La stagione delle rivolte a sud

Siamo nel 2010. Conosciamo le “masse arabe” per due motivi. Il primo: protestano quando appare qualche cosa che offende l’Islam. Il secondo: protestano quando Israele massacra i Palestinesi. I tiranni, nel primo caso, prendono i manifestanti a fucilate. Il loro ruolo, accettato e benvoluto, è tenere a bada l’anima nera dell’estremismo islamico: fanno bene a reprimere, anche se tutti sappiamo che in fondo si giovano di questa loro posizione di “garanti della sicurezza”. Se non ci fossero loro chissà cosa succederebbe, laggiù. Nel secondo caso i tiranni lasciano fare: per ragioni interne una superficialissima “solidarietà panaraba” è salutare. Le manifestazioni di odio verso Israele hanno l’utile doppia funzione di presentare i regimi come garanti di una certa libertà di espressione e, contemporaneamente, di incanalare la rabbia di chi manifesta verso un nemico esterno (e imbattibile). In Siria, dove l’apparato di sicurezza è sofisticatissimo, le manifestazioni pro-Palestina servono anche a individuare eventuali teste calde. I primi a essere prelevati dalle loro case e portati nelle infami carceri degli Asad, all’alba della rivolta siriana del 2011, sono proprio quegli universitari che negli anni precedenti avevano organizzato le manifestazioni di solidarietà con i Palestinesi e, a bassa voce, avevano preso di mira anche Bashar al-Asad, reo di non far nulla, ma proprio nulla contro Israele.

Queste masse arabe, qualsiasi contenuto passino, sono rabbiose e inconsapevoli. Fra l’incudine dell’islam politico, pronto sempre e comunque a guadagnar terreno, e il martello di un nazionalismo in perenne implosione fra corruzione e dispotismo, non hanno “testa e gambe”, gli si può concedere al massimo una “rivolta del pane”. Esprimono, alla fine dei conti, lo stato di prostrazione in cui “gli arabi” vivono. Per parafrasare Geopolitica delle emozioni di Dominique Moïsi (un libro del 2009) i paesi arabi sono “il polo mondiale” della “cultura dell’umiliazione”, c’è una saggistica che ne discute da decenni.

Poi Mohammed Bouazizi si dà fuoco il 17 dicembre 2010. In qualche settimana la Tunisia è in rivolta. I media esitano, ci impiegano un bel po’ a mettere in pagina la notizia. Lo fanno quando, qualche settimana più tardi, si accende l’Algeria, paese in cui si sono peraltro già registrati pesanti scontri di giovani “delle periferie” contro l’imponente e brutale apparato di sicurezza che tutt’ora protegge Bouteflika e i suoi.

Le prime analisi – ricordo Repubblica e il blog di Grillo – esemplificano la declinazione in reverse del notissimo “it’s not my fucking problem”. In questa versione analisti e politici si chiedono “quale parte del problema è anche, probabilmente, un mio problema?”. Ne risulta un’allarmato discettare sull’impoverimento del mondo intero e del rischio di una rivolta generalizzata. Questo è ciò che potrebbe diventare per noi un problema: not in my backyard, please. Non ci sono in gioco “valori”, però. Nulla che esca dal carrello del supermercato. Della dignità, della giustizia sociale, della democrazia – i temi intorno ai quali le persone, soprattutto i giovani, scendono in piazza – non ha senso parlare, almeno fino a quando non si capisce che la rivolta si è estesa a macchia d’olio, che c’è un effetto domino “nel mondo arabo”.

Il problema, a quel punto, viene inquadrato un po’ meglio, almeno dal punto di vista geografico: il tappo dei tiranni sta saltando e con esso la “stabilità dell’area”, così vicina e strategica per noi.

Quando è ormai chiaro che non si può più ignorare il contenuto della protesta e che la Tunisia non è l’unico paese coinvolto si parla di Primavera araba. L’espressione, coniata il 6 gennaio 2011[1], ci mette un po’ a prender piede. Molti iniziano a tirar giù ogni tipo di scongiuro affinché questa cosa finisca presto, in un modo o nell’altro. Alcuni reagiscono pavlovianamente: il 10 gennaio 2011, ad esempio, la ministra degli esteri francese Michèle Alliot-Marie offre cooperazione con la Tunisia di Ben Ali nel campo della sicurezza. Quattro giorni dopo, il 14 gennaio, il dittatore fugge in Arabia Saudita e Alliot-Marie porge scuse ufficiali.

