Si fa presto a dire Jihad

Fin dai primi vagiti della rivolta in Siria gli osservatori, incrociando la mappa etnico-linguistico-religiosa con quella delle catene di comando e governo del regime di Bashar al-Asad, mettevano in guardia a proposito della potenziale “deriva settaria” dello scontro in atto. Nel settembre dello scorso anno, quando ormai la rivolta aveva preso la piega dello scontro armato, Aron Lund, in uno studio commissionato dallo Swedish Institute of International Affairs1, rifletteva di nuovo su quei “numeri” affermando:

Molti siriani, di entrambe le parti politiche, respingeranno qualsiasi analisi del conflitto siriano che si concentri sulle fedeltà settarie, definendole razziste o orientaliste. Ma l’evidenza statistica è lampante. Per esempio, la conta delle vittime da parte dell’opposizione può risultare non affidabile dal punto di vista dell’esattezza delle cifre, ma si rivela utile per documentare l’andamento generale e illustra chiaramente la dimensione settaria del conflitto.

Dal marzo 2011 all’agosto 2012 il Center for Documenting Violantions in Syria (VDC) ha registrato 1832 morti nel Governatorato di Deraa, che ha circa 850.000 abitanti, principalmente arabi-sunniti con una piccola minoranza cristiana. Nello stesso periodo il VDC ha riportato solo 17 morti nel vicino Governatorato di Suweida, che ha una popolazione principalmente arabo-drusa di circa 300.000 abitanti. Nel Governatorato di Homs, che conta circa 1.500.000 abitanti, una maggioranza di sunniti nelle aree rurali è “spruzzata” di villaggi alawiti [la confessione di al-Asad e del suo gruppo di potere, generalmente associata allo sciismo, n.d.a.] e cristiani. In accordo con il VDC, l’effetto combinato del giro di vite governativo sulle irrequiete aree sunnite e il tit-for-tat della violenza settaria fra villaggi e quartieri ha portato a 5798 morti a Homs a partire dall’agosto 2012: il più alto numero di vittime in un governatorato siriano. Questo contrasta con la situazione del vicino Tartus, un governatorato a maggioranza alawita di circa 700.000 abitanti. Lì il numero totale di vittime è di 38 soltanto. Con questi numeri non è possibile negare la dinamica settaria della guerra civile siriana.

L’analisi di Lund è da un lato illuminante, dall’altro insufficiente. Se è vero che la quasi totalità degli uomini in armi che si contrappongono al regime di Bashar al-Asad è sunnita, è anche vero che quella sunnita è la componente ampiamente maggioritaria nel mosaico religioso siriano e quella che – ampiamente marginalizzata – ha più subito la crisi economica che ha preceduto la rivolta. Una crisi che ha colpito per prima cosa le campagne ma che, subito dopo, ha avuto ampie ripercussioni nelle città, nelle quali si concentrano le “maggioranze” sunnite e la cui popolazione è cresciuta esponenzialmente negli ultimi anni per effetto delle migrazioni interne dovute all’abbandono delle terre. Dunque: come in altri teatri, ad esempio il Bahrayn, a una “maggioranza confessionale” (in quel caso sciita) corrisponde una “maggioranza oppressa” e ciò porta con sé il pericolo di una deriva confessionale, soprattutto se dalla protesta pacifica si passa alle armi.

Le affermazioni di Lund mancano, inoltre, dei rilievi di tipo strategico: il governatorato di Homs, dove si registra il maggior numero di vittime, oltre a essere cosparso di villaggi alawiti (i quali tuttavia non sono in quell’area la maggioranza della popolazione), è anche il punto di contatto fra la Siria interna e le aree a maggioranza alawita della costa, è un nodo strategico centrale per il regime di al-Asad. Lì i combattimenti si sono concentrati sulla città, a maggioranza sunnita, lì i bombardamenti del regime sono giunti per primi.

