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[was] appunti e note sul mondo islamico contemporaneo

La Siria, Boston, Putin e Obama

2013-04-26
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Si parla di possibili interventi diretti americani in Siria.

Si parla di questo casus belli delle armi chimiche, che oggi più che mai è sventolato da quella particolare accolita di minus habens della comunità pro-Asad.

Sono mesi che ne parlano loro, gli Amanti di Asad.

Ma dagli Stati Uniti non si muove paglia.

Gli americani non vogliono seguire il copione, mannaggia, ma è bene sventolargli sotto al naso il casus belli, se non altro ad uso interno, cioè per tenere in caldo i rabbiosi antimperialisti part-time da una parte e gli ancora brufolosi suprematisti bianchi dall’altra.

Se non altro per dir loro: “Se qualcuno denuncia le armi chimiche significa che tra poco gli americani bombarderanno la Siria”.

Un discorso anacronistico, visto che la Siria è stata già ampiamente bombardata.

E’ già distrutta, in macerie.

Che le denunce sono ormai vecchie di mesi.

Mesi in cui il loro Campione, Bashar al-Asad –  grazie all’amichetto Vladimir Putin – ha fatto ciò che di solito fanno gli americani: radere al suolo un paese.

Il quale Putin, a questo punto, non penso sia disposto anche solo a immaginare un intervento americano in Siria.

Ce lo vedo Vladimir, in vasca idromassaggio, a dir cose come: “La Siria l’abbiamo rasa al suolo noi e quindi adesso ce la gestiamo noi! Avete presente quanto costa radere al suolo un paese?”

Perché, come si sa, le distruzioni sono un businnes quando poi si gestiscono le ricostruzioni.

Quindi – regola non scritta – chi distrugge poi ricostruisce.

A meno che non vi sia un accordo previo.

Il concetto è: “Abbiamo speso un’enormità per radere al suolo la Siria e adesso voi volete entrarci? Ma neanche per sogno!”.

Immagino (e sottolineo “immagino”) che Putin abbia pensato una cosa simile.

E poi abbia telefonato a un qualche suo vecchio amico del KGB dicendogli una cosa come: “mandagli 2 ceceni a ‘st’Obama, così capisce”.

Leggete qui come lo prende in giro.

 

 

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