L’Is visto dai musulmani

La risposta del mondo islamico alle attività e alla propaganda dello Stato Islamico risente fortemente dell’eterogeneità di quel mondo, spesso erroneamente – quando non colpevolmente – trascurata dai media, specie occidentali. Descrivendo l’islam come un monolite costituito, al più, da microscopici elementi che si muovono e agiscono all’unisono avendo le medesime vedute e gli stessi obiettivi, è facile concludere che l’universo islamico taccia nei riguardi dell’Is. La realtà è molto diversa.

Dal lato istituzionale, le reazioni sono di univoca censura. Il variegato panorama degli organismi nazionali e sovranazionali la cui cifra è l’identità islamica vede nell’Is una minaccia ai suoi interessi e alla sua autorevolezza. Sebbene dal punto di vista dottrinale lo Stato Islamico appaia debole, nel contesto sunnita la carica carismatica di singoli leader o organizzazioni rappresenta un fattore poco controllabile dall’alto. Dall’Organizzazione della Cooperazione Islamica (che raccoglie le rappresentanze istituzionali di 57 paesi a maggioranza musulmana) all’Università islamica di al-Azhar (espressione dell’islam istituzionale sunnita egiziano e polo storico del sunnismo mondiale), passando per le sigle nazionali e internazionali dell’associazionismo musulmano presenti anche in paesi occidentali e per i leader nazionali e internazionali della Fratellanza musulmana, l’elenco delle voci musulmane che in tutto il mondo hanno espresso la loro condanna nei confronti dell’Is è lunghissimo. Lo è anche la lista delle singole personalità che, a nome delle proprie comunità o dei propri gruppi, hanno definito «non islamiche» le pratiche e le attività dell’organizzazione.

Dal punto di vista del consenso, invece, è utile operare una distinzione fra chi – paesi e popolazioni – ha un contatto diretto con i miliziani del neocaliffato e chi assiste da fuori agli eventi. Premesso che la nutrita presenza nelle file dell’Is di combattenti provenienti da tutto il mondo tende a generare la percezione di un’entità «aliena», solo parzialmente connessa alla realtà sul campo, le aree coinvolte dalle operazioni dell’Is hanno caratteristiche proprie e una situazione sociale e politico-economica specifica. In Siria sono presenti diverse formazioni di ispirazione salafita-jihadista, una delle quali qaidista (Jabhat al- Nuṣra), così come gruppi armati i cui referenti sono individuabili nelle tradizionali formazioni dell’islam politico (in primis la Fratellanza musulmana), oltre a un generico moto di radicalizzazione in senso confessionale. In quel paese il consenso verso l’Is passa per canali ben poco ideologici, fondandosi su un reclutamento di tipo militare, su una feroce repressione 1 e su una politica amministrativa che intenderebbe fornire sostentamento e ordine in comunità che hanno vissuto per anni nell’insicurezza e nella violenza. La risposta delle popolazioni è solo sporadicamente positiva e, in questi casi, si basa su elementi che nulla hanno a che vedere con la dottrina del gruppo. In larga maggioranza, tuttavia, i siriani che vivono a contatto con i fautori del califfato vedono l’Is come un’entità tirannica e repressiva, oltre che «non islamica». In ultima analisi, la considerano come un’altra terribile conseguenza della politica genocida di Baššār al-Asad.

In Iraq le dinamiche sono parzialmente diverse. Sovrapponendosi a una rivolta già in atto contro il governo centrale e mescolando i propri interessi con essa, l’Is ha potuto contare in una fase iniziale sull’appoggio di intermediari, come i leader tribali o i raggruppamenti politici e sociali che si opponevano all’esecutivo di al-Mālikī , concentrando da subito i propri sforzi repressivi sulle minoranze e su singole figure del dissenso2. Si tratta di un consenso ampiamente reversibile 3 , che però nella fase iniziale ha permesso all’Is di ottenere facili successi militari. Anche qui, tra la popolazione sunnita l’adesione all’Is avviene per motivi scarsamente correlati all’ideologia estremista del gruppo, il cui recente sbocco antiamericano e antioccidentale è forse l’unico punto di forza.

Allargando il fuoco al resto del mondo arabo, all’intero mondo islamico e ai paesi della «diaspora musulmana», le prospettive cambiano talvolta in maniera drastica. Nei paesi arabi non coinvolti dal conflitto si nota un generale rifiuto del messaggio dello Stato Islamico. Se ci si allontana dall’epicentro della crisi, non si registrano movimenti di opinione rilevanti in favore dell’organizzazione. L’apparizione in diversi teatri di bandiere dell’Is non deve indurre in errore.

Applicando infine la lente del jihadismo, a sua volta connesso alla galassia salafita e alle differenti formazioni dell’islam politico che hanno o meno un legame con correnti jihadiste in una dimensione globale, le cose cambiano. Da questa prospettiva, l’Is rappresenta un forte elemento di discontinuità rispetto alla situazione precedente in cui l’ala estrema del movimento era rappresentata da al- Qā‘ida e dal suo franchising. In quanto a propaganda, l’Is è un’organizzazione al passo coi tempi e dal forte richiamo, anche grazie al volano della Rete, per gruppi e singoli individui votati all’estremismo: sovrascrive il discorso qaidista, meno efficace dal punto di vista mediatico, sostituendosi progressivamente a esso nell’immaginario di una nuova generazione di jihadisti. Il neocaliffato, almeno sulla carta, può essere definito come una strategia di potenza che scavalca in ambizione e radicalismo (forse meno in realismo) la mentalità qaidista, nella quale l’idea dell’emirato islamico non è un progetto strutturato. Si osserva chiaramente un travaso di consensi dalla «vecchia» al- Qā‘ida all’Is anche in paesi come la Malaysia e l’Indonesia 4 , oltre che fra i ranghi di gruppi, come Boko Haram in Nigeria 5 , legati in principio al network qaidista.

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