Queste brevi riflessioni ci inducono a pensare che l’attuale “deriva settaria”, sia il “normale” esito di un conflitto armato in cui il regime in molte aree ha sistematicamente agito sulla linea del sectarian divide proprio in ordine al suo obiettivo finale: rimanere in sella. Una deriva che, nei primi mesi della rivolta, era sì presente, ma quasi unicamente a livello potenziale. Oggi, con il progressivo acuirsi e protrarsi del conflitto, la rivolta dei siriani, nata con premesse diverse e solo “virtualmente” sunnita, diviene sempre più connotata dal punto di vista religioso, e presenta un’allarmante deriva “jihadista”. Ciò dovrebbe farci riflettere sulle responsabilità della comunità internazionale nell’aver lasciato che questa deriva prendesse corpo, si sviluppasse e infine minacciasse di prendere il sopravvento. Ma, al di là di questa riflessione, è necessario fare chiarezza sulle diverse dinamiche che hanno portato a una situazione in cui si teme, per il futuro, uno scenario iraqeno o afghano.

I motori della radicalizzazione

I vettori della radicalizzazione in atto in Siria sono diversi. Il primo ha origine nella politica inaugurata dal regime di Bashar al-Asad fin dai primi focolai di rivolta, nel marzo 2011. Al di là della propaganda, tesa a criminalizzare il movimento, al-Asad ha proceduto ad arresti sistematici di attivisti e manifestanti – il Center for Documentation of Violations in Syria ne conta attualmente circa 35.0002 – usando la mano pesante anche all’interno dei luoghi di detenzione, molti dei quali tenuti segreti, come documenta Human Rights Watch il luglio scorso3, sottraendo dunque linfa vitale a quel settore dell’opposizione che in una prima fase non chiedeva la sua caduta e che rappresentava la più credibile controparte in un ipotetico contesto di mediazione che avrebbe potuto portare a una soluzione politica. Prosciugando le risorse dell’attivismo civile e usando il pugno di ferro contro i manifestanti al-Asad ha “tagliato i ponti” alla soluzione politica, incamminandosi verso lo scontro armato il cui inevitabile risvolto è stato l’irrigidirsi delle posizioni e delle appartenenze prima di tutto nel suo campo. Nel loro Syria’s Mutating Conflict dell’agosto 20124, i ricercatori di Crisis Group sottolineavano a questo proposito:

Con la disintegrazione della sua ossatura politica, il regime si riduce al suo apparato repressivo che, sempre più, muta da ‘esercito’ a un’entità simile a una milizia […] Le vittorie dell’opposizione terrorizzano gli alawiti che si coagulano sempre più attorno al regime. Le defezioni serrano i ranghi di chi rimane leale.

Un secondo vettore potremmo definirlo, entro certi limiti “normale”: già alla formazione dell’Esercito Siriano Libero, accanto a denominazioni generiche, si rinvenivano nei nomi delle brigate diversi richiami a personaggi o a eventi dell’islam storico5, dai primi Califfi ai primi conquistatori, alle prime battaglie dei musulmani contro i Sasanidi o le tribù della Mecca. Questi richiami, non necessariamente collegati al sunnismo, potevano essere letti come semplici riferimenti a un comune retroterra culturale e religioso che spezza il legame con la retorica nazionalista del regime, senza tuttavia a sua volta introdurre la retorica dello scontro settario. Le numerose testimonianze video6, apparse su Youtube, che registravano con sempre maggior frequenza la formazione di nuovi gruppi armati, più o meno numerosi, ci raccontavano di un dato religioso presente ovunque, nella forma di una basmala (la frase introduttiva a un discorso: “nel nome di Dio, clemente, misericordioso”) recitata in entrata e di un takbir (l’ormai ben conosciuto “Allah Akbar”, “Iddio è più grande”) urlato all’unisono in chiusura. In alcuni casi sulla bandiera siriana a tre stelle dei rivoltosi campeggiava quello stesso takbir e in altri il leader del gruppo mostrava un Corano. Accanto a queste “ordinarie” dichiarazioni di un’identità che, specialmente in battaglia, non può che emergere, si intravedevano in alcuni casi elementi più direttamente collegabili a una matrice jihadista o salafita: si esibivano bandiere portanti la shahada (la testimonianza di fede), un “logo” di uso corrente in queste formazioni, e talvolta un’indicazione geografica – Sham, sommariamente “Levante” o “Grande Siria” – più connotata dal punto di vista politico-religioso ne sostituiva un’altra più “nazionalista” e “laica” come Suriyya, Siria appunto. Complessivamente, tuttavia, il “discorso” dell’ESL non includeva (e tuttora non include) quelle tematiche e retoriche di tipo settario, dirette quasi esclusivamente contro la minoranza alawita che invece si ritrovavano in quelle ancora ridottissime formazioni combattenti riunite attorno alle Kata’ib Ahrar al-Sham (Brigate degli Uomini Liberi dello Sham) e all’appena nata Jabhat al-nusra, in seguito indicata come formazione afferente alla rete di al-Qa`ida.

