La primavera di Jonathan Evans (MI5)

Ci sono diversi ziliardi di motivi in base ai quali sarebbe bene rifiutare di etichettare ciò che è successo e sta succedendo nei paesi arabi come “primavera araba”.

Ma, principalmente, ce n’è uno: sotto a questa espressione si vanno ad agglutinare processi ed eventi che nulla hanno a che vedere fra loro né, tantomeno, con le rivolte e le rivoluzioni cui in questi mesi abbiamo assistito.

Esempio: Jonathan Evans, direttore generale dell’MI5, uno dei due servizi segreti (interno) britannici ha detto, più o meno, che la primavera araba ha creato un ambiente favorevole per al-Qaida.

L’influenza di al-Qaida, ha detto, si è spostata dall’Afghanistan e il Pakistan allo Yemen, alla Somalia e al Sahel.

Lì vanno dei would-be jihadists britannici, che poi tornano indietro e sono pronti a fare sfracelli.

Bene, vediamo un po’ in cosa consisterebbe questa “primavera araba”.

  1. in Yemen la rivolta contro il dittatore è stata soffocata tramite accordo fra Consiglio di Cooperazione del Golfo, Americani ed ex-sodali di Ali Abdullah Saleh;
  2. In Somalia non c’è stata alcuna rivolta, solo morte e disperazione nel silenzio internazionale;
  3. idem nel Sahel, dove sono arrivate le armi di Gheddafi dopo la guerra della NATO in Libia.

Ecco qua. Si faccia vivo chi sostiene che usare la dicitura “primavera araba” non sia assolutamente pernicioso.