La rabbia della Tunisia non è solo contro gli islamisti

Da mercoledì 6 febbraio la Tunisia è in rivolta, anche se rispetto alle manifestazioni di due anni fa ci sono importanti differenze.

La mattina del 6 febbraio è stato assassinato in un agguato di fronte alla sua abitazione Chokri Belaid, segretario generale del Movimento patriottico democratico e membro di spicco del Fronte popolare, che raggruppa 15 movimenti della sinistra d’opposizione tunisina. Le circostanze dell’agguato sono tutt’altro che chiare. Nadia Deoud, giornalista free lance che abita nello stesso palazzo di Belaid, ne è stata testimone oculare:

“Ero affacciata dal balcone quando ho visto l’autista, in attesa dell’arrivo di Belaid, parlare con qualcuno.L’agguato è avvenuto verso le 7:50 del mattino. Una volta che Belaid ha raggiunto l’automobile due persone a bordo di un motorino si sono avvicinate sparando prima un colpo e dopo altri tre in rapida successione. La cosa che mi ha più sconvolta è stata la mancata reazione dell’autista di fronte all’imminente assassinio del dottor Belaid”.

Chokri viene portato in ospedale ma non c’è nulla fare. All’uscita, l’ambulanza che trasporta le sue spoglie viene accolta da una folla commossa. Urlano slogan rivoluzionari, fanno il takbir, intonano l’inno nazionale. Poi su Avenue Bourghiba la polizia disperde quel corteo spontaneo coi lacrimogeni.

Nel giro di poche ore la Tunisia è in fiamme. Tunisi, prima di tutto. Scontri, arresti di attivisti, la polizia entra nei locali del sindacato, l’Ugtt, per “inseguire” alcuni manifestanti che vi si erano rifugiati. Muore un poliziotto. Poi Monastir, Nabeul, Sus, Biserta, Beja, el-Kef, Qayrouan, Kasserine, Mahdia, Gafsa e così via. I manifestanti occupano le sedi di Ennahda, in alcuni casi danno loro fuoco, altrove le saccheggiano. Chiedono le dimissioni del governo.

Tutto al contrario rispetto a due anni fa. La protesta parte dal centro e si diffonde verso la periferia, come l’onda di una sasso lanciata in uno stagno. Tutti i portavoce dei partiti si affrettano a condannare l’attentato, una catena di dichiarazioni tanto lunga quanto scontata. Il Parlamento europeo osserva un minuto di silenzio, e condanna. Il presidente tunisino, Moncef Marzouki, in quel contesto, si unisce al coro. Ma non si dimetterà.

Per capire quanto sia depistante il distinguo che definisce “laiche” le forze scese in piazza basta ascoltare le invocazioni a Dio di quelle folle in lutto e leggere i messaggi di cordoglio della cittadinanza. Non si parla, qui, di “laici” contro “religiosi”. Si parla di un blocco di potere (indulgente nei confronti delle ali estremiste dell’islam politico, quelle stesse formazioni che oggi festeggiano la morte di Belaid) al quale partecipano anche partiti “laici” – la sinistra moderata di Ettakatol e il Congresso per la repubblica. Un blocco che in poco più di un anno ha proceduto all’occupazione delle sedie lasciate vuote dai sodali di Ben Ali, venendo a patti con i poteri forti, vecchi e nuovi, tunisini e non. E che si è dimostrato incapace di affrontare i problemi dei cittadini, mentre il paese correva a grandi passi verso il baratro economico e lo scontro sociale.

Che la situazione sia esplosiva è chiaro guardando i dati economici. Bilancia commerciale in deficit, industria ferma, turismo in crollo verticale, investitori in fuga, agricoltura in ginocchio. Il ministro delle Finanze, Elyes Fakhfakh annuncia ulteriori aumenti del prezzo dei carburanti, dell’energia elettrica, del tabacco. Il Fondo Monetario Internazionale va in pressing sul governo, chiedendo riforme strutturali: l’ennesimo “richiamo” è del 4 febbraio scorso, quando il governatore della Banca centrale della Tunisia, Chedly Ayari, appare in conferenza stampa congiunta con i rappresentanti del Fondo.

In serata arriva l’annuncio delle dimissioni di Karima Souid, la deputata di Ettakatol eletta nella Francia meridionale (una delle circoscrizioni estere del voto tunisino). È troppo poco per un partito che le opposizioni riunite attorno al Fronte popolare, una formazione in grande crescita nel paese formatasi nell’ottobre scorso dalla federazione di diverse sigle della sinistra anche radicale, accusano di accondiscendenza nei confronti del premier Hamadi Jebali e del suo partito, Ennahda.

La soluzione, secondo Jebali, è un “governo tecnico”: pochi ministri di comprovato valore, specie nei comparti economici. Qualcosa che va incontro, appunto, alle richieste dell’Fmi e che incassa il placet di Ettakatol e del Congresso per la repubblica, ma che trova l’opposizione proprio di Ennahda, un partito nel quale già da tempo sono in corso lotte fra “clan” per l’egemonia.

Secondo uno dei suoi esponenti, Abdelhamid Jelassi, la soluzione sarebbe da trovare in un governo autorevole dal punto di vista politico, il che significa probabilmente l’entrata in campo del leader del partito Rachid Ghannouchi o di qualche esponente della sua cordata.

Difficilmente l’una o l’altra soluzione soddisferanno le opposizioni sociali e politiche. Domani, 8 febbraio, Chokri Belaid sarà inumato. Sarà il “venerdì della sfida totale” secondo gli attivisti. Il forte sindacato tunisino si unirà alla protesta, chiamando i suoi iscritti – mezzo milione di persone – allo sciopero generale nazionale, il primo dal 1978.

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