Siria: i Comitati di coordinamento locali all’ONU, una lettera (2)

Lo scorso 8 giugno pubblicavo in inglese una lettera inviata il 5 giugno dai Comitati di coordinamento locali siriani su “lavoro della missione di osservazione dell’ONU”.

La pubblicavo in inglese, chiedendo perdono ai lettori che non leggono in inglese.

Ieri Giacomo mi ha mandato la traduzione, eseguita da una sua collega (studiano a Ca’ Foscari, Venezia): Gemma Baccini.

Ringrazio entrambi e pubblico.

Certo, oggi le cose sono cambiate in peggio e i rischi che la situazione degeneri presto sono molto alti.

Tuttavia è fondamentale ricordare il coraggio e la forza di chi da mesi è sottoposto a una repressione così pesante e sistematica e, nonostante questo, continua a usare strumenti pacifici di lotta.

Vale la pena ripeterlo: sono loro le vere vittime del conflitto siriano. che da ormai troppo tempo, e principalmente per colpa del regime che da subito ha individuato nel movimento pacifico il vero nemico da abbattere, è diventato uno sporco affare internazionale.

Il Comitato di Coordinamento Locale in Siria

Lettera sul lavoro della missione degli Osservatori ONU

All’alba dell’insurrezione del popolo siriano, la Rivoluzione ha stabilito come obiettivi valori nazionali e umani completi e unitari. Scegliendo di lottare con mezzi pacifici, la Rivoluzione ha intensificato le sue esigenze passando dal chiedere un cambiamento a livello locale al chiedere la caduta del regime. Allo stesso tempo, abbiamo assistito a  una repressione crescente da parte del regime. I siriani sono consci del grave impatto che, se dovesse continuare a governare, il regime avrebbe sul futuro di questo paese e sull’integrità del tessuto sociale siriano, della sua sovranità e unità territoriale. Il regime sta lottando per sopravvivere e mantenere una repressione che dura da più di quarant’anni, si avvale di un uso estremo della violenza per stroncare qualsiasi forma di associazione pacifica e libera espressione, fomenta le divisioni sociali in fazioni e settarismi. Il regime si adopera per mantenere il potere costruendo alleanze con organizzazioni civili in un alcuni paesi vicini come mezzo per esportare la sua crisi, scaturita dalle sue stesse politiche, al posto di far fronte alle proprie responsabilità.

Sin dall’inizio della rivolta il regime è ricorso sistematicamente alla menzogna, proclamando l’esistenza di fondamentalisti islamici, uomini armati palestinesi e terroristi, assoggettati a un  vile complotto straniero per cambiare la struttura del potere e il suo rapporto con la società. Col propagarsi della rivolta il regime ha volto a suo vantaggio i timori degli stati vicini per il caos in questa fragile regione del mondo e ha giocato sulle preoccupazioni della comunità internazionale riguardo a gruppi armati di particolare natura religiosa. Tuttavia la brutalità del regime, le uccisioni, le torture, i bombardamenti, le invasioni di città e piccoli paesi, non hanno avuto tregua per quindici mesi. In questo periodo il regime non è stato capace di cogliere nessuna delle tante opportunità presentate per raggiungere una soluzione politica. Anzi, il regime ha usato la copertura fornita dalle sue menzogne per giustificare anche ulteriori repressioni come mezzo per stroncare la rivolta. Negli ultimi mesi ciò è divenuto sempre più evidente, specialmente dopo che Russia e Cina hanno messo il veto alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC) che condanna il regime e che stabilisce che questo regime non ha alcuna legittimità, storica o sociale, per continuare a governare la Siria. La sopravvivenza del regime infatti, è diventata completamente dipendente dalle forme di supporto straniere, sia politiche sia economiche, militari e tecniche.

Noi del Comitato di Coordinamento Locale  in Siria (LCC) riteniamo che il comportamento del regime e la sua incapacità nel reagire con una soluzione politica rischiano di portare la Siria al fallimento in quanto stato. Il costante rifiuto del regime di confrontarsi con una rivoluzione popolare ha posto la Siria al centro del gioco delle nazioni e degli interessi dei poteri mondiali. Noi crediamo che la recente risoluzione dell’UNSC  no.2043, emessa il 21 Aprile 2012, sia stata sviluppata in un contesto che non rende giustizia al popolo siriano e al sacrificio dei suoi uomini e donne. Al contrario, si è dimostrata un ostacolo contro una delle più popolari rivoluzioni per il cambiamento e il progresso che si siano mai verificate dalla Rivoluzione Francese del 1789. Questi motivi ci hanno spinto a presentare questa lettera.