Il terzo vettore, che si innesta sui primi due, è l’entrata in campo e la sempre maggiore influenza di una componente jihadista indipendente. Sul jihadismo in Siria è fondamentale fare chiarezza poiché nella categoria cadono tendenze e fenomeni diversi. Il primo, legato alla dinamica su menzionata, è certamente quella che potrebbe definirsi un’etica e un’estetica del jihad connaturati nell’identità religiosa dei combattenti. Si tratta del brodo di coltura del secondo fenomeno, quello del jihadismo politico, portato avanti dalle diverse componenti islamiste che, fin dal principio o subentrando in una seconda fase, fanno parte della compagine dell’opposizione, compresa la Fratellanza Musulmana e le diverse correnti salafite siriane.

Attraverso il tapis-roulant del jihadismo politico si accede alla dimensione internazionale del jihadismo, che opera su diverse direttrici, a volte convergenti. Specialmente a partire dalla morte di Osama bin Laden e con l’apertura di nuovi “fronti” dallo Yemen alla Libia e all’intera fascia sahelo-sahariana, il jihadismo va assumendo oggi una attitudine più “combattente” e meno “terroristica”, assumendo per questo maggiore attrattiva. Il suo antecedente storico – saltando a pié pari il decennio passato – è da ricercare nel jihad afghano contro i sovietici, cui si associò il fenomeno degli “arabi-afghani” degli anni ’80-’90 – quei “volontari” che venivano reclutati nei paesi arabi per addestrarsi e combattere contro il nemico sovietico in Afghanistan nell’ottica del jihad – e che in seguito ebbe sì come esito la formazione di al-Qa`ida ma anche, ad esempio, lo strutturarsi di quel Libyan Islamic Fighting Group che, nonostante i suoi legami con al-Qa`ida “centrale”, non si fuse mai con quella organizzazione avendo come obiettivo principale la caduta di Moammar Gheddafi. Le nuove generazioni di jihadisti si nutrono certamente della martiriologia qaidista, della sua ormai sterminata letteratura e della sua propaganda ma, di fatto, seguono l’agenda del jihad contro gli “eretici” alawiti per la liberazione della Siria e solo genericamente quella dell’istaurazione della shari`a nel paese, attraendo a sé anche molti siriani che trovano nei gruppi jihadisti maggiore inquadramento, armamenti più efficienti, miglior addestramento7. È qui che subentra la seconda direttrice del jihadismo internazionale, quella del supporto economico e politico, velato o patente, da parte di attori diversi che hanno una propria agenda in Siria: dai governi dei paesi del Golfo, a organizzazioni estremiste dell’islam politico fino ad arrivare ai singoli individui.

Contiguo a questo jihadismo, ma non sovrapponibile, è invece il qaidismo, o meglio la sua rete logistica e bellica, che invece non conosce discontinuità con il recente passato essendosi nutrita in questi anni di conflitti mai sopiti come quello iraqeno e che si esprime anche nelle forme del terrorismo qaidista che conosciamo, dalle autobomba al suicidio sulla Via di Dio. Oggi in Siria queste metodologie di attacco sono proprie di una sola formazione, la Jabhat al-nusra.

Molto si è scritto su questa organizzazione della quale, tuttavia, non si è percepito fino in fondo l’evolversi nel tempo: il gruppo, decisamente poco numeroso in principio, ha conosciuto un’eccezionale espansione negli ultimi mesi. Nella sua prima apparizione in video, 25 gennaio 2012, la Jabha sembrava essere inclusa nelle neonate Kata’ib ahrar al-Sham8. Tuttavia, come si vedrà meglio oltre, in seguito i due gruppi appaiono oggi indipendenti l’uno dall’altro.Diversi osservatori, ad esempio Noman Benotman e Roisin Blake della Quilliam Foundation di Londra9, legano lo sviluppo della Jabha all’entrata in Siria di affiliati, siriani e non, ad al-Qaida in Iraq (fino al 2007 i servizi segreti siriani organizzavano e inviavano jihadisti in quel paese10). Non è ancora chiaro, tuttavia, se la Jabha sia a tutti gli effetti una “creatura” della sigla qaidista iraqena (Stato Islamico dell’Iraq) o se quest’ultima organizzazione abbia scelto la Jabha come riferimento privilegiato, come “punto d’entrata” in Siria.

