La guerra in Siria sulla rotta dei profughi

I profughi misurano spesso le dimensioni e le caratteristiche dei conflitti.

Il dramma dei profughi in Siria ci racconta che quella è una guerra, una guerra civile, e soprattutto che questa guerra civile, dopo le offensive dei ribelli nelle grandi città, ha compiuto il salto di scala definitivo.

Tristemente gli appelli per una soluzione politica e/o pacifica, a questo punto,  suonano come “testimonianze”, niente più. E in qualche forma possono anche risultare propagandistici, non essendovi fra le parti in conflitto una volontà reale di trattare.

Possiamo interrogarci sul perché siamo arrivati a questo punto, e attribuire responsabilità, ma i ragionamenti che potremmo fare in proposito avrebbero a che vedere più con l’indagine storica che non con l’analisi dell’attualità.

Emblematico è ciò che tocca in sorte in questi giorni ai profughi palestinesi in Siria. Come scrivevo due giorni fa: “ai primi segnali di una nuova solidarietà dei palestinesi-siriani con i rivoltosi, il regime reprime direttamente nei campi profughi. Poi i carri armati di al-Asad bombardano il campo di Yarmuk, alla periferia di Damasco. Verso la fine di luglio viene bombardato anche il campo profughi di Deraa. Poi è l’ufficio dell’UNRWA, l’agenzia dell’ONU che si occupa dei rifugiati palestinesi, a essere bombardato, il 26 luglio. Lo stesso giorno giungono notizie di bombardamenti sull’ospedale del campo profughi di Yarmuk. E poi ancora sul campo di Deraa. In breve, i palestinesi uccisi dal regime di Damasco nei campi profughi si contano a centinaia, ormai”.

Emblematica è anche l’epopea dei profughi iraqeni in Siria, che in questi giorni tornano in Iraq: il conflitto ha raggiunto un’intensità tale da rendere insicuri in quel paese i cittadini di un paese per antonomasia insicuro come l’Iraq.

L’Iraq, il cui governo considera al-Asad un alleato, aveva dapprima chiuso le sue frontiere ai non iraqeni, poi ha ceduto su questo punto. E a rendere delicatissima la situazione c’è la conquista di un valico di frontiera con l’Iraq da parte dei ribelli che, così, si trovano faccia a faccia con funzionari di uno Stato, l’Iraq, che non li appoggia.

Comunque, come scrive Ettore Acocella su Nena News: “quasi il 95% dei rifugiati siriani in Iraq sono kurdi, provenienti dalle città del nord-est della Siria (Khamishli, Hasaka, Afrim). Entrano in Iraq nei pressi del varco di Rabia che segna il confine tra Siria e Kurdistan Iracheno, ormai largamente autonomo dal governo di Baghdad, che accoglie i rifugiati perché vuole mostrarsi come la «casa di tutti i kurdi». Non a caso anche nei pochi giorni di chiusura degli altri valichi di frontiera, Rabia è rimasto aperto”.

Il fatto ci conferma, come nel caso dei profughi iraqeni, che il conflitto siriano ha iniziato a “esportare” instabilità: bisogna tenere conto che questa “casa di tutti i curdi” ospita attualmente anche le retrovie del PKK, il partito comunista curdo di Turchia, e che la riorganizzazione della “matassa curda” preoccupa molto la Turchia di Erdogan. I turchi allestiscono campi profughi anche nel Kurdistan turco ma, contemporaneamente: “esercitazioni militari turche hanno avuto luogo nel distretto di Nusaybin, a due chilometri dalla frontiera siriana … Nusaybin si trova di fronte al distretto siriano di Khamishli, una zona curda dove i gruppi ribelli curdi hanno preso il controllo … (fonte)”.

E ora guardiamo a chi si muove nella direzione opposta, cioè a chi entra in Siria.

A entrare in Siria, oggi, sono i jihadisti, mercenari o volontari che siano.

Sparsi qua e là nel mondo si concentrano in quel paese, che in questo caso funge da carta assorbente di fattori destabilizzanti.

Un domani, a conflitto finito, cercheranno un altro campo di battaglia, andranno a far danni altrove, perché nessuno li vorrà nella nuova Siria (al contrario -forse- i jihadisti locali troveranno un qualche spazio, ma non è detto, si veda che fine hanno fatto i jihadisti che in Libia hanno scelto la politica).

Ci dovremmo confrontare una volta per tutte con questi apolidi, con questo genere particolarissimo e pericolosissimo di “profughi”, invece di descriverli in maniere diverse in base ai conflitti che combattono e in base alle diverse fasi dei conflitti in cui sono coinvolti.