Diamo atto che la situazione attuale della Siria si è “internazionalizzata” sotto il piano di Kofi Annan, ex Segretario Generale delle Nazioni Unite, alla risoluzione dell’UNSC 2043, e con le sue successive riunioni in Siria e Iran, e con la Lega Araba, Cina e Russia. Oggi questo conflitto è un gioco morale e politico a somma zero. Non è più accettabile o giustificabile se si considera ciò che sta avvenendo in Siria, dove non si tiene conto dei valori e princìpi etici contenuti nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e altre convenzioni  internazionali.

Riteniamo, inoltre, che la Risoluzione non ha alcun rapporto con la realtà del territorio. La Risoluzione e la natura del lavoro degli Osservatori delle Nazioni Unite sarebbe stata utile in un classico conflitto che implicasse sparatorie (e.g. due parti coinvolte in scontri e, logicamente, ognuna di esse provvista di posizioni militari fisse atte a far fuoco). Tuttavia l’esercito del regime, i servizi di sicurezza, e i miliziani shabiha sono coinvolti nella pratica giornaliera di invadere città e paesi e di uccidere i manifestanti pacifici. Nel frattempo l’Esercito Libero Siriano opera in difesa di una legittima, morale e legale missione, quella di proteggere i civili siriani in loro presenza in modo da assicurare il diritto dei civili alla pacifica espressione, manifestazione e riunione.

Siamo consapevoli che la logica e il linguaggio della Risoluzione riflette la volontà della Federazione Russa di proteggere il regime siriano e di offrirgli più tempo per tentare di stroncare la grande rivolta nazionale in Siria. Disgraziatamente l’attuale lavoro delle Nazioni Unite si mantiene in questo quadro. Sulla base di nostre proprie indagini abbiamo constatato che la missione dell’ Osservatore delle Nazioni Unite ha consciamente provvisto il regime di una copertura politica, quindi la missione dell’ Osservatore delle Nazione Unite non è in sostanza diversa da quella dell’ Osservatore della Lega Araba. Le procedure degli Osservatori delle Nazioni Unite sul campo confermano che la loro attuale missione è complicata da obiettivi politici e questo equivale a mettere il carro avanti ai buoi.

Il Piano Annan prevede un graduale inizio al cessate il fuoco, e continua attraverso il processo di creazione di un ambiente favorevole al dialogo, il rilascio dei detenuti, il ritorno delle persone scacciate, l’accesso ai media indipendenti senza restrizioni e il diritto alla protesta pacifica. Vi è la volontà politica e il consenso implicito di Annan e del suo team di coordinamento con la Federazione Russa per raggiungere un cessate il fuoco simultaneamente con il processo di dialogo.

Gli Osservatori ONU hanno enfatizzato ulteriormente questo concetto informandosi, secondo i nostri attivisti presenti sul campo, su una possibilità di dialogo con il regime proprio nel momento in cui  le forze armate del regime avevano bombardato le aree che gli Osservatori avevano visitato; gli Osservatori hanno assistito agli atti di intimidazione nei confronti dei civili – una mossa programmata per scoraggiare i cittadini ad interagire con gli Osservatori ONU quando possono avervi accesso.

Con l’ondata dei recenti massacri, e in modo particolare il massacro di Houla, è chiaro che l’UNSC  dovrebbe dedicarsi, senza esitazioni, a trovare un meccanismo grazie al quale i civili possano essere protetti. È diventato evidente e chiaro che la rivolta sta divenendo sempre più difficile da stroncare, e che il regime non cambierà la sua politica di repressione. Sembra che non vi sia alcuna prospettiva di un accordo politico che possa conciliare lo spirito della risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU e il lavoro della Missione degli Osservatori ONU.