In questo quadro va considerato, infine, l’effetto prodotto dall’incrocio di due fattori: da una parte l’elemento “sfiducia nella comunità internazionale”, dall’altra l’elemento della “efficacia” e dell'”eroismo” dimostrato dai gruppi jihadisti che operano in Siria. Un qualcosa che sfocia, sul campo, nello slogan “siamo tutti la Jabhat al-nusra” e “no alle ingerenze amercane” all’indomani dell’annunciato inserimento di quella formazione nella lista americana delle organizzazioni terroristiche, seguito all’appoggio accordato al nuovo ensemble dell’opposizione siriana.

Il fatto che anche esponenti dell’Esercito Siriano Libero abbiano criticato l’iniziativa americana contro la Jabhat al-nusra è da leggere dunque, probabilmente, come un tentativo di limitare il travaso di consensi verso quella formazione, o di non dividere la compagine anti-Asad, sebbene la cosa sia stata interpretata come l’avvenuta definitiva liason fra il primo e la seconda, con il risultato che, al livello giornalistico, molti hanno operato la semplificazione in base alla quale l’ESL e la Jabhat al-nusra sono entrambe formazioni “qaidiste” (vedi oltre).

Exaggeration

È su queste basi che vanno notati ed analizzati i fattori pregressi e correnti di “esagerazione” nella valutazione della deriva settaria del conflitto siriano.Una tendenza dai diversi sapori, perché frutto di poligenesi.

La prima fonte di esagerazione, in senso cronologico, è senz’altro il regime stesso. Fin dagli albori della rivolta siriana, che per diversi mesi è rimasta pacifica, il regime ha perseguito una strategia precisa – discredito dell’opposizione “civica”, incarcerazione delle voci più autorevoli del dissenso, liberazione di criminali ed estremisti – e i suoi media hanno proposto la teoria – inscritta in una retorica del regime vecchia di decenni – del “complotto esterno” e del “terrorismo”. Nello svolgersi del conflitto, nel suo passare alla fase violenta e nel suo acuirsi, la teoria ha preso corpo nella presentazione anche televisiva di testimonianze di “terroristi” veri o presunti (il caso più eclatante riguarda la “visita” del famoso giornalista britannico Robert Fisk in una prigione del regime dove presunti terroristi si raccontavano11), nella diffusione di immagini e resoconti, spesso manipolati, sulle brutalità di coloro che, indistintamente, venivano descritti come membri del complotto teso alla distruzione della patria.

La seconda fonte è il risultato dell’attitudine al sensazionalismo di un mondo dei media che mai come in Siria è stato messo alla prova nei suoi fondamenti professionali e deontologici. Un mondo che spesso ha accettato la propaganda del regime come fonte di informazione se non autorevole quantomeno ricevibile e, soprattutto, comparabile con le altre fonti, di certo non completamente affidabili – si pensi al materiale audio e video fornito dalla rete degli attivisti – e spesso anch’esse condizionate da una tendenza dall’esagerazione, ma certamente meno viziate dall’intenzione di avvalorare, a monte, una teoria. Col risultato che inviati embedded ad Aleppo “non registrano scontri” nel bel mezzo di una battaglia12 e analisti, più o meno improvvisati, affermano che il “95% dei rivoltosi siriani non è siriano”13: mai come nella crisi siriana il mondo dell’informazione ha preso abbagli e continua a prenderne, professando un'”equidistanza” che nasconde troppo spesso la mancata assunzione di senso di responsabilità. Nello specifico dell’”allarme terrorismo” sono proprio i numeri a farla da padroni. In assenza di dati certi ci si affida a supposizioni e/o alle dichiarazioni degli interessati stessi che, presumibilmente, impegnati come sono nella promozione del proprio gruppo, li gonfiano.

