Democrazia, rivoluzioni e spettri: la crisi dei middle east studies

Malgrado i suoi detrattori aumentino di ora in ora, le insurrezioni mediorientali hanno avviato processi di cambiamento che sono tutto fuorché conclusi: che ci siano stati passi falsi e sconfitte è indubbio, così come certi sono i risultati ottenuti. Tra di essi bisogna includere la crisi dei Middle East Studies nordamericani, una crisi prodotta e rappresentata dalle primavere arabe che ne hanno messo in rilievo limiti teorici e politici. Non prendiamoci per i fondelli, l’inadeguatezza dei Middle East Studies è apparsa evidente sin dai primi tumulti. Non c’era e non c’è una prospettiva capace di confrontarsi e comunicare la situazione nella sua complessità. Di alternative da prendere in considerazione ce ne sarebbero parecchie a dire la verità, ma la disciplina è da tempo impegnata ad autoghettizzarsi.

Mentre la dottrina neocon intensificava il processo di militarizzazione del sapere, l’area liberal assumeva il ruolo di unico baluardo contro la barbarie reazionaria, delegittimando potenziali concorrenti e agendo, de facto, come una forza conservatrice. Il costante lavorìo di un network neo-orientalista dedito al marketing del migliore dei mondi possibili è stato contrastato con la sola arma della decostruzione. Un plotone di decostruttori ha esploso opposizioni binarie, problematizzato nozioni essenzialiste (di identità e cultura in primis), contestato l’etnocentrismo epistemologico alla radice di concetti e categorie.

A mancare, da qualche decennio ormai, è il momento positivo di una critica che altrimenti rischia di apparire sterile e fine a sé stessa, se non addirittura complice e allineata. Alla decostruzione del discorso neo-orientalista, infatti, segue spesso la vacuità di un lessico liberale che feticizza lo stato-nazione e naturalizza il capitalismo. Il primo viene implicitamente identificato come unico orizzonte politico, da conquistare eliminando l’avarizia dei corrotti e la protervia degli oppressori. Il secondo viene naturalizzato come lo sfondo naturale per il libero scambio di opinioni e culture. Seguono fiumi d’inchiostro e gigabytes su: ruolo della società civile e/o della sfera pubblica; ruolo dei media per ampliare -ergo migliorare!- offerta politica e processi di deliberazione; ruolo dei nuovi media, una riedizione in salsa vagamente cyberpunk della precedente; la identity politics e la questione della rappresentanza/rappresentazione di minoranze etniche, culturali, religiose e di genere; rituali e procedure democratiche, modalità di intervento (esterno) per implementarle.

Suona familiare? Ma certo! Questo è il trip spacciato all’ingrosso da conservatori e riformisti d’ogni latitudine e orientamento ideologico, l’utopia liberale di sempre. La stessa visione asfittica adottata dal nutrito fronte liberale egiziano, secondo cui non esiste altra via se non quella parlamentare; la stessa lezione impartita da Thomas Friedman, che va al Cairo a dividere gli egiziani in islamisti e liberali cancellando la spina dorsale dell’insurrezione egiziana e le rivendicazioni socio-economiche. Le decennali lotte dei movimenti operai e le conquiste del sindacalismo di base, la politica autonoma di comitati popolari e collettivi, formazioni e tendenze socialiste, marxiste e anarchiche. Per il “messaggero imperiale” e quelli come lui tutto questo non rileva. Ben più importante è stabilire il grado di laicità del paese, da sempre l’unico indicatore impiegato per spiegare il lungo e faticoso processo di “civilizzazione” (occidentale) dei paesi arabi.

I disastri di queste scaramucce di coppia sono sotto gli occhi di tutti. Lo stato di emergenza è rientrato dalla finestra, la contesa politica è modellata sull’asse islamisti vs. liberali, le elezioni sono una farsa tanto quanto i processi, le forze contro-rivoluzionarie continuano ad essere protagoniste assolute della politica parlamentare nonché unici interlocutori dell’Impero.

Come si è arrivati a tutto questo? Non c’è un’unica spiegazione, ma è evidente l’assenza di un contributo critico dei Middle East Studies. Una disciplina che avrebbe dovuto anticipare gli eventi si trova invece nella posizione degli economisti britannici davanti alla regina. Vero, le rivoluzioni sono imprevedibili. Ma i processi erano avviati da tempo e chi li metteva in rilievo veniva ignorato o marginalizzato. Così è stato anche per la rivoluzione. Prova ne sia il fatto che uno dei primi ad indicare l’elefante neoliberista nella stanza abbia dovuto farlo sotto pseudonimo. L’originale apparso su al Jazeera è stato corretto, ma per qualche tempo l’articolo “Una rivoluzione contro il neoliberalismo” era firmato Abu Atris. Lo stesso pezzo sarà poi pubblicato da Jadaliyya con il vero nome dell’autore, Walter Armbrust. Il fatto che nei lavori di questo autore lo spettro sornione di Marx non smetta mai di fare capolino è altamente significativo. Esso indica il problema fondamentale: la delegittimazione di ogni tipo di critica e teoria marxiana, che nel campo dei Middle East Studies assume posizioni dogmatiche.

La questione è complessa e andrebbe approfondita meglio, ma a grandi linee è possibile spiegarla così. Mentre i movimenti sociali del mondo arabo intensificavano il conflitto di classe, Marx veniva cestinato insieme alla Storia con l’aggravante di eurocentrismo. Al clima postmoderno di fine della Storia, e delle grandi narrative, bisogna aggiungere la ricezione della critica orientalista di Said. A partire dalla sua critica, che con Marx ha rapporti ambivalenti, si forma una sorta di ortodossia con diritto di scomunica per etnocentrismo da comminare tanto agli avversari conservatori quanto alle teorie radicali. Una volta liberato il campo da qualsiasi opzione -l’ipotesi nativista e identitaria, per fortuna, è scartata a priori- l’unico approccio valido consiste in una versione vagamente cosmopolita e post-marxiana di studi culturali, tutt’al più corroborata da un Gramsci opportunamente liberalizzato che, chissà come mai, sembra non soffrire di etnocentrismo se riproposto secondo Laclau e Mouffe.

Forse è giunto il momento di riconoscere la dimensione mondana e ideologica di questa contesa, che ha fruttato rendite di posizione tanto a destra quanto a sinistra: se i neocon hanno dominato la scena repubblicana con l’islamofobia e la war on terror, l’area liberal è stata egemonizzata da una critica culturalista che non ha nient’altro di meglio da offrire se non una versione moralizzata e moralizzante della globalizzazione teorizzata dai primi.

[l’originale è qui]