Roma, Baghdad, Tripoli, Il Cairo: l’archeologia ai tempi della crisi

Sotto le bombe della NATO in Libia, sotto quelle della “Alleanza dei volenterosi” in Iraq l’archeologia va in default. Gli archeologi scappano, i siti su cui lavorano rimangono incustoditi, arrivano gli sciacalli.

Ci sono stagioni in cui la Storia, in un modo o nell’altro, si muove come l’elefante in una cristalleria, e a farne le spese sono musei, biblioteche, monumenti, vestigia di antiche civiltà: l’oggetto materiale che fa parte di quello che chiamiamo “patrimonio storico-artistico-culturale”.

Prima gli esseri umani e poi le cose, questo è l’imperativo in quei casi. Ma nelle pieghe di un principio così semplice, e tutto sommato condivisibile, nuotano centinaia, migliaia di piccoli o grandi distruttori, ladri, contrabbandieri.

Musei saccheggiati, biblioteche bruciate, siti archeologici presi d’assalto dai tombaroli, commercio illegale di opere d’arte alle stelle.

Gli stessi musei “del mondo di sopra” talvolta si turano il naso e comprano, senza curarsi della provenienza dei pezzi, seguendo il perverso principio secondo cui, alla fine, è meglio che quegli oggetti, seppure privati del loro prezioso contesto, non vadano a finire nelle mani dei privati.

Mediterraneo: l’archeologia tra crisi e conflitti. Era questo il tema del convegno che si è svolto dal 13 al 15 luglio a Chianciano nel contesto di Archeofest. Ha riunito, in un connubio inedito, archeologi che operano in varie zone del Mediterraneo ed esperti di geopolitica di quelle stesse aree.

L’obiettivo era esplorare, in tempi di vacche magrissime, il complicato rapporto fra politica, potere e archeologia: un tema che, se analizzato bene, fa emergere un mondo di contraddizioni e domande. E che va di pari passo con il tema più generale dell’identità dei paesi in crisi, dove la prima e più allarmante tendenza è l'”elisione” di quella diversità e ricchezza culturale che, di norma, rendere gli uomini più liberi.

Prendiamo l’Iraq, uno dei tanti esempi. Con Saddam Hussein gli archeologi si trovavano tutto sommato bene. I tombaroli venivano sbattuti in prigione e le missioni internazionali lavoravano regolarmente. I musei funzionavano e il contrabbando era ridotto a un fenomeno sì endemico ma circoscritto.

Saddam inglobava il passato mesopotamico nella sua retorica nazionalista. L’archeologia serviva a dar lustro al suo regime. L’archeologia è politica: sottoterra puoi trovare qualsiasi cosa, dal seme di kamut del XIII secolo a.C. al palazzo di un sovrano medievale, ma non si scava a caso: si cerca una cosa o qualcosa che abbia a che vedere con un periodo, una dinastia, una civiltà. E i soldi o il permesso per cercare non te li dà nessuno, in tempi di crisi, se vuoi trovare qualcosa che non ha una funzione nel presente.

Dal 2003, ma in realtà ancora prima, cioè dalla Guerra del Golfo di George Bush padre, la situazione è andata progressivamente peggiorando. Via gli archeologi, chiusi gli scavi, contrabbando alle stelle, il museo di Baghdad saccheggiato. L’archeologo non può che registrare questo dato di fatto. Non può che prendere atto che, dal punto di vista dell’archeologia “si stava meglio prima”.

E poi: per chi si lavora? A chi sono destinati i musei, chi beneficierà delle scoperte archeologiche? Altro esempio: l’Egitto. Dal febbraio 2011, assieme alla rivolta, abbiamo assistito a distruzioni e saccheggi. I dati mostrano un’impennata nel fenomeno del contrabbando, dei furti di antichità. Certo: prima il commercio esisteva lo stesso, passava per le mani di funzionari corrotti e nessuno ne sapeva niente, o quasi. Ma, allo stesso tempo, il nuovo clima di incertezza funge da incentivo: tuttalpiù la ruberia si “democratizza”, fino a data da destinarsi, ovvero fino al momento in cui, auspicabilmente, lo Stato e la politica torneranno a interessarsi delle cose, oltre che delle persone.

Il sale del convegno, però, era altrove. Sarebbe infatti un errore definire la “crisi” solo in rapporto a una situazione di guerra o di stravolgimento politico. La situazione non è molto più allegra nei paesi della crisi economica –nel Mediterraneo ci sono i famosi “pigs”– quelli che si ritrovano a dover pagare debiti su debiti: lo Stato chiude la borsa e i privati finanziano progetti solo per “la caccia al tesoro”, quel particolare genere di attività che fa tanto bene allo sponsor e alimenta la chiacchiera in trasmissioni televisive che definiremmo “divulgative” se non fossero, purtroppo, infarcite di spazzatura, ma che l’archeologia, che è una scienza, sempre più di rado è in grado di “rappresentare”: i tempi degli Indiana Jones (per fortuna) sono finiti.

Insomma dalla Grecia all’Iran, dall’Italia alla Libia, all’Iraq, alla Siria, allo Yemen, la crisi c’è, ma va letta. E nella giornata conclusiva del 15 luglio, la risposta dei congressisti è per forza di cose composita.

Ad esempio c’è chi, come Hafed Walda, archeologo libico di stanza a Londra, si chiede se per il suo paese non sia più utile formare, prima di scavare. Scavando si trovano tesori, forse, ma senza costruire attorno alla scoperta una struttura operativa funzionante e affidabile, c’è il rischio, anzi quasi la certezza, che quei tesori finiscano nelle mani sbagliate, che quel “patrimonio culturale” non sia messo a disposizione della gente che per centinaia di anni, probabilmente ignara di ciò che calpestava, su quei tesori sepolti ha camminato, o anche giocato a palla, o arato un campo. Quella gente che, insomma, ha il diritto di costruire la propria identità anche ammirando un mosaico di epoca romana, o una tavoletta di argilla riportati alla luce da qualche archeologo, locale o meno, in tempi vicini o lontani.

C’è anche chi porta la sua esperienza proprio nel campo della formazione in loco, e chi riflette sul ruolo contraddittorio dell’UNESCO, che da una parte ha la facoltà di dichiarare qualcosa o qualcuno “patrimonio dell’umanità” ma dall’altra non ha il potere reale di preservare e valorizzare quel patrimonio.

Che fare, dunque? A tirare le fila c’è Alberto Garlandi, presidente di ICOM (International Council of Museums) Italia: in tempi di crisi si ragiona per priorità, ci si mette sulla difensiva. Si deve passare il testimone alle nuove generazioni. Inventario, catalogo, digitalizzazione. Se si chiude si muore, la memoria si perde. E i nuovi che verranno, se verranno, dovranno rifare tutto da capo, senza che nessuno abbia insegnato loro il mestiere. Bisogna poi riprendere in mano il codice deontologico e metterlo in pratica per evitare che, domani, si debbano fare i conti con un patrimonio culturale schizofrenicamente distribuito in centinaia, migliaia di musei piccoli e grandi.

Ospite del convegno è Luigi Di Corato, direttore generale della Fondazione Musei Senesi, cui spetta l’annuncio di un documento/appello conclusivo del convegno e di un instant e-book che raccolta i contributi dei tanti che hanno preso la parola nei tre giorni di Chianciano.