Finora, il lavoro degli Osservatori ONU non ha mostrato alcun risultato tangibile in termini di miglioramento fisico, umanitario o delle condizioni politiche agli occhi dei cittadini siriani. Essi si aspettano come risultato un significativo cambiamento del comportamento del regime rispetto alle manifestazioni e alle proteste pacifiche dei civili. Basandoci su quanto appena detto, noi siamo consci che la missione degli Osservatori ONU ha perso ogni giustificazione per continuare il suo lavoro sul campo, a meno che l’UNSC non emetta una nuova Risoluzione che espanda la funzione degli Osservatori e imponga al regime siriano la responsabilità delle proprie azioni. Una nuova Risoluzione dell’UNSC deve anche migliorare l’efficienza degli Osservatori in modo da proteggere le vite dei civili Siriani. Gli attivisti hanno raccolto prove e monitorato i seguenti indicatori dall’inizio del lavoro degli Osservatori ONU:

Vi è stata una relativa riduzione delle violenze dall’inizio della missione degli Osservatori ONU iniziata il 12 Aprile 2012. Ciò è dimostrato attraverso il paragone tra il numero mensile di martiri prima e dopo l’inizio del lavoro degli osservatori  ONU. Nel febbraio 2012 i martiri sono stati 1623; in marzo sono saliti a 1704 e hanno raggiunto il massimo lo scorso mese, nei giorni appena a ridosso dell’inizio della missione degli Osservatori ONU. Abbiamo documentato 900 nuovi martiri tra il 1 e il 12 aprile; il bilancio definitivo delle vittime per tutto il mese di aprile è stato di 1626. Il bilancio è poi sceso a meno di 800 martiri fino al 23 maggio; ciò significa che il tasso di omicidi al giorno si è dimezzato, nel senso che il volume di violenza da parte del sistema era confinato in limiti che non erano fissi prima dell’arrivo degli osservatori ONU. Tuttavia il regime ha continuato la sua pratica giornaliera di bombardare con armi pesanti, sparare agli attivisti, effettuare esecuzioni sul campo, torturare a morte i prigionieri nelle prigioni e nei centri di detenzione, scacciare i residenti dalle zone sotto assedio, saccheggiare e distruggere le proprietà degli attivisti, condurre arbitrarie campagne d’arresti, reprimere senza motivo e proibire gli spostamenti.

Durante le ultime settimane del maggio 2012 abbiamo notato il ritorno di un alto tasso di uccisioni giornaliere, per esempio abbiamo documentato più di 500 martiri in varie città di tutta la Siria. Questo forse è dovuto al fatto che il regime ha beneficiato della situazione internazionale che si è realizzata con la presenza degli Osservatori ONU sul campo. Inoltre ciò indica che il regime si è adattato alla presenza degli Osservatori ONU e ai loro metodi di monitoraggio. Il regime ha minacciato di intensificare la violenza nonostante la presenza degli Osservatori.

Il numero totale dei martiri – registrato dall’inizio della Missione di Osservazione delle Nazioni Unite il 12 aprile 2012 fino al 31 maggio 2012 – è stato 2.035, tra cui 125 donne, 157 bambini di sesso maschile e 46 bambine. Questi martiri sono caduti dopo una serie di bombardamenti e invasioni effettuati in diversi quartieri della città di Homs e dei sobborghi circostanti (Rastan, Qosair e Houla); Aleppo e i suoi sobborghi circostanti (Atareb, Bab); Hama e i suoi sobborghi (Soran e i paesi in Sahl al-Ghab); la città di Deir Ezzor e i suoi sobborghi circostanti; Damasco e i suoi sobborghi circostanti (Domair, Douma); la campagna della provincia di Idlib (le città e i paesi di Jabal Zawieh e Jisr Al-Shoghour); la città di Daraa e i suoi sobborghi (Hirak e il campo profughi). Vi è a malapena un solo paese o città in cui non sia stato presente l’esercito o non vi siano stati dei checkpoint agli ingressi delle città o nel centro di esse, oltre alla presenza di milizie, agenti di sicurezza e shabiha, anche in casi di un movimento di protesta debole o inesistente.

Su richiesta dei residenti e degli attivisti, gli Osservatori ONU hanno visitato molte di queste aree in occasioni separate. L’esercito del regime ha sistematicamente bombardato e assaltato queste aree, senza eccezioni, alla partenza degli Osservatori, in modo da ricordare ai residenti locali la punizione per aver parlato con gli Osservatori e per prevenire un altro contatto futuro. Mentre i residenti hanno imparato a coinvolgere gli Osservatori più rapidamente, portando ad una riduzione relativa e temporanea della violenza, il regime ha intensificato la sua violenza contro i residenti dopo la partenza degli Osservatori delle Nazioni Unite.

