Raccontare la storia in Medio Oriente (piccola recensione a “Controcorrente” di Ilan Pappe)

Nella puntata dei Simpsons (episodio 3F20, “Much Apu about Nothing”) in cui il gestore indiano del Kwik-E-Mart, nonché immigrato clandestino, Apu Nahasapeemapetilon tenta di superare l’esame per la cittadinanza statunitense, si svolge questo dialogo:

PROCURATORE: Bene, un’ultima domanda. Quale fu la causa della guerra di secessione?
APU: In realtà le cause furono molteplici: a parte l’ovvia contrapposizione fra abolizionisti e non-abolizionisti, c’erano fattori economici, sia interni che internaz…
PROCURATORE: Ferma, ferma, di’ solo: la schiavitù.
APU: O certo, signore, la schiavitù.

Questo per dire che la storia la si può raccontare in tanti modi e raramente la risposta secca ai “perché” è quella giusta.

O meglio: spesso è quella giusta, ma non per questo è quella più vera.

Se poi è vero che la storia la scrivono i vincitori, quando si vuole raccontare un conflitto — quello israelo-palestinese — tuttora in corso e in cui ancora non c’è un vincitore, ma solo vinti, lo storico si trova a giocare una partita di calcetto su un campo di acqua saponata.

Infatti leggo in questi giorni “Controcorrente” di Ilan Pappe, sottotitolo “La lotta per la libertà accademica in Israele” (Zambon Editore, Frankfurt-Verona, 2012). Che è la narrazione di come la narrazione della storia (di Israele e della Palestina), intrinsecamente legata alla visione politica degli Stati che la esprimono, ne subisca volente o nolente le vessazioni.

Per certi versi nulla di nuovo. Ma, ripeto, l’argomento è scottante. E il libro, come già altri dello stesso autore, è davvero notevole e “rivelatorio” per i contenuti e la lucidità con cui vengono esposti.

Ilan Pappe ha condotto (e stimolato) molte ricerche sul conflitto del 1948 e sugli anni immediatamente successivi, ponendo l’accento sul carattere colonialista ed etnopuliziesco della ideologia sionista di quegli anni e della politica israeliana, fortemente succube dell’apparato militare.

Il suo percorso personale è andato di pari passo con l’attività di ricerca storica, portandolo a decostruire la narrazione corrente basata su alcuni “miti” intoccabili, ma assolutamente incompatibili con l’ideale democratico, nonché con la sua deontologia di storico.

Le sue fonti sono sicuramente autorevoli: principalmente gli archivi israeliani e britannici, oltre alle testimonianze sia di ebrei che di palestinesi.

L’illusione di un’apertura negli studi storici su quel periodo che si ebbe a metà degli anni novanta (più o meno coincidente con l’arco di tempo fra i negoziati di Oslo e l’assassinio di Yitzhaq Rabin, o meglio fra la fine della prima intifada e l’inizio della seconda) gli diedero l’impressione che l’idea di una “nuova storia”* potesse finalmente fare i conti col passato per porre le basi di un futuro migliore.

Ma, come lo stesso Pappe aveva intuito, l’illusione doveva ben presto essere smascherata per quello che era: il tentativo di strappare diplomaticamente un accordo di vidimazione sullo status quo di un inesorabile e violento colonialismo principiato circa un secolo prima.

Una buona parte del libro verte intorno un episodio chiave della svolta “oscurantista” della politica israeliana nei confronti della storiografia non allineata all’ideologia sionista. Ossia alla vicenda della tesi di laurea che Teddy Katz stava preparandosi a discutere a metà del 2000 all’Università di Haifa. La tesi verteva sulla storia dello smantellamento dei villaggi palestinesi fra Haifa e Tel Aviv. In base alle abbondanti testimonianze raccolte, sia orali che di archivio (che Pappe riporta in appendice a questo libro), giungeva all’ipotesi di un eccidio (leggi: crimine di guerra) compiutosi nel villaggio di Tantura durante o immediatamente dopo la guerra del 1948.