La rivolta tunisina ha vinto. Il movimento è interno, è arabo, non tocca il resto del mondo islamico. Non ha connotazioni religiose, non è contro Israele o l’Occidente ma contro un dittatore e la sua banda, reclama riscatto sociale, dignità. Le organizzazioni dell’islam politico non sono in piazza, almeno per ora. È tutto perfettamente comprensibile, condivisibile, assolutamente cristallino. Non bisogna far altro, da questa parte del Mediterraneo, che fare mea culpa per le connivenze passate e spalancare le porte alla Storia che si rimette in moto. E’ anche forse il caso di dare qualche spintarella al carro della democrazia, della quale siamo se non altro eredi, scendere in piazza, almeno manifestare solidarietà in qualche forma. Invece regna l’imbarazzo. Succede solo che dalla fine del gennaio 2011 tutte le agenzie di rating declassano la Tunisia: troppo rumore, scalmanati per strada, ambiente non propizio per il business.

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Il 25 gennaio è la volta dell’Egitto, il centro demografico del mondo arabo. È un martedì, la giornata nazionale della Polizia. La cosa è simbolica, come si legge nella piattaforma su cui è indetta la protesta:

Nel 1952 i nostri nonni arruolati nella polizia resistettero con le loro pistole di ordinanza ai carri armati dell’esercito regolare britannico. Perirono in 50 e più di 100 furono i feriti: rappresentano il miglior esempio di sacrificio per la patria. E ora noi, a più di cinquant’anni di distanza, subiamo le sopraffazioni delle forze di polizia, che sono diventate uno strumento di umiliazione e tortura per gli egiziani. Abbiamo scelto questo giorno particolare perché simboleggia l’unione delle forze di polizia con la gente e speriamo che nel giorno della manifestazione si uniscano a noi gli alti ufficiali, perché la nostra causa è una. Il 25 gennaio è una ricorrenza nazionale in cui è permesso a tutti gli egiziani di interrompere la propria attività lavorativa.

Già venerdì 11 febbraio Hosni Mubarak si dimette, la Primavera araba, d’ora in poi semplicemente PA, diventa una cosa ancora più vera e, contemporaneamente, un tema dal formato narrativamente fecondo, oltre che maneggiabile da chi di arabi sa poco o niente. Ma nel nascere – parlo del tema, non della cosa – inizia a morire, in quel processo che Slavoj Zizek – ricorrendo non senza un pizzico di orientalismo a un proverbio persiano – definisce il “seppellire un morto e mettere i fiori sulla sua tomba”.

Assistiamo a un primissimo necrologio su al-Jazeera, il broadcaster del Qatar che parla arabo ma anche inglese e che tutti già indicano come “la televisione della Primavera araba”. La settimana successiva alle dimissioni di Mubarak piazza Tahrir, al Cairo, è gremita per il sermone del venerdì (khutba) di una star della Fratellanza Musulmana, Yusuf al-Qaradawi. Fondatore di islamonline.net, sito che promulga fatwa e attraverso i suoi forum registra gli umori di una gigantesca comunità globale di musulmani telematici, al-Qaradawi è un anchor man di al-Jazeera che, oggi, colloca telecamere un po’ ovunque: sembra di stare al concerto del primo maggio.

Prima del sermone Wael Ghonim, uno dei volti più noti della protesta egiziana, prova a salire sul palco per parlare ma viene bloccato dalla sicurezza. Si arrabbia, si ricopre il capo con una bandiera egiziana, abbandona la piazza simbolo della rivoluzione. L’evento è un’esplosione di sottintesi e appare chiaro che non ha molto a che vedere con i giovani di Tahrir: sul palco, a prendersi la scena, è salito il tradizionale contropotere egiziano, quella Fratellanza Musulmana che per decenni ha vissuto in una conflittuale ma strutturale simbiosi con i militari al potere, pompando nell’ombra o alla luce del sole consensi e denaro, imparando dalla sua controparte la lezione di un governo dispotico. Un’organizzazione che si è unita alle proteste (rendendole di certo molto più partecipate) ma non ne è l’artefice né l’ideatrice e ora, chiaramente, sta procedendo a un’OPA anche mediatica, presentandosi come rivoluzionaria di fronte alla platea araba e mondiale.