Le scorie della “guerra al terrore” – Quando si parla di jihadismo, e in particolare di al-Qa’ida, l’Occidente – e con esso l’intero apparato dei servizi di sicurezza nazionali e internazionali, oltre che la pletora di agenzie d’informazione specializzate, think tank e singoli “esperti” nati e cresciuti all’ombra della “grande paura” dell’11 settembre – tornano a rivolgere l’attenzione ai “potenziali” pericoli di casa propria. In questa direzione va ad esempio l’ultima analisi dei servizi tedeschi, che si adopera nell’esamina dei jihadisti “d’Occidente” trasferitisi in Siria14 e della possibilità che questi, una volta chiuso il conflitto in quel paese, siano tentati di “occuparsi” del “bersaglio grosso”. Rispondente allo stesso paradigma è il recente richiamo, in riferimento alla Siria, del governo australiano, per bocca del portavoce del Ministero degli esteri, alle leggi che, in quel paese, puniscono chi si rechi in un paese straniero per partecipare alle ostilità (20 anni per chi partecipa ai combattimenti, 7 anni per chi recluta)15. Fa capolino, inoltre, l’analogia con l’Afghanistan degli anni ’80 e con il fenomeno degli “arabi-afghani”, non senza qualche forzatura ma anche per buoni motivi. Fu in quegli anni, proprio contro un bersaglio “non Occidentale” – i sovietici – che si formò quel brodo di coltura da cui prese vita “la base” di Osama bin Laden. Stessi finanziatori (fondi privati del Golfo), stessa dinamica di “migrazione”, stesso approccio al territorio con “campi di addestramento” e “rifugi sicuri”, luoghi al riparo da attacchi “esterni” che risulterebbero esiziali per forze che possono contare su armamenti adatti alla guerriglia o poco più. E stesso atteggiamento di quei gruppi qualificati di volta in volta come salafiti, jihadisti, qaidisti, che si concentrano – per ora – unicamente sull’obiettivo immediato: la caduta del regime di Bashar al-Asad. Diverse, invece, molte altre circostanze:

1. diverso il “teatro”. Siamo in un paese arabo, sebbene il paese arabo più variegato dal punto di vista confessionale e delle minoranze etniche. In Afghanistan i campi di addestramento di al-Qa’ida e più in generale di “arabi-afghani” (si vedano ad esempio i libici) rappresentavano, fino all’11 settembre, una realtà separata dal più ampio fenomeno del jihad afghano contro i sovietici, in Siria – vista anche la non esistenza della barriera linguistica – questa separazione è meno marcata e va progressivamente annullandosi. Senza dimenticare, però, che esiste sia a livello di aiuti umanitari che a quello della partecipazione diretta al conflitto armato un livello di “solidarietà inter-araba” in cui la componente confessionale è più sfumata o addirittura inesistente16.

2. diverse le premesse del conflitto. Il fenomeno degli “arabi-afghani” si verifica all’indomani di un’invasione, quella sovietica, e non di una “guerra di liberazione” contro un regime. Nel teatro afghano non esisteva un Esercito Siriano Libero ovvero, alla radice, un gruppo molto nutrito di ufficiali disertori ben lontani dalla dinamica del jihad, laddove in Afghanistan tutti i gruppi “antisovietici” erano formati da “mujahidin” e che alcuni di essi, come ad esempio i tagiki di Massud – poi ucciso proprio dai qaidisti il 10 settembre 2001 – formarono in seguito “l’alleanza del nord” contro i talebani, continuando a richiamarsi al (loro) jihad. La nascente al-Qaida, in quel contesto, aveva rapporti solo con la componente talebana che, una volta divenuta egemonica, decise di “proteggere” i qaidisti attirando così l’attacco americano.

3. diverse le risorse della società siriana. La “lotta armata” siriana è figlia, certamente spuria, di una rivolta pacifica e nazionale interna alla Siria, portata avanti da una rete di attivisti dentro e fuori il paese per lunghi mesi, nonostante la feroce repressione. Si può certamente discutere dell’annichilimento progressivo di questo impulso iniziale e delle sue cause, ma non si può ignorare che questa “base” di società civile, pressoché inesistente nell’Afghanistan degli anni ’80, se adeguatamente supportata, potrebbe rappresentare un punto di forza nella costruzione di un futuro dignitoso e democratico in una Siria senza Bashar al-Asad. Certamente, tuttavia, il protrarsi del conflitto, così come ha generato questa impennata verso la radicalizzazione, potrebbe avere l’effetto di “livellare” verso il basso, ovvero muoversi in direzione di una deriva “afghana”, erodendo definitivamente quel capitale di civicità, cultura e storia che ancora la Siria porta con sé.

4. diverse le prospettive in un’area centrale dal punto di vista geopolitico nella quale almeno quattro”nuove” potenze regionali seguono la propria agenda

5. diverso il territorio e specialmente il controllo che è possibile esercitare su di esso da parte di una qualsivoglia autorità centrale.