Questa tesi di laurea, inizialmente premiata con un voto molto alto, fu, proprio all’indomani dell’inizio della seconda intifada, sottoposta a revisione e in seguito fisicamente tolta dallo scaffale delle tesi dell’Università di Haifa. Lo stesso Pappe — che non ne era il relatore, ma la appoggiò pubblicamente invitando la comunità accademica a solidarizzare in nome della libertà di ricerca — subì un ostracismo sempre più pressante (oltre a minacce di ogni genere, ai voltafaccia di molti suoi colleghi, ecc.) e rischiò un processo, fermato solo dalle rimostranze della comunità scientifica internazionale.

Per sua tranquillità e per poter continuare a fare ricerca storica, oltre che attività politica, Ilan Pappe ha dovuto emigrare in Inghilterra.

Due fra le tante riflessioni che scaturiscono dalla lettura di questo libro vorrei riportare qui.

  1. Le ragioni che hanno portato il sionismo a trasformarsi da legittimo ideale di un popolo che aspirava ad avere una propria patria dove costruire uno stato democratico in una ideologia fondamentalmente discriminatoria, che ha posto in essere politiche e azioni paragonabili all’apartheid e alla pulizia etnica, costituiscono un problema, anche psicologico, non solo per gli israeliani, ma per tutto il mondo (specie quello occidentale) che ha sempre accettato pedissequamente la vulgata della storia del sionismo. Non credo vi sia alcunché di sensazionale, nell’individuare nel virus nazionalista che vi sta alla base una delle ragioni fondamentali. Quello stesso nazionalismo che in Europa fu il carburante romantico di tante rivoluzioni ottocentesche e che portò alla costituzione degli stati nazionali. Ma che in seguito costituì l’armamentario ideologico per guerre, scontri e conflitti inter-etnici, fino alle peggiori derive razziste. Fra l’altro il virus nazionalista di cui fu portatore il sionismo è uno del peggior ceppo, in quanto basato non sul binomio lingua-territorio, ma piuttosto sulla religione. Una cosa è chiedersi se, per esempio, i Baschi — che vivono nei paesi omonimi da tempo immemorabile e parlano una lingua totalmente diversa dai loro vicini e quindi fortemente identitaria — abbiano diritto a rivendicare una loro autonoma forma di autogoverno su quel territorio. Cosa diversa è chiedersi se i Baha’i —  che sono sparsi in tutto il mondo, parlano lingue diverse e non sono legati a un territorio in particolare — possano rivendicare un loro stato in Persia, sempre posto che lo vogliano.
  2. Rispetto alla soluzione “due popoli-due stati” che è stata finora perseguita, in maniera volontariamente o involontariamente fallimentare, oggi si levano sempre maggiori voci che spingono per una soluzione che preveda un unico stato per due popoli (si veda in proposito “Palestina – quale futuro?”, a cura di Jamil Hilal, Jaca Boook Milano 2007). Per quanto utopistica possa esser sembrata questa ipotesi nel corso dei tempi, oggi appare quella che, se opportunamente costruita su princìpi di rigorosa democrazia ed uguaglianza, di parità di diritti, di laicità e non-confensionalità dello stato, di smilitarizzazione degli apparati — soprattutto quello educativo — ed via dicendo, più di ogni altra offre una prospettiva di soluzione positiva a quel vicolo cieco che sta diventando la questione israelo-palestinese.

D
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* E’ interessante il passo in cui si spiega questa definizione: il concetto di “revisionismo storico” infatti, sebbene per certi versi più appropriato, ha assunto sia in Europa che in Israele, connotati ideologicamente marcati, dai quali Pappe a i suoi colleghi volevano mantenersi assolutamente indipendenti. Dunque preferirono la definizione neutra e “positiva” di nuova storia.