L’ora delle celebrazioni e delle appropriazioni arriva per tutti. Fra i primi a inaugurare il trend è il presidente della Banca Mondiale, Robert Zoellik che, intervistato il 6 aprile 2011 dalla Reuters, regala al pianeta la sua lettura della PA: Mohammed Bouazizi era un piccolo imprenditore a cui non è stata data l’opportunità di sviluppare il suo businnes. È per questo, secondo lui, che si è dato fuoco. Gli risponderà, indirettamente, proprio Wael Ghonim il 15 aprile successivo, durante una tavola rotonda su “giovani e lavoro in Medio Oriente e Nordafrica” svoltasi presso la sede del Fondo Monetario Internazionale a Washington, cui presenziava anche il capo dell’organizzazione, Dominique Strauss-Kahn. Parlando del supporto trentennale accordato dalle elite politiche e dalle istituzioni internazionali a Hosni Mubarak dichiara: “Per me ciò che è successo non è stato un errore ma un crimine”.

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Dopo questo passaggio la PA diviene sostanza, cioè soldi. Il G8, a Deauville (26-27 maggio 2011), tramite Fondo Monetario Internazionale, decide di donare ai paesi della Primavera araba. Con un’eccezione: i paesi esportatori di petrolio in uno dei quali, la Libia, si è già profilato un “Autunno arabo”, causa intervento NATO. Nel giugno 2012 arriverà poi, con l’elezione a presidente del Fratello Musulmano Mohammed Morsi in Egitto, un Inverno islamista. Ma in tanti, già molto prima, si metteranno ad agitare – con rinnovato vigore – lo spauracchio del terrorismo, attestandosi sullo scenario peggiore per poi, dopo aver vinto facile, ergersi a profeti. Vecchi e nuovi tromboni finiranno per guardare con malinconia e affetto ai vecchi tiranni, associandosi in ultimo al coro di chi parrocchialmente canterà “si stava meglio quando si stava peggio”. Contestualmente fioccheranno analisi su quei “fighetti” pseudorivoluzionari che hanno fatto errori a ogni pié sospinto. Sono nati sotto un tiranno, hanno vissuto nella paura per tutta la vita, si sono organizzati di nascosto e con fatica, si sono ribellati, ora i cecchini li prendono a fucilate dai balconi, i soldati e i poliziotti li picchiano a morte nelle caserme e nelle carceri, ma ciò non li rende meno figli della borghesia urbana colta, quindi individui spregevoli, anime belle e inconsapevoli. Sì, non si sono resi conto conto di ciò che sono andati a toccare. Hanno esposto i loro paesi a un’ondata di violenza – perché sappiamo tutti che a scatenarla sono le vittime, non i carnefici – e oltretutto, cosa forse più grave – hanno permesso a decine di migliaia di rifugiati politici di incombere sulle coste della Fortezza Europa. La ricaduta non è più, ormai, roba da supermercato e la colpa è dei fighetti. Anche se poi a scendere in piazza non sono solo loro – anzi in alcuni casi si sono accodati a proteste di altra matrice – c’è chi vede in queste persone soltanto un branco scomposto di irresponsabili o addirittura, quando la fucina del complotto riprende a sfornare pagnotte tossiche, il tentacolo locale di una cospirazione globale.