Il jihadismo di carta – Nel novero degli elementi di exaggeration riguardo al processo di radicalizzazione in Siria non fa male considerare un po’ di “sociologia” di tutto quel gigantesco complesso di agenzie, giornali online ed expertise che nel decennio trascorso ha costruito la propria fama, e il proprio mercato, attorno all’attività di osservazione del terrorismo qaidista e affine, concentrandosi sulla rete.

Da un “quasi silenzio” o meglio da un’attività divenuta residuale consistente principalmente nel monitoraggio degli ormai ben conosciuti network jihadisti, l’intera comunità degli “esperti di jihad” si è risvegliata tornando a produrre quel “rumore di fondo” cui eravamo abituati all’indomani dell’11 settembre. Anche il famosissimo “Site Intelligence Group”, osservatorio del jihadismo mondiale specializzato sui messaggi di Osama bin Laden, Ayman al-Zawahiri e loro succedanei, ha oggi ripreso vigore dedicandosi al caso-Siria con nuove anteprime e scoop, in particolare alla Jabhat al-Nusra.

Questi operatori, formatisi al tempo della “guerra la terrorismo” e impostati tuttora sulla meccanica dell’allarme e dell’emergenza, non operano quei distinguo necessari in una situazione complessa come quella siriana, producendo un effetto-esagerazione.

Il risultato è che una formazione come l’Esercito Siriano Libero, che va radicalizzandosi in senso confessionale ma non possiamo definire “jihadista” o “salafita”, viene inserita nel calderone dell’estremismo islamico, dando modo agli “specialisti” del settore di includerli nelle loro analisi, trascurando la realtà sul campo dove, invece, si registrano “accordi”, specialmente in battaglia, fra brigate dell’ESL e formazioni jihadiste/qaidiste ma non un’unità di intenti e di ideologie. Queste “inversioni” e “interpolazioni” producono un effetto “semplificante” negli osservatori disattenti, o su quelli in cattiva fede. Uno dei tanti esempi riguarda il sito Infowars di Alex Jones, che il 5 gennaio scorso titolava: “I ribelli appoggiati da Obama invocano Bin Laden e celebrano l’11 settembre”17.

Dinamiche reali

Individuati i vettori e valutate le esagerazioni possiamo apprestarci ad analizzare i processi., tenendo conto di quanto detto in principio con Aron Lund. Gli esempi portati dimostreranno quanto sfumate siano le posizioni delle diverse formazioni in campo e quanto contino gli specifici contesti nel determinare le dinamiche di radicalizzazione.

Figlie di quella che è stata definita in principio una “normale” deriva radicalizzante sono ad esempio le Kata’ib (Brigate) al-Farouq di Homs che invece da più parti nei mesi scorsi erano state indicate come “jihadiste” o “terroriste”. Come si è sottolineato in principio l’area di Homs è quella che, per ragioni strategiche, ha maggiormente subìto la macchina della repressione. Le Brigate al-Farouq nascono nel giugno 2011 come una sotto-unita della Brigata Khalid bin Walid, facente parte dell’Esercito Libero Siriano. Si compattano nella difesa del quartiere di Baba Amro per poi ritirarsi e riorganizzarsi dopo la sconfitta aumentando in numero e stabilendo accordi politici e militari con altre formazioni.

Dal settembre 2012 esse si uniscono al Fronte di Liberazione Siriano, una federazione di gruppi combattenti di matrice islamista il cui obiettivo18, dopo la liberazione dal regime, è la fondazione di uno Stato “unito e indipendente”, e “rispettoso delle diversità”, laddove il riferimento alla shari’a islamica si ritrova come “fonte di ispirazione” del Fronte. Al FSF aderiscono anche la Liwa’ al-Tawhid di Aleppo, vicina ai Fratelli Musulmani siriani19, o la Liwa’ Suqur al-Sham di Idlib e la Tajammu’ Ansar al-Islam di Damasco, gruppi più marcatamente salafiti/jihadisti20. Tuttavia tutte le denominazioni citate appartengono o sono fortemente collegate per avervi appartenuto in passato, all’Esercito Siriano Libero21. Altra traiettoria esemplificativa è quella tracciata dalla Liwa’ al-umma, il Battaglione della Nazione (Islamica). La formazione nasce indipendente, è formata, addestrata e comandata da Mahdi al-Harati, di origini irlandesi-libiche, conosciuto per aver combattuto in qualità di comandante della Brigata di Tripoli nella guerra di Libia22. Ha un’ideologia islamista23 ma ciò non impedisce ad al-Harati di lasciare il comando nel settembre del 2012 facendo confluire il gruppo nell’esercito Siriano Libero.

