Dighe e ladri di terra in Etiopia

Poco più di un anno fa scrivevo un post sulle vicende delle dighe in Etiopia che, tendenzialmente, portano soldi ed elettricità a pochi e fame e buio a moltissimi.

L’anno seguente ricevetti diverse violente critiche per ciò che avevo scritto.

Una di esse aveva il seguente garbatissimo incipit:

Non ho mai letto tante cazzate in tutta la mia vita.

Il dibattito aveva per tema, più o meno, il fatto che, secondo i miei critici, mi rifiutavo di immaginare un’Etiopia “sviluppata” come l’Italia, un’Etiopia delle “grandi opere” che servono alla popolazione.

Io volevo mantenere gli etiopi in stato di prostrazione perché, in fondo e quasi inconsciamente, tendevo ad assicurarmi un futuro da “padrone del vapore” nel mio paese.

E, in più, mi permettevo di scrivere standomene comodo comodo a casetta mia, ignorando tutto il resto (la “coda” polemica era la solita, incede più o meno così: “tu che digiti sulla tastiera adagiandoti su un sofà Luigi XVI e sorseggiando un Dom Ruinart 1998 Astucciato…”).

Io mi rifiutavo di pensare che anche gli etiopi hanno il diritto di avere l’energia elettrica in casa, o in baracca.

Ero un razzista, alla fine.

Inutile dire che le critiche, per quanto evidentemente scomposte, mi avevano portato a ulteriori ricerche, sfociate [grazie anche alle segnalazioni di Laura] a scrivere un altro post sui “Ladri di terra in Etiopia“.

In quell’articolo segnalavo che lo “sviluppo etiope” non ha nulla a che vedere con lo sviluppo degli etiopi.

Riportavo le vicende di uno dei tanti “ladri di terra” che in Etiopia, grazie alle connivenze col Governo, fanno un’agricoltura che serve all’esportazione e, soprattutto, non porta reddito alla gente che in terra etiope vive. Anzi: ulteriore miseria.

Quello “sviluppo” non era tale, era semmai appropriato definirlo “furto”.

Una delle fonti che avevo usato per scrivere il primo post è la “Campagna per la Riforma della Banca Mondiale“.

In maggio il sito dell’organizzazione pubblicava un articolo su una recente pubblicazione di “International Rivers”, una ONG:

International Rivers ha presentato il rapporto “Infrastructure for Whom?” che «Sfida l’approccio top-down ai progetti infrastrutturali promossi dalla Banca mondiale ed al potente gruppo dei 20, e presenta una via migliore». L’Ong sottolinea che «L’accesso all’acqua pulita e all’elettricità è essenziale per una vita sana e produttiva. Eppure, i progetti infrastrutturali top-down del passato hanno lasciato più di un miliardo di poveri al buio.

In quel rapporto, fra le altre cose, si legge:

Il concetto di “infrastruttura” include le mini-griglie rurali così come la centrale atomica di Fukushima … Sebbene non ci possa essere prosperità senza infrastrutture, le infrastrutture non necessariamente portano una crescita economica e uno sviluppo sociale di base ampia.

Niente di più appropriato per commentare ciò che oggi vengo a scoprire leggendo “Nigrizia”:

Le organizzazioni per i diritti umani Survival International, Human Rights Watch e International Rivers criticano duramente la decisione della Banca Mondiale di finanziare le linee di trasmissione elettrica della controversa diga Gibe III, in Etiopia, la cui costruzione è affidata alla impresa italiana Salini. Nel maggio 2009, Nigrizia ha pubblicato un dossier sulle dighe in Africa, dedicando una specifica analisi a Gibe III.

Il nuovo progetto infrastrutturale, appena approvato, contribuirà a condurre l’energia prodotta dalla diga idroelettrica etiope fino alla rete elettrica del Kenya. La Gibe III dovrebbe essere completata entro il 2014, ma le devastanti conseguenze sociali e ambientali della sua costruzione hanno alimentato una massiccia opposizione. La decisione di sostenere una tale controversa iniziativa viola le linee guida della Banca mondiale sulla salvaguardia dei diritti dei popoli indigeni e sul reinsediamento forzato.

«Il bisogno di energia elettrica di Kenya ed Etiopia non dovrebbe essere usato come scusa per giustificare queste palesi violazioni dei diritti umani» commenta Stephen Corry, direttore generale di Survival International. Che continua: «La Banca Mondiale ha deciso ancora una volta di sostenere un progetto infelice, che distruggerà le vite di centinaia di migliaia di persone. Oggi, questi popoli sono i più autosufficienti del Corno d’Africa, ma si vedono calpestare i loro diritti umani da un’organizzazione che anziché imparare dalla storia, continua a ripetere gli errori del passato».

La diga minaccia di distruggere i mezzi di sussistenza e la sicurezza alimentare degli oltre 200.000 persone che vivono nella bassa Valle dell’Omo. Il livello dell’acqua nel fiume non è mai stato tanto basso come in questo periodo, con conseguenze devastanti per l’autosufficienza di tribù pastorali come i bodi, i mursi e i cacciatori-raccoglitori kwegu.

Oltre a ciò, di pari passo con le operazioni governative di spianatura delle terre della bassa Valle dell’Omo per la loro trasformazione in redditizie piantagioni di canna da zucchero e cotone (che potranno essere irrigate grazie alla presenza della diga), nell’area si stanno diffondendo anche violenti furti di terra, reinsediamenti forzati e abusi dei diritti umani.

L’Etiopia non ha consultato nessuna comunità indigena in merito alla costruzione della Gibe III o ai suoi aggressivi progetti agro-industriali, che devasteranno la bassa Valle dell’Omo, un sito riconosciuto dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità. La diga, inoltre, colpirà anche molte comunità che vivono oltre il confine con il Kenya, vicino alle sponde del lago Turkana, il lago desertico più grande del mondo (fonte).