Quanti sono i jihadisti in Siria e quanto contano

Aaron Y. Zelin è il curatore di Jihadology, un sito che estrae valore (proponendosi per le traduzioni) dalla pubblicistica jihadista e qaidista, rilanciando gli annunci che gli attori di quella multiforme galassia rilasciano sui famigerati “forum jihadisti” e, principalmente, sulla Shabaka shumukh al-islam, che ultimamente va per la maggiore.

Zelin, ogni tanto, scrive per qualcuno ma soprattutto per il Washington Institute (sottotitolo “improving the quality of U.S. Middle East policy) dove ha una fellowship.

Trattasi di un think tank che, come argomenta la voce di Wikipedia in base a fonti non secondarie, è descritto spesso come filo-israeliano e, talvolta “antiarabo” o “antimusulmano”.

Zelin questa volta scrive sulla Siria e in specifico sulla presenza di “combattenti stranieri” in territorio siriano: ovviamente si tratta di combattenti di ispirazione jihadista che, come sottolinea Zelin, si recano in quel paese spesso spinti dalla propaganda salafita proveniente dall’Arabia Saudita.

L’articolo esordisce ricordando che:

Fin dal quando la rivolta siriana ha iniziato ad avere il carattere di una ribellione armata il Presidente Bashshsar al-Asad e altri ufficiali del regime hanno dipinto l’opposizione come terroristi o come altri attori stranieri che sono penetrati nel paese per creare disordine.

e puntalizzando che:

Sebbene la descrizione sia inaccurata un piccolo ma costante flusso di islamisti sta intraprendendo la lotta contro le forze di al-Asad.

Entrando nei dettagli Zelin ci racconta che uno dei motivi per cui ciò accade con facilità è che questi combattenti hanno in Siria una logistica già collaudata: dal 2004 al 2007 il regime “ha chiuso gli occhi” sul loro passaggio nel paese in direzione Iraq. Sebbene il “transito” si sia affievolito nel triennio 2008-2010 questi combattenti, dunque, non “partono da zero” dal punto di vista dei contatti. E, diversamente da quanto è successo in Libia, al-Qaida “centrale” sta incentivando l’arrivo in Siria di singoli combattenti e appoggia tramite i suoi ideologi l’organizzazione jihadista siriana più vicina al modello qaidista all’oggi più attiva: la Jabhat al-nusra.

Zelin poi passa a quantificare il fenomeno, avvertendo che:

  1. i dati non sono comunque attendibili,
  2. è attiva la propaganda di regime
  3. si è curato di compiere una ricerca sul almeno 33 report in arabo, francese e inglese riguardanti la presenza di jihadisti in Siria, la loro attività, la loro morte, la loro cattura etc.

Secondo Zelin i combattenti di ispirazione jihadista che hanno provato a entrare in Siria o sono già lì sarebbero dai 700 ai 1400, il ché significherebbe circa il 4-7% (su 18000) del totale dei combattenti anti-regime.

Ma, ritiene Zelin, è più plausibile che il loro numero sia più vicino ai 700 che ai 1400, stante il fatto che:

seguendo la lista che Damasco ha inviato all’ONU in maggio, il regime di al-Asad finora ha identificato solo 40 combattenti come jihadisti

Per Zelin la comparazione del dato percentuale con quello di altri paesi ci racconta che la Siria, oggi, si trova in una posizione “mediana” in quanto a numero di forze jihadiste straniere attiva: in Afghanistan gli stranieri erano il 10-15%, in Bosnia l’1-3%, in Iraq il 4-10%.

Bene: chi sono e da dove vengono? Sono in maggioranza arabi, altri provengono da altri paesi musulmani (non arabi) e ce n’è un ridotto numero proveniente da paesi occidentali. La maggior parte di loro entra attraverso il Libano o la Turchia, in minor numero attraverso Giordania e Iraq.

Il contingente più nutrito (500-900) è composto di cittadini di paesi confinanti: Libano, Iraq, Palestina, Giordania. Poi vengono i libici, i tunisini e gli algerini (75-300).

Sebbene un buon numero di questi combattenti sia già ampiamente addestrato, diversi jihadisti ricevono un addestramento nel deserto della Libia orientale o in Libano, nella parte nord della Valle della Beqaa.

Sull’affiliazione di questi jihadisti non v’è grande certezza. Alcuni, individualmente, farebbero parte di brigate dell’Esercito Siriano Libero, altri avrebbero costituito le loro brigate autonome (vedi sotto negli articoli consigliati).

Sono presenti, secondo Zelin, anche elementi del gruppo libanese di Fatah al-Islam e delle brigate (internazionali) Abdullah Azzam: non combattono sotto le loro insegne ma come semplici “mujahidin”.

Quanto ai libici, Zelin ricorda che in dicembre la stampa e i media francesi avevano riportato la presenza di un distaccamento libico, comandato da Mahdi al-Harati, un sodale dell’ormai famosissimo jihadista libico Abd al-Hakim Belhaj (che ora si è buttato in politica).

Quanto ai contatti della formazione jihadista locale, la Jabhat al-nusra, non vi sarebbero evidenze del fatto che questa abbia reclutato combattenti stranieri anche se alcuni membri del gruppo avrebbero contatti con l’esterno.

Nelle conclusioni Zelin ci spiega, di nuovo, che il fenomeno dei combattenti (jihadisti) in Siria esiste ma viene esagerato dai media. Ricorda che oltre il 90% dei ribelli in armi non sono jihadisti ma che, col passare del tempo, la cosa potrebbe assumere proporzioni preoccupanti.

Siamo alle solite: per citare le parole di un altro famoso jihadista libico, Abd el-Hakim al-Hasadi che a suo tempo ho definito “jihadista patriota” e che ritroviamo, ormai “pacificato”, in un reportage di George Grant:

Se la guerra andrà avanti a lungo è facile che estremisti stranieri entrino dai nostri confini.

Fatevi voi i conti su chi, in questi mesi, ha cercato di tirare in lungo il conflitto. Intanto, per farvi un’idea più approfondita della questione “stranieri in Siria”, vi consiglio i seguenti tre articoli (due miei e uno di Lorenzo Trombetta):

  1. L’atlante dell’Esercito libero siriano brigata per brigata
  2. Alla ricerca di Al Qaida in Siria
  3. È nata al Qaeda siriana? Forse, ma il complotto internazionale non c’entra