La Siria dopo il 18 luglio

Pare che in questi giorni fioriscano, o escano allo scoperto, nuovi gruppi di combattenti jihadisti in Siria.

E che rinverdiscano, creando rumore di fondo, le “agenzie” che si occupano di terrorismo islamico, nutrite di nuova linfa.

Colpisce che queste nuove formazioni nascano mentre vecchie formazioni, che fino a ieri venivano assimilate tout court ad al-Qaida, oggi si facciano intervistare dal Time [grazie L.].

E che il Time pensi ad intervistarli.

A intervistare loro, che mandavano comunicati a ripetizione e rivendicavano attentati a destra e a sinistra (ma ne smentivano altri).

E che gli intervistati dicano “il jihad non è al-Qaida”, “noi siamo jihadisti, non abbiamo nulla a che fare con al-Qaida”.

Altro paradosso: mesi fa, quando si parlava per la prima volta di al-Qaida in Siria giungevano notizie di grossi movimenti di qaidisti dall’Iraq.

Si notava anche che l’ondata di attentati in Iraq si era fermata in corrispondenza con questo nuovo flusso verso la Siria.

Oggi si parla di migliaia di qaidisti in Siria ma in Iraq qualche giorno fa c’è stata la peggiore ondata di attentati qaidisti degli ultimi anni.

Com’è potuto succedere?

Sono raddoppiati nel giro di una settimana, ‘sti qaidisti?

Morale della favola: la struttura del conflitto, in Siria, è definitivamente cambiata il 18 luglio scorso.

In base a questi cambiamenti si sono riposizionate le coordinate retoriche di contendenti interni ed esterni.

Gli eventi, anche quelli del passato, vengono riletti nella nuova chiave, la chiave dell’escalation.

Oppure vengono dimenticati, o anche non vengono collegati fra loro.

Invito dunque a rileggere due cosette, anzi tre, unitamente all’articolo del Time, e di porle in prospettiva diacronica, notando discrepanze e/o accordi e/o errori:

  1. Alla ricerca di al-Qaida in Libia;
  2. E’ nata al-Qaida siriana? Forse, ma il complotto internazionale non c’entra;
  3. L’atlante dell’esercito libero siriano brigata per brigata.

Si confronti il tutto con i nuovi allarmi e ci si renda conto che:

  1. gli allarmi su al-Qaida in Siria sono sempre stati telecomandati, da Bashshar al-Asad come da Ban Ki Moon o da qualche funzionario della CIA;
  2. al-Qaida in Siria (soprattutto con i numeri succitati) è ancora una realtà tutta da dimostrare (e no, non bastano le bandierine nere, e no, non bastano le dichiarazioncelle sui forum jihadisti, non mi fate gli spauracchioni che ‘stavolta non ne ho per nessuno).

Chiunque oggi parli di al-Qaida in Siria lo fa per motivi di:

  1. propaganda
  2. semplificazione giornalistica

Quindi ne parla a sproposito.

L’unica realtà su cui ragionare, valida fin dall’inizio della rivolta armata in Siria, è la radicalizzazione del conflitto su coordinate settarie.

Voluta prima di tutto dal regime, non dimentichiamolo.

Con il tempo il tasso di radicalizzazione era destinato ad aumentare.

Ed è aumentato progressivamente fino al 18 luglio.

Poi è esploso, con l’escalation.

Questo è quanto. E’ inutile girarci intorno.

La frittata è fatta, il latte è versato, il bambino è stato buttato via insieme all’acqua sporca.

Come avvertiva Paolo Dall’Oglio.

E tutti, per un motivo o per un altro, proattivamente o ostentando passività, hanno voluto che finisse così.

Qualche porta rimane aperta, ancora.

Ma dovrebbe finire tutto domani, o ieri.