Il mito dell’economia islamica

Non me ne voglia Daniele Atzori, l’autore del libro, la cui ricerca trovo approfondita nella sua parte compilativa, ma questo “Fede e mercato: verso una via islamica al capitalismo?” (il Mulino, 2010), e in special modo la presentazione e il primo capitolo, ospita sostanzialmente una mitologia.

Il titolo è rivelatore: fede e mercato, due oggetti che solitamente vengono associati fra loro in rapporto di dipendenza l’uno dall’altro (fede nel mercato, mercato della fede ad esempio), rappresentano qui due termini di comparazione di pari dignità allo scopo di descrivere l’approccio al capitalismo di tutto quel variegato mondo che genericamente definiamo “islamico”. Un titolo del genere, pur arricchito di un punto interrogativo, sottintende che, nel caso dell’islam, vi debba essere un approccio al capitalismo guidato dalla fede, un qualcosa che, posta in questi termini, non troveremmo altrove. Sorge infatti immediata la domanda: esiste anche una via “cristiana” o “ebraica” o “buddista”? E se esiste, perché non abbiamo bisogno di parlarne nei termini di un libro come questo, il cui corpo centrale è essenzialmente costituito da un elenco di istituzioni bancarie?

Ecco il primo punto critico: un sistema bancario fondato su alcuni principi che si ispirano ad antichi precetti religiosi rielaborati ad hoc e, come si accenna in chiusura del libro, una nuova “borghesia islamista” portatrice di specifici “modelli di consumo” anch’essi percepiti come “islamici” sono di certo una via al capitalismo. Ma il fatto che questa via sia “islamica” è tutto da dimostrare, o meglio: che questi paradigmi esistano non c’è dubbio, ma da qui a definirli “via islamica al capitalismo” ce ne passa. Ad esempio le “banche islamiche”, che apprendiamo dallo stesso Atzori essere contestate nel luogo in cui nascono, cioè in Arabia Saudita, appaiono agli occhi di qualche smaliziato poco più che l’invenzione di alcuni particolari soggetti economici bisognosi di darsi una forma “accettabile” nell’ambiente in cui originariamente operano. Le “banche islamiche” sono ben lungi dal nascere in conseguenza a una domanda proveniente dalle comunità musulmane sparse nel mondo (e nemmeno nel loro luogo d’origine, ripeto) né in conseguenza al manifestarsi di quella “borghesia islamista” di cui sopra che, per formarsi, delle banche islamiche non ha avuto bisogno (un esempio tratto dalla cronaca di questi giorni: il presidente egiziano Mohamed Morsi, esponente dei Fratelli Musulmani e, sostanzialmente, emissario della “borghesia islamista” egiziana, chiede un prestito al Fondo Monetario Internazionale scatenando le critiche di alcuni esponenti del partito salafita, al-Nur). Quella che viene a definirsi come “finanza islamica” è piuttosto la struttura formale che permette ad alcuni grandi accumulatori di liquidità del pianeta, in particolari i produttori di petrolio del Golfo, di spendere i propri soldi senza incorrere, formalmente, in infrazioni religiose. Certamente oggi quella borghesia si rivolge con maggiore frequenza alle “banche islamiche”, ma le due cose – borghesia islamista e finanza islamica – non sono in origine collegate. Il dibattito sul fatto che l’economia halal (cioè quell’indotto produttivo/distributivo che applica sui prodotti “certificati di conformità” con le norme coraniche) e la finanza islamica “possono andare insieme”, ad esempio, avviene oggi, non agli albori dell’islamic banking. Considerare i tre  fenomeni – la nascente “borghesia islamista”, la sempre più imponente “finanza islamica” e l’economia halal – all’interno di uno stesso quadro di riferimento è insomma un’operazione ex-post che rende apparentemente “naturale” e “armonico” uno sviluppo che invece non lo è.

Ecco il secondo punto critico, che si manifesta immediatamente, nell’introduzione del libro. Atzori, afferma che “l’economia di mercato occulta e reifica la propria cultura morale, presentandola come naturale, necessaria, come l’unica intrinsecamente razionale”, e subito dopo, accennando agli “avversari dell’economia di mercato” che sarebbero “anch’essi vittima di questa illusione, individuando in essa un rullo compressore che omologa ed elimina le differenze su scala planetaria”, ritiene che questi non si avvedano che “la standardizzazione delle pratiche gestionali e del processo di produzione e scambio delle merci è, a sua volta, rianimata dalla persona, ente morale che soffia la vita nell’argilla delle pratiche economiche”. Perché “se l’economia reifica l’uomo, l’uomo a sua volta vivifica l’economia”. Dovremmo quindi individuare “chi è quest’uomo” e in secondo luogo in che modo quest’uomo vivifica islamicamente l’economia di mercato. Qui, infatti, parliamo di quelli che Atzori definisce “simboli culturali” islamici ma non è per nulla chiaro quando, come e da chi questi simboli vengano “reificati”, cioè tradotti in merce “islamica”.

Se infatti il “mercato” appare come  “ciò che naturalmente avviene in assenza di condizionamenti ideologici”, esso è, in realtà, quanto di più ideologico ci sia: sappiamo che si orienta sulla domanda ma, anche, che la orienta a sua volta anzi, nella maggior parte dei casi un mercato viene creato, non è una semplice risposta – magari intelligente – a una domanda già esistente. Ed è proprio questo fattore che si osserva, seguendo la cronaca economica, in quello che è stato definito “l’islam di mercato”. Non sono, o sono in minima parte (le comunità della diaspora e gli stakeholders del Golfo), le comunità musulmane sparse per il mondo a chiedere, ad esempio, prodotti halal, cioè “consentiti” dall’islam (in cima ai desideri consumistici dei “consumatori musulmani” ci sono i prodotti delle multinazionali “tradizionali”, come Nestlè, Coca Cola etc.). Sono piuttosti i produttori a imporre un mercato halal a comunità che per secoli, e ancora oggi, non manifestano bisogni e aspettative in tal senso.