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Nel frattempo anche l’ultimo luogo comune sulle masse arabe va in caduta libera: la vittima mediatica della PA sembra essere infatti il tema del conflitto israelo-palestinese, almeno nella sua forma conosciuta. Si scopre che anche a Gaza e in Cisgiordania c’è una nuova generazione di attivisti. Manifestano per presentarsi uniti contro le politiche di Israele. Il 15 marzo 2011 sono in decine di migliaia e, sotto gli occhi preoccupati dei dirigenti di Hamas e Fatah, non sventolano bandiere di partito. Non dimenticano, certo, di commemorare la nakba, ma lo fanno pacificamente, il 15 maggio 2011, sfilando sulla linea che divide Israele dalle alture del Golan occupate, da Gaza, dal Libano, dalla Giordania. L’Economist scrive: “Israele sta assaggiando l’inaspettato e sgradevole gusto di uno scenario da incubo: masse di palestinesi, disarmati, si dirigono verso le frontiere dello Stato ebraico, chiedendo di essere risarciti per il pluridecennale danno nazionale”. Ma anche i leader delle organizzazioni palestinesi non fanno sonni tranquilli. Quel giorno Israele fa 12 morti e tutti si chiedono se e come la Primavera palestinese continuerà. Il gioco, tragico, è già scoperto: da ambo le parti qualcuno farà di tutto per evitare che quei giovani riescano ad affrontare Israele e allo stesso tempo determinare un cambiamento politico in Palestina.

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La copertina di capodanno del Time 2012, intitolata a The protester, segna un momento di svolta nella narrativa associata alla PA. La “contestatrice” che vi compare è Sarah Mason, una ragazza fotografata il novembre precedente da Ted Soqui durante una manifestazione di fronte alla Bank of America nella downtown di Los Angeles. La copertina è firmata Shepard Fairey, quello di Hope-Obama. Nell’iconizzazione di Fairey, il ritratto di Sarah perde alcune caratteristiche e ne acquisisce altre. Sul fazzoletto scompare la scritta, un messaggio che conosciamo bene e che – alla fine – è il messaggio di Soqui: 99%, cioè “quella parte di mondo che non possiede ricchezza”. Scompare poi anche lo scollo della ragazza che ci indicava, principalmente, che quella che portava in faccia era una protezione, non un velo.

La PA, coniata da un giornalista di Foreign Policy, finisce sul Time. Ad essa vengono associati i contestatori di Occupy. In mezzo ci sono diversi altri paesi, non arabi. Compresa la Spagna, compreso Israele. La cifra, questa volta azzeccata, è la giovinezza dei protagonisti, ma la PA si scioglie nel mondo, diviene parte di una globale rivolta giovanile. E i suoi protagonisti diventano icone di qualcos’altro: Tawakkul Kerman, giovane esponente della Fratellanza Musulmana yemenita, riceve il Premio Nobel per la Pace (insieme a due donne liberiane) per la sua “battaglia non violenta a favore della sicurezza delle donne e del loro diritto alla piena partecipazione nell’opera di costruzione della pace”. E non per il fatto che Kerman ha guidato una rivolta (finita certo male) nel suo paese.

Segue un periodo buio per i protester nei paesi arabi. A forza di controrivoluzioni e restaurazioni (Egitto), operazioni di maquillage (Yemen), omicidi politici e nuova corruzione (Tunisia), rapimenti, torture e massacri (Siria) in pochi hanno ancora la forza di alzare la testa. Progressivamente le loro voci si affievoliscono, così come l’interesse per il suono che fanno.

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Nel periodo della PA, quasi interminabile se consideriamo la velocità con la quale il mondo dell’informazione rumina e digerisce, a soffrire è stato il modo di raccontare. Il fatto che un’esplosione così generalizzata e così contenutisticamente sorprendente (dignità? democrazia? giustizia sociale?) non sia stata prevista, ha mandato in default le linee di pensiero che avevano spiegato il mondo arabo e/o il mondo islamico fin dal crollo del muro di Berlino e poi, con qualche modificazione in senso “allarmista” e “conservatore”, fin dal 9/11, un evento che aveva semplificato ulteriormente, dividendo il mondo in civiltà antagoniste. Su quel cliché molti avevano costruito la loro fortuna politica, mediatica ed economica. Obama, nel 2009, aveva poi parzialmente corretto il tiro, inaugurando la “nuova stagione” delle “relazioni coi musulmani”, che aboliva i claim precedenti – la guerra al terrore etc. – per istallarne altri, più dialoganti – perché siamo tutti sulla stessa barca – benché affollati di droni.

