Ciò che al-Qaida non è più

[questo pezzo è uscito su pagina99 qualche tempo fa, un po’ tagliato. Lo metto qui anche per questioni di appuntistica mie proprie: oggi vado a parlare a Viterbo, mi serve come riferimento :D]

Il 23 febbraio scorso una delle più importanti formazioni jihadiste siriane, Ahrar al-Sham, ha annunciato la morte di uno dei suoi leader, Abu Khalid al-Suri. A ucciderlo tramite attacco suicida sono stati, secondo Ahrar al-Sham, i combattenti dello Stato Islamico di Iraq e Levante (SIIL, poco importa se questi ultimi neghino il loro coinvolgimento).

Abu Khalid al-Suri era un jihadista della prima ora, era fra i cosiddetti “afghani-arabi” che, “migrati” in Afghanistan per combattere contro i russi, si misero poi a portare il proprio jihad contro gli americani o i loro alleati in quel paese e più tardi iniziarono a vagare sui teatri più diversi, dal Sudan alla Cecenia ai Balcani. E che, dopo le turbolenze del 2011, si sono spostati di nuovo là dove c’è pane per i loro denti.

Abu Khalid, al secolo Muhammad al-Bahaya, poi ribattezzatosi in Siria con un nuovo nome di battaglia, Abu Umayr, non era un jihadista qualunque. Conosceva tutte le stelle del firmamento qaidista – Osama bin Laden (di cui dicevano fosse stato il “postino”), Ayman al-Zawahiri, Abu Mus’ab al-Zarqawi – ma ha pubblicamente negato, siamo nel 1999, la sua affiliazione ad al-Qaida (sembra che nella disputa fra il mullà Mohammed Omar, il capo dei talebani afghani, e Bin Laden avesse preso le parti del primo), così come d’altronde ai giorni nostri fa Ahrar al-Sham.

SIIL, da parte sua, ha affermato nei fatti di far parte dell’organizzazione ma, nell’aprile del 2013 il suo leader, Abu Bakr al-Baghdadi, “lancia un’OPA” su l’altra formazione siriana che in quei giorni si dichiarava apertamente qaidista (o meglio riconosceva l’autorità del suo capo, Ayman al-Zawahiri), Jabhat al-Nusra (Fronte di protezione), cambiando nome (prima si chiamava Stato islamico dell’Iraq, SII) e attestando che la Jabhat al-nusra da quel momento si scioglieva nel SIIL. A questo punto interveniva Abu Muhammad al-Julani, il leader della Jabhat al-nusra, negando la fusione delle due formazioni. Entrava allora in scena Ayman al-Zawahiri, il capo di al-Qaida “centrale”, l’”organizzazione ombrello” titolare del brand, che prima dà ragione a Julani e poi, non ricevendo alcun feedback da Baghdadi, nomina un “arbitro” nella contesa, il suddetto Abu Khalid al-Suri. A questo punto il SIIL se ne va per fatti suoi, non riconosce l’autorità dell’arbitro e anzi il 23 febbraio probabilmente l’ammazza – motivo per cui Jabhat al-nusra qualche giorno dopo “dichiara guerra” a SIIL – laddove una ventina di giorni prima il “comando centrale” di al-Qaida, ossia al-Zawahiri e i suoi sodali, aveva espulso SIIL dall’organizzazione. Un evento che sancisce una dissidenza interna i cui prodromi ritroviamo dal 2006, quando la futura SIIL, stanziata e bombardata dagli americani in Iraq, diviene Stato islamico dell’Iraq (SII) abbandonando il vecchio nome, che rinviava immediatamente ad al-Qaida (Tanzim Qaidat al-Jihad fi Bilad al-Rafidayn, Organizzazione della Centrale del jihad nel paese dei due affluenti, cioè il Tigri e l’Eufrate). Dal 2008 SII non aveva fatto altro che prender batoste dalla Sahwa, una coalizione di tribù sunnite della provincia di al-Anbar messa in piedi dagli americani con il preciso obiettivo di combattere il SII. Ora i combattenti del SIIL chiamano “sahwa” tutti gli altri jihadisti operanti in Siria, compresi gli “ex-fratelli” qaidisti della Jabhat al-nusra, affermando implicitamente il loro irriducibile “anti-americanismo”.

Fuori da al-Qaida

Di espulsioni ce n’è stata una sola ma più volte è accaduto il contrario, ossia vi sono state prese di distanza di singoli e di organizzazioni nei confronti di al-Qaida, come nel caso dei talebani afghani al tempo delle Due Torri. E Abu Khalid al-Suri non è l’unico afghano-arabo ad aver negato la propria affiliazione ad al-Qaida. Per trovarne altri potremmo sportarci in Libia, durante i giorni della guerra. Lì incontriamo ad esempio Abd al-Hakim Belhaj, leader e membro fondatore della Jamaat al-islamiyya al-muqatila bi-Libya, Gruppo combattente islamico in Libia (conosciuto con l’acronimo inglese, LIFG) una formazione che negli anni ’80 combattè contro Moammar Gheddafi e che, dopo la disfatta, andò a riparare in Sudan e in Afghanistan, fornendo anche alcuni quadri alla neonata al-Qa’ida ma rimanendo, essenzialmente, un’organizzazione il cui obiettivo era deporre il tiranno di Tripoli. Anche il LIFG aveva rapporti con al-Qaida in Afghanistan e Sudan e anche il LIFG, stavolta nel 2007, chiarì di non farne parte. Stessa cosa vale per Abd al-Hakim Belhaj che d’altronde – sembra – aveva ottimi rapporti con il mullà Omar. La storia del jihadismo è costellata di liti, controversie sulle strategie da adottare, distinguo e ritorni all’ovile. La domanda che sorge spontanea è dunque: perché Ayman al-Zawahiri ha designato proprio un “non-qaidista” per un arbitrato fra organizzazioni qaidiste? La risposta la troviamo, al di fuori o al di là del brand qaidista, nelle biografie di queste persone e nelle esperienze che li legano.