Al di fuori del perimetro dell’Esercito Siriano Libero, ma non per questo in scontro con esso, ritroviamo formazioni più marcatamente jihadiste. Lo scorso 21 dicembre, ad esempio, si forma un nuovo “Fronte Islamico Siriano”24 – si noti il ritorno a un riferimento alla Siria invece che al “Levante” – che raccoglie un buon numero di sigle sparse su tutto il territorio siriano, comprese le succitate Kata’ib ahrar al-Sham – la più numerosa e meglio strutturata, la Harakat al-Fajr al-Islamiyya, gli Ansar al-Sham, la Liwa’ al-Haqq, il Jaysh at-Tawhid, la Jama’at al-Tali’a al-Islamiyya e altre. Nel discorso di presentazione del nuovo Fronte il suo portavoce, Abu `Abd al-Rahman al-Suri, rivela l’impostazione jihadista e salafita del gruppo, il cui obiettivo è “la caduta del regime di al-Asad” ma, allo stesso tempo, la creazione di una “società islamica moderna” retta dalla shari’a, in cui “convivano musulmani e non musulmani”. il nuovo Fronte non nasconde le fonti del suo finanziamento (Turchia e Qatar) e non trova l’adesione della Jabhat al-nusra che tuttavia dà per scontato un coordinamento sul campo25. Già il Time, mesi addietro, intervistava un membro delle Ahrar al-Sham che affermava “i siriani non sono come gli iraqeni” e che gli affiliati al gruppo erano “parte della società” siriana”. 26Secondo Hervé Bar del libanese Daily Star27 ciò che differenzia le Kata’ib ahrar al-Sham, il principale gruppo facente parte del nuovo fronte, è infatti il forte radicamento nel territorio: “a differenza della Nusra, che si tiene a una certa distanza dalla popolazione, il gruppo ha una vera legittimità popolare contando nei suoi ranghi quasi soltanto abitanti dei villaggi e delle città … Ideologicamente differisce dai jihadisti della Nusra: è ostile alle elezioni ma afferma di rifiutare il fanatismo”..

È probabilmente questo Fronte Islamico Siriano, insieme alla Fratellanza Musulmana, ad essere maggiormente attrezzato dal punto di vista di una futura gestione dell’islam politico siriano, laddove la Jabhat al-Nusra, come dimostrano i recenti episodi di tensione con la popolazione della provincia di Idlib28, potrebbe non trovare terreno fertile in una Siria pacificata.

Seguendo di nuovo i ricercatori della Quilliam , che dà per certa la sua affiliazione, i qaidisti hanno tratto una serie di insegnamenti dalle esperienze precedenti, specialmente da quella iraqena, durante la quale i capi tribali dell’area sunnita gli si rivoltarono contro. Per questo evitano gli obiettivi civili e religiosi, la retorica del takfir (cioè, nella versione qaidista, la condanna a morte per apostasia), una denominazione che riconduca esplicitamente il gruppo alla “famiglia” di al-Qaida; la loro strategia, sul campo, non esclude la collaborazione con gli altri gruppi armati di opposizione almeno fino alla caduta del regime di al-Asad; sono impegnati in iniziative parallele come la predicazione (da’wa) e gli aiuti umanitari.. Tuttavia i loro principali obiettivi – creare uno Stato islamico in Siria come base per la fondazione di un un “califfato del Levante (Sham)” – appaiono, per molte delle ragioni espresse in questo lavoro, ancora molto lontani. Più probabile in una prospettiva a medio e lungo termine, è invece il loro ruolo di “elemento destabilizzante” in un futuro senza al-Asad. Di certo all’oggi la presenza di una componente del genere ha reso più diffidenti le già timide cancellerie occidentali.