Invece, fin dai primi mesi insieme alla rivolta, irrompevano le espressioni delle neonate società civili. Si era aperto il vaso di Pandora, ne uscivano centinaia di nuove esperienze politiche, sociali, editoriali, artistiche, culturali. Da dove veniva tutto questo? I primi a cadere dalla rupe furono i vecchi “giornalisti di medioriente” che sembrarono informati di fatti secondari. I media scoprirono un mondo di attivisti e giornalisti locali e non, una nuova generazione di operatori dell’informazione che, abbandonati i normali preamboli orientalisti e disertate le agenzia di stampa governative, stavano nelle piazze, parlavano con le persone, tiravano fuori dalla rete nuovi contenuti. Fu una scoperta, ma la nuova generazione non ebbe lo stesso trattamento della precedente in termini di remunerazione e stabilità lavorativa. Fu poi, con lo spegnersi dei fuochi, pesantemente mondata e per lo più messa in cantina. Si parlò della potenza della rete, del suo ruolo di vetrina e il capitolo fu chiuso.

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Ma non è finita qui, ci sono da rispolverare i vecchi fasti, nel luglio 2014 arriva la nuova carneficina a Gaza. Dietro la patina di indignazione e/o di sgomento, sembra quasi che i media di tutto il mondo, come anche gli “analisti di Medioriente” o presunti tali e, infine, le centinaia di migliaia di palestinisti e israelisti della domenica, tirino un sospiro di sollievo. Finalmente gli operatori dell’informazione e i postatori di “cose buone e su cui riflettere” potranno tornare a usare gli strumenti, le categorie e i microdossier che hanno maneggiato per decine di anni senza dover rincorrere eventi che non capiscono e dei quali non sanno quasi niente. Eventi come una rivoluzione, che mettono in circolo dubbi e incertezze e che, se ben letti, potrebbero spiegare molto anche su di noi (e anche sul lavoro mediocre di quegli operatori).
È a questo punto della storia che la PA muore sul serio, perché la PA era un impianto mediatico e ora quell’impianto, riavviatasi sui vecchi binari la dinamica “Israele-Palestina”, è definitivamente scomparso. L’8 luglio 2014, per la prima volta in quattro anni, Jadaliyya, una delle migliori riviste online su questi temi, non porta nell’indice alcun articolo sulla Siria, l’unico paese arabo in cui, nonostante ciò che il senso comune afferma, c’è ancora un barlume di rivoluzione (ancora oggi la gente scende in piazza, malgrado tutto, per i “venerdì di protesta”). È la rivista su cui era apparso uno dei più importanti articoli sulla situazione attuale di quel paese mai scritti. Era il 24 novembre 2011, prima che tutto accadesse, e l’articolo, di Bassam Haddad, si intitolava “Neoliberal Pregnancy and Zero-Sum Elitism in the Arab World”.

Un conosciuto blogger che scrive di Siria, Maysaloon, ironicamente si rivolge agli “antimperialisti”: “fate attenzione riguardo alle foto di Gaza che pubblicate: potrebbe essere la prima volta in tre anni che postate foto delle vittime di Asad”. Dei palestinesi uccisi dagli israeliani qualcuno pubblica addirittura i nomi. Molti di loro non saprebbero chiamare per nome nemmeno uno dei migliaia di palestinesi uccisi da Asad in Siria. Il più pletorico conflitto di retoriche e propagande che la storia recente abbia conosciuto, che va sotto il nome (oggi ancora più depistante) di “conflitto arabo-israeliano”, torna insomma prepotentemente in ruolo, insieme a quell’altro grande generatore di strabismi:”la responsabilità dell’Occidente”.