E dunque dobbiamo chiederci “quale islam” passi nelle merci “islamicamente corrette”, prendendo come assunto fondamentale che le comunità musulmane rappresentano ognuna un caso a sé e che ciò che viene oggi venduto come “prodotto islamicamente corretto” è il frutto di un’operazione ideologica che, per lo più, tende a rendere “islamico” qualcosa che prima poteva tranquillamente non esserlo. E che pone il consumatore, un generico musulmano medio, di fronte a una scelta di “pietà” anche in un supermercato.E’ il caso, a questo punto, di riprendere in mano il filosofo sloveno Slavoj Žižek secondo cui il capitalismo viene sì percepito oggi come la condizione “naturale” dell’umanità ma – è qui la differenza di analisi – allo stesso tempo:

è il primo ordine socio-economico che de-totalizza il significato: non è globale in quanto a significato (non c’è una “concezione del mondo capitalista” globale. non c’è una “civiltà capitalista” in senso proprio; la lezione fondamentale della globalizzazione è precisamente che il capitalismo può adattarsi a ogni civiltà, da quella cristiana a quella induista o buddista). La dimensione globale del capitalismo può essere formulata solo in quanto a verità-senza-significato, il “Reale” del meccanismo di mercato globale. Il problema qui non è che la realtà è sempre imperfetta e che le persone hanno sempre bisogno di vagheggiare una perfezione impossibile. Il problema è il significato, ed è qui che la religione sta ora reinventando il suo ruolo, riscoprendo la sua missione di garantire una vita dotata di senso a coloro che prendono parte al funzionamento privo di senso della macchina capitalista .

Il processo per cui “la standardizzazione […] è, a sua volta, rianimata dalla persona, ente morale che soffia la vita nell’argilla delle pratiche economiche”, dunque, è da ordinare in senso gerarchico: le due cose non abitano – come afferma Atzori – lo stesso piano della piramide . In cima si trova “il Reale”, cioè una “verità-senza-significato” fatta di merci. A un piano più basso sta “l’adattamento” del capitalismo “a ogni civiltà”, in cui gli individui che “prendono parte al funzionamento privo di senso della macchina capitalista” trovano una “vita dotata di senso” tramite la “reificazione dei simboli culturali”. In altre parole, più semplici: prima viene il prodotto, poi gli si applica sopra un’etichetta, praticando, nel caso, un branding culturale o religioso di qualche tipo.

Più che di “vivificazione” dell’economia possiamo parlare, dunque, di “privatizzazione” delle religioni sulla spinta delle forze del mercato. Atzori definisce questo processo una “risacralizzazione” del mondo laddove sarebbe meglio definirlo, più semplicemente un “vendere spiritualità”. Apporre semplici tag, certificati di islamicità, alle merci non “risacralizza” il mondo bensì, semplicemente, “reifica una cultura morale”, rende “sacra” una merce, non “il mondo” il quale, Atzori sarà d’accordo con me, non si riduce all’economia. O meglio: il processo traduce in oggetti stille di spiritualità, contestualizzandola in una dimensione privata – l’atto dell’acquisto – e sottraendola al dominio pubblico. Il ché, in contesto islamico, tende ad amputare una delle caratteristiche centrali dell’islam nel suo complesso, ovvero la sua dimensione “comunitaria”.

Tornando all’”armonia” e alla “naturalità” della “via islamica” al capitalismo arriviamo al terzo punto critico, ovvero all’apparato teorico che si dispiega lungo tutto il primo capitolo del libro, dal titolo “l’islam e la vita economica”. Qui si compie una “classica” (nel senso dell’orientalismo) reductio del contesto islamico, si descrive l’islam come “un’ideologia” totalizzante. Descrivendo come “uniformanti” alcuni concetti basilari, che l’islam invece elabora in diverse forme nella sua storia, come ad esempio il tawhid (unicità di Dio), la khilafa (reggenza, successione) o la zakat (l’elemosina rituale), si riporta al presente, o meglio in una dimensione astorica, il “pensiero economico” dell’islam, nel quale “l’azione morale” diverrebbe “un elemento vitale del sistema economico e sociale”. Privando il contesto teorico dell’analisi storica, Atzori ci restituisce un monolito islamico sempiterno guidato in economia da sanissimi principi morali e anche propenso all’idea che lo sviluppo debba essere sostenibile. Il ché, davvero, stride non poco con il trattamento riservato ai lavoratori immigrati nel Golfo, con l’opulenza petrolifera e di certo ben poco “sostenibile” di città come Abu Dhabi o Dubai. O anche con la nuova etica “para-calvinista” dei nuovi borghesi “islamisti”, che un autore come Patrick Haenni in “L’islam di mercato, l’altra rivoluzione conservatrice” descrive così bene.

Suona dunque come una beffa la conclusione del capitolo, dove appunto si richiama una storia dell’islam in cui “fin dai primordi, l’islam ha promosso una precoce globalizzazione, forgiando in terre dalle culture estremamente diversificate un unico mercato, pur mantenendo sempre la propria individualità”. L’autore dimentica che tutto questo l’islam lo fa prima della rivoluzione industriale, prima della nascita del capitalismo moderno. E, appunto, soccombe dal punto di vista economico, politico e militare, proprio in conseguenza alle prime sue aggressive manifestazioni.

Parliamone, Daniele. Magari mi sbaglio.