1 “Syrian jihadism”www.ui.se/upl/files/77409.pdf

2 http://www.vdc-sy.org/index.php/en/

3 http://multimedia.hrw.org/features/2012MENA_Syria_Torture/maps/index.html

4 http://www.crisisgroup.org/~/media/Files/Middle%20East%20North%20Africa/Iraq%20Syria%20Lebanon/Syria/128-syrias-mutating-conflict.pdf

5 Si veda per questo Lorenzo Trombetta, L’atlante dell’Esercito libero siriano brigata per brigata, http://temi.repubblica.it/limes/latlante-dellesercito-libero-siriano-brigata-per-brigata/34799

6 Lorenzo Declich, Alla ricerca di Al Qaida in Siria, http://temi.repubblica.it/limes/alla-ricerca-di-al-qaida-in-siria-con-video/35359

7 Si vedano ad esempio: “Syrie – Entretien avec Pierre PICCININ da PRATA, de retour d’Idlib”: http://www.pierrepiccinin.eu/article-syrie-entretien-avec-pierre-piccinin-da-prata-de-retour-d-idlib-114452972.html e “Al-Qaida turns tide for rebels in battle for eastern Syria”: http://www.guardian.co.uk/world/2012/jul/30/al-qaida-rebels-battle-syria.

8 Sul drappo appeso dietro agli uomini incappucciati che annunciavano la formazione del nuovo gruppo, figurava la scritta “Idlib, Jabhat al-Nusra”: http://www.youtube.com/watch?v=BtpyuKxtVFc&feature=youtu.be

9 “Jabhat al-Nusra”, http://www.quilliamfoundation.org/wp/wp-content/uploads/publications/free/jabhat-al-nusra-a-strategic-briefing.pdf

10 Si veda Lorenzo Declich, “E’ nata al Qaeda siriana? Forse, ma il complotto internazionale non c’entra”, Europa, http://www.europa.dol.it/gw/producer/dettaglio.aspx?id_doc=135004

11 http://www.independent.co.uk/voices/commentators/fisk/robert-fisk-syrias-road-from-jihad-to-prison-8100749.html

12 Si veda la polemica su Radio Radicale fra Gian Micalessin, inviato de “Il Giornale” e Amedeo Ricucci, inviato RAI, http://www.radioradicale.it/scheda/364041/confronto-internazionale-diversita-siriane.

13 Francesco Morosini, “Lo sapevate che il 95% dei rivoltosi siriani non è siriano?”, 20 dicembre 2012, http://www.linkiesta.it/siria-ribelli-libia-afghanistan.

14 http://worldcrunch.com/world-affairs/has-syria-become-al-qaeda-039-s-new-base-for-terror-strikes-on-europe-/islam-jihad-al-qaeda-bin-laden-morsi-assad/c1s10415/#.UR4Ku_I4rPR

15 http://www.hurriyetdailynews.com/australia-warns-citizens-against-fighting-in-syria.aspx?pageID=238&nid=38331

16 Si veda la già citata ““Syrie – Entretien avec Pierre PICCININ da PRATA, de retour d’Idlib”.

17 http://www.infowars.com/obama-backed-syrian-rebels-praise-bin-laden-celebrate-911-attacks/

18 http://al-farok.com/archives/1037

19 http://freehalab.wordpress.com/2012/11/20/liwa-al-tawhid-sets-the-record-straight-in-support-of-the-national-coalition/

20 Vedi in Aron Lund, cit.

21 Un video del luglio 2012 mostra Abd al-Razaq Tlass, il comandante delle Brigate al-Farouq che dichiara l’adesione alla Convenzione di Ginevra per il trattamento dei prigionieri di guerra, http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=xzerx3MKM0k#!

22 http://www.foreignpolicy.com/articles/2012/08/09/the_syrian_rebels_libyan_weapon?wp_login_redirect=0

23 https://www.facebook.com/alommah.brigade/info

24 http://thewasat.wordpress.com/2013/01/22/syrian-islamic-fronts-order-of-battle/

25 Si veda nella agina Facebook del Fronte: https://www.facebook.com/Islamic.Syrian.Front

26 http://world.time.com/2012/07/26/time-exclusive-meet-the-islamist-militants-fighting-alongside-syrias-rebels/?iid=gs-main-lede

27 http://www.dailystar.com.lb/News/Middle-East/2013/Feb-13/206284-ahrar-al-sham-jihadists-emerge-from-shadows-in-north-syria.ashx#axzz2KyCd7ywe

28 Vedi http://www.globalpost.com/dispatch/news/afp/130211/tension-rises-rebel-syria-between-jihadists-locals e http://www.jeuneafrique.com/Article/DEPAFP20130210170259/

 

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