Ritorno al futuro. Emerge – esplodendo nel volano dei social network – una caratteristica penosa e malata dell’intero sistema: il famoso “not in my back yard” riguarda anche i giardini della mente, quei luoghi immaginati che, pur essendo forse meno verdi di quelli del vicino, le persone vogliono vedere puliti e perfetti, abitandoli ogni giorno. Ma poi, eliminato in qualche giorno “l’elemento di disturbo”, il giardino torna a fiorire. Mentre gioiscono tutti coloro che avevano fatto macumbe sui “giovani arabi” e piantato spilli sui loro feticci. Hamas torna a essere “resistenza”, Netanyahu si riprende il posto di “gestore della sicurezza”, proprio come se fosse un tiranno qualsiasi in un qualsiasi paese arabo. E la cosa ovviamente non si ferma più. Si indossa l’una o l’altra maglietta per motivi che hanno a che vedere più con l’identità o senso di appartenenza delle persone che le indossano che non con il conflitto israelo-palestinese stesso. “Privatizzazione”, interiorizzazione del conflitto. Roba che in breve vira verso l’”infotainment”, cade nell’autoreferenziale, diventando molto simile a qualche altro “file” – incomparabilmente meno tragico – che a scadenze fisse o variabili si riapre sulle bacheche dei social network o sulle pagine dei giornali. Il calore del “conflitto arabo-israeliano” produce interpolazioni (sono tutti come Hitler), fusioni (i palestinesi sono Hamas), cortocircuiti e afasie. Sì, la parlamentare israeliana di ultradestra incita l’esercito israeliano su Facebook, chiede un massacro. Sì, alcuni cittadini israeliani guardano cadere le bombe israeliane su Gaza stando in poltrona. Sì, probabilmente Hamas fa il gioco sporco sulla pelle degli innocenti per riguadagnare i consensi perduti a Gaza in questi anni. Guarda, la cantante israeliana Noa viene contestata a Salerno perché “sionista”. Guarda, il concerto della cantante israeliana Noa è cancellato a Milano perché ha invitato Netanyahu a smettere di bombardare Gaza.

Soprattutto, ritornano le geografie emozionali: quel microscopico fazzoletto di terra che raccoglie in sé Israele e Palestina diventa “il Medioriente”. Le televisioni urlano: “crisi in Medioriente, Iraq e Ucraina”, ponendo l’Iraq in uno strano altrove, in un nuovo oriente né vicino, né medio né grande, nel quale abita un minaccioso Neocaliffo che ordina ai propri sudditi di infibulare “tutte le donne” (era una bufala, sì) e che invierebbe addirittura truppe a Gaza perseguendo il suo terrorizzante disegno. Fra chi gioisce per il ritorno del vecchio paradigma c’è anche il tiranno siriano, Bashar al-Asad, che su tutti questi costrutti aveva fabbricato – meglio di altri – la propria propaganda. In stile guerra fredda, con la fierezza del “capo arabo laico e socialista”, annuncia che inizierà “a ricostruire il paese” ancor prima di aver finito di distruggerlo e desertificarlo, in un conflitto che non conosce pause e che finora ha fatto 200.000 morti e milioni di profughi, più di un terzo della popolazione. Neanche Naomi Klein, autrice di Shock economy vede qualcosa di strano in quell’annuncio. Non ci ragiona su, non prende atto di una “nuova fase dell’aggressione neoliberista al mondo” bensì lancia appelli dal Guardian per boicottare Israele.

A mettere il sigillo sul certificato di morte della PA è infine The Economist che, usando il più classico degli orientalismi, chiosa: “Mille anni fa le grandi città di Baghdad, Damasco e il Cairo si alternavano nella corsa, davanti al mondo occidentale. Islam e innovazione andavano insieme. I vari califfati arabi erano superpotenze dinamiche – fari di scienza, tolleranza, commercio. Eppure oggi gli arabi versano in uno stato miserabile. Addirittura l’Asia, l’America Latina e l’Africa avanzano mentre il Medio Oriente è frenato dal dispotismo e sconvolto dalla guerra”.

L’umiliazione, ancora una volta. Nulla è cambiato, sembra. O meglio: siamo finalmente tornati a dire che nulla può cambiare, che nulla deve cambiare, che nulla cambierà.

Quel 17 dicembre 2010 è stato solo un incidente, dai. E togliete i fiori da quella tomba, per favore.

[1] Marc Lynch, “Obama’s ‘Arab Spring’?”, Foreign Policy, 6 gennaio 2011