Cosa è cambiato

L’espulsione di SIIL da al-Qaida non ha precedenti e segna un punto di svolta rilevante se  la coniughiamo con la situazione  sul campo di battaglia siriano: da una parte c’è il Jaysh al-Islam, una formazione fortissima nel campo anti-Asad, formata da diversi gruppi jihadisti fra cui la qaidista Jabhat al-Nusra, dall’altra la non-più-qaidista SIIL. Più in generale la situazione siriana fotografa un mondo in mutamento, quello dei gruppi jihadisti e delle organizzazioni che, ideologicamente o logisticamente, danno loro supporto. Un mondo in cui al-Qaida “centrale” avendo perso appeal e mordente non fa più sempre da “ombrello”, tagliando i rami secchi e partecipando da “entrista” a una rete più vasta. Un fatto che dovrebbe far riflettere chi, nei media, continua a far confusione – talvolta soltanto per agitare lo spauracchio di al-Qaida – fra jihadismo e qaidismo.

Per certi versi si ritorna all’antico, alla fine degli anni ’80, quando al-Qaida era solo una delle espressioni del movimento jihadista degli afghani-arabi. E quando invece di spedire uomini bomba in giro per il mondo si faceva la guerriglia. È una situazione “piena di opportunità” con l’apertura di nuovi fronti sui quali piombano jihadisti di due o tre generazioni diverse (compresi gli ex di Guantanamo, molti dei quali appena liberati si sono rimessi in circolo). Fioriscono sigle (si vedano ad esempio un po’ ovunque gli Ansar al-sharia) che, con metodi vecchi e nuovi (ad esempio pescando nelle immense periferie delle grandi città), funzionano spesso da agenzie di reclutamento per il jihad lavorando in quella immensa “zona grigia” fatta di contrabbandieri professionisti, reti di approvvigionamento mafiose e paramafiose, infiltrati dei servizi segreti di paesi con interessi inconfessabili. Ci sono rapporti fra gruppi, a volte buoni a volte cattivi, e le posizioni possono essere convergenti ma ogni gruppo ha la sua agenda, chi “globale” (al-Qaida “centrale”), chi locale (SIIL nella striscia di terra in mezzo alla quale passa la frontiera fra Siria e Iraq) chi “nazionale e/o patriottica” (i jihadisti libici o siriani), chi meramente economica (i jihadisti che scorrazzano in lungo e in largo per l’Africa subsahariana diventando quasi soltanto tramite o terminale del contrabbando di armi e droga). Alcuni di questi gruppi per motivi di brand, cui si lega “l’offerta jihadista” in fase di reclutamento, sono ancora parte di al-Qaida (ad esempio gli Shebaab somali, che hanno un sostenuto afflusso di combattenti dall’estero, o “al-Qaida nella Penisola Araba”), altri no (Jaysh al-islam, ad esempio, non ha problemi di reclutamento – i suoi combattenti sono principalmente siriani, motivati dalla distruzione provocata da Asad – e nemmeno di finanziamento, visto il ricco mix fra servizi segreti e finanziatori privati proveniente dal Golfo). Molto spesso rapporti e legami sono determinati da contigenze stringenti, spesso di tipo economico, e mutano in base a esse. Ciò che conta sono appunto le agende e la loro “compatibilità”: c’è chi non può esistere in presenza di uno Stato – ad esempio SIIL, che fiorisce nella “divergenza parallela” con il regime siriano che senza il caos nel quale si inserisce SIIL avrebbe ben poco da argomentare sul piano delle relazioni internazionali –  e chi invece potrebbe addirittura trovare posto, in politica o nella polizia o nell’esercito, in un futuro Stato sufficientemente “islamizzato” (Abd al-Hakim Belhaj, ad esempio, si presentò alle elezioni libiche con una formazione politica finanziata dal Qatar, perdendo). In mezzo c’è l’ingombrante variabile geopolitica che, in molti casi, determina gli assetti: si guardiano ad esempio i rapporti di forza fra gruppi in Siria, dove è pesantissimo l’intervento dei paesi del Golfo sia a livello di appoggio ufficiale che sul piano dei ricchi finanziamenti di “privati cittadini” che fanno il loro “jihad economico” scegliendo i propri referenti nei teatri di conflitto. E anche, ovviamente, il “lavoro” di tutti i servizi segreti del pianeta, si guardi all’ascesa di un gruppo combattente come Ansar al-sharia, nato in Mali in una notte e rifornito di armi e bagagli da qualcuno nel Golfo, o anche – sempre in quell’area – agli ambigui rapporti dell’intelligence algerina con alcuni storici leader di al-Qaida nel Maghreb Islamico. Si aggiunga, last but not least, la variabile delle politiche nazionali, prima fra tutte quella egiziana che, mettendo fuori legge e dichiarando “terrorista” una compagine non certo jihadista come i Fratelli Musulmani, ha regalato immensi spazi di manovra al rinascente jihadismo locale. Mentre, nell’ombra mediatica provocata dall’esplosione del jihadismo sunnita, si rafforzano o rinascono in Iraq, Libano e Siria – stavolta in maniera estremamente più ordinata – jihadismi di matrice sciita.

Post correlati