attacco, lo siete anche voi perché la nostra è una lotta globale contro le forze che cercano la nostra obbedienza e che tentano di sopprimerci.

Siamo con la rivoluzione attuale, una rivoluzione che verrà attuata soltanto dalla forza, dalla comunità e dalla perseveranza del popolo, non da un referendum velenoso sul governo militare.