Il numero degli Osservatori ONU presenti ad oggi in Siria è estremamente basso se confrontato al numero delle proteste popolari, alle dimensioni delle tattiche repressive, e alla distribuzione geografica della rivolta. Ciò ha condotto gli Osservatori a muoversi da una regione all’altra, in modo tale da indebolire il loro ruolo di controllo del cessate il fuoco e del mantenere una relativa calma tra i vari round di violenza.

Vi è confusione riguardo alla natura del lavoro degli Osservatori ONU in Siria. Mentre il loro numero e la loro presenza sono limitati, la Risoluzione UNSC e il Piano Annan hanno descritto la Missione come un modo rapido di monitorare e verificare il presunto cessate il fuoco, che aveva già portato a una riduzione dei livelli di violenza – come evidenziato dalla riduzione del numero giornaliero di martiri. Tuttavia, il rapporto tra gli Osservatori, i cittadini siriani e gli attivisti altalena tra le missioni di monitoraggio, e gli attivisti e i cittadini non sono sicuri dei loro obiettivi reali. È stato anticipato che gli Osservatori ONU avrebbero operato nei termini di una squadra di peacekeeping. Il livello di confusione si è accentuato poiché i cittadini e gli attivisti non conoscevano la natura e gli obiettivi delle missioni di monitoraggio. La missione è una ricognizione militare con ufficiali che controllano il cessate il fuoco? Oppure la missione degli Osservatori è quella di indagare periodicamente sulle condizioni umanitarie nelle zone sotto assedio? Oppure si tratta di un’inchiesta attiva per determinare le opinioni dei cittadini locali sul dialogo con il regime? Questa confusione, o ambiguità, ha raccolto reazioni di rabbia da parte dei residenti delle zone più sotto assedio. Inoltre la confusione è aumentata poiché molti Osservatori sono ignari delle norme sociali e dei comportamenti accettabili e non sono riusciti a notare le differenze culturali tra il loro paese di origine e il contesto sociale della Siria. Molti Osservatori si sono rifiutati di parlare con i residenti; la loro riluttanza a uscire dai loro veicoli e impegnarsi in una discussione è stata considerata come indifferenza, mancanza di rispetto e mancanza di civiltà, facendo infuriare ancora di più i residenti e gli attivisti e facendo sì che molti di loro si rifiutassero di cooperare con la missione degli Osservatori. Ciò è successo in parecchie occasioni, in particolare a Domair e a Douma, sobborghi di Damasco. Per quanto riguarda gli Osservatori Civili (che arrivano a 50 in confronto agli Osservatori Militari che sono 300), anche la natura del loro operato è confusa. Questi Osservatori chiedono informazioni sui detenuti e i centri di detenzione, senza spiegare ai residenti e agli attivisti i loro scopi reali. Alla luce della mancanza di risultati positivi fino a ora, questa confusione ha cominciato ad avere un impatto negativo sul livello di interazione con gli Osservatori.

Con grande disappunto dei residenti delle zone assediate, gli Osservatori delle Nazioni Unite sono spesso accompagnati da agenti di sicurezza o pattuglie del regime. Anche se questi rappresentanti del regime si limitassero a fare una vaga sorveglianza o a controllare l’operato degli Osservatori, la loro mera presenza costituisce un fattore intimidatorio che impedisce ai residenti di comunicare con gli Osservatori.

Come precedentemente detto in questa lettera, il fatto che gli Osservatori ONU abbiano richiesto che gli attivisti parlino di “dialogo politico” oltrepassa i termini del Piano Annan, e noi non siamo a conoscenza di un singolo caso in cui il regime lo abbia messo in pratica. Agli occhi dei cittadini e degli attivisti siriani, questo accorgimento indica che gli Osservatori ONU e lo stesso Piano Annan sono allineati con il regime e che quindi non hanno più credibilità e obiettività. La rivolta popolare ha perseverato, e le forze del movimento Siriano hanno completamente rifiutato la nozione di qualsivoglia dialogo che non finisca con la caduta del regime e dei suoi sostenitori. Basandoci su ciò che è stato detto sopra, muoviamo le seguenti proposte:

  1. Che sia incrementato il numero degli Osservatori nell’immediato futuro per far sì che possano portare a compimento i loro doveri. Il numero degli Osservatori dovrebbe essere sufficiente a coprire le aree della rivolta attraverso posizioni fisse e pattuglie mobili nelle aree vicine in modo da portare, grazie alla loro presenza, una relativa calma e ridurre il numero giornaliero di uccisioni e delle pratiche oppressive da parte del regime.
  1. Gli Osservatori dovrebbero stazionare in specifiche postazioni chiaramente indicate come siti ONU attraverso i colori e la bandiera delle Nazioni Unite, specialmente nelle zone calde assediate con armi pesanti dalle forze del regime. Gli Osservatori ONU dovrebbero inoltre garantire pattuglie, concentrandole sull’esercito e sui controlli di sicurezza, sulle posizioni dei cecchini e altre fonti di spari. La presenza degli Osservatori ONU in questi siti li metterebbe sotto pressione in modo da fare rispettare loro il cessate il fuoco.
  1. Molte delle città e dei paesi che sono state sottoposte ad assedio di sicurezza, sparatorie di armi da fuoco portatili e sommarie campagne di detenzione necessitano di più punti di controllo e pattugliamenti su una base giornaliera.
  1. Gli Osservatori dovrebbero scortare i grandi raduni, come le manifestazioni e i funerali, dal momento che la loro presenza offre una relativa protezione e contribuisce a garantire ai siriani il diritto di riunione pacifica e di espressione. Ciò aiuterebbe anche a riavere fiducia nel ruolo della Missione degli Osservatori ONU.
  1. I punti di monitoraggio dovrebbero essere situati vicino agli ospedali da campo dei punti caldi in modo da fornire una protezione relativa ai feriti e a minimizzare le probabilità di arresto, uccisione, tortura o di divieto di entrare nell’ospedale.
  1. L’attuale limitato numero degli Osservatori Civili può essere compensato creando chat room su internet che permettano loro di connettersi agli attivisti Siriani (e.g. avvocati, politici e attivisti dei LCC…) per registrare lamentele, commenti e suggerimenti.
  1. L’operato degli osservatori militari e civili dovrebbe essere separato e distinto. Le missioni degli Osservatori Civili devono includere incontri con le famiglie delle vittime e la raccolta delle loro testimonianze, incluso l’ascolto delle lamentele dei diretti interessati, e controllare le liste dei detenuti per monitorare le loro condizioni e i loro documenti, e investigare sulla sorte di coloro che sono stati fatti sparire con la forza. Questo cambiamento potrebbe creare un’impressione più positiva degli Osservatori e della loro missione nei cuori dei siriani. Ciò potrebbe inoltre incoraggiare gli attivisti a comunicare con loro, sia di persona sia attraverso un network di comunicazioni globali.

 

  1. Gli Osservatori devono fare attenzione quando sono accompagnati dalle forze di sicurezza del regime durante le loro missioni se cercano dei risultati positivi nella comunicazioni con i residenti locali nelle aree di rivolta.

 

  1. Un meccanismo attraverso il quale i media internazionali possano controllare e riferire sul comportamento del regime Siriano, attraverso il quale abbiano libero accesso ai punti caldi e alle aree della rivolta e possano essere integrati con gli Osservatori ONU durante le loro missioni.
  1. Gli Osservatori devono fare uno sforzo per capire e rispettare le differenze culturali e le norme sociali, per costruire relazioni efficaci che possano portare a un lavoro produttivo assieme ai cittadini siriani.
  1. L’UNSC, come il signor Kofi Annan e i suoi vice, devono rendersi conto della necessità che la missione degli Osservatori ONU evolva anche includendovi un ruolo per la Corte Penale Internazionale, cioè intraprendere una ricerca e verificare chi è responsabile delle sparatorie e delle violenze.

Infine, noi del LCC vediamo il bisogno per l’UNSC e per il signor Kofi Annan di correggere in breve tempo le carenze del Piano Annan e della Missione di Controllo dell’ONU, di aggiornarle nella massima misura possibile e nel più breve tempo possibile, fin tanto che la situazione internazionale e l’interesse regionale in Siria non richiedano azioni ulteriori. La brutale repressione operata dal regime e il fallimento della comunità internazionale nel rispondervi adeguatamente, ha portato molti siriani al punto di perdere la fiducia nella comunità internazionale e nelle sue istituzioni e princìpi. Nessuno può biasimarli.

Il Comitato di Coordinamento Locale in Siria