Non perdiamo la testa. Il doveroso e vano tentativo di difendervi da Allam e le firme de Il Giornale

E’ venerdì 24 ottobre, ho fatto una ricerchina su “Non perdiamo la testa” partendo dalla copertina, su cui si trova scritto “Controcorrente.it”.

Trattasi di un editore che promuove in questi giorni “Eurasia, Vladimir Putin e la Grande Politica” di Alain de Benoist e Aleksandr Dugin.

L’ultimo evento promosso da Controcorrente.it è il “XXII Convegno Tradizionalista della Fedelissima Città di Gaeta”.

Com’è di moda presso una certa qual destra, questo editore millanta un’operazione culturale “contro” il pensiero dominante.

Invece, come vedremo nel libro curato da Marco Zucchetti, mira alla pancia dei lettori, un luogo del corpo che spesso comanda su cuore e cervello.

E fa sfracelli.

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Il libro è uscito martedì 21 ottobre.

Il titolo gioca sull’idea che quelli di Daesh (IS, ISIS, ISIL, Stato Islamico) siano principalmente “tagliatori di teste”.

Vedremo poi come alcuni autori maneggeranno il tema.

La pubblicità del libro, il cui claim recita “2014 l’anno dei tagliagole”, ritrae James Foley in ginocchio vicino al boia britannico di Daesh.

Ieri, giovedì, Diane, la madre del giornalista giustiziato, ha querelato “Il Giornale”: “La decapitazione di mio figlio usata come pubblicità di un libro”.

Poteva bastarmi, in effetti. Potevo fermarmi qui, dicendomi: “gli sta bene”*.

E invece no, non mi è bastato.

Mi sono messo in testa di leggere il libro.

Ma pur essendomi piegato all’idea di acquistarlo e avendo poi effettivamente raggiunto l’edicola col denaro necessario (l’idea di doverlo comprare era già una sconfitta per me), ho trovato che era esaurito.

Parliamo di edicola di Testaccio, uno di quei leggendari “bastioni della sinistra” della città di Roma.

L’edicolante era distrutto, mi ha guardato con mestizia, io ho voluto specificare la mia posizione di lettore critico, mi ha detto che forse ristampano il volume e ciò ha prodotto in me una lacerazione interiore.

Ho pensato all’Italia.

Oggi, venerdì, ho cercato in un’altra edicola. Esaurito.

Poi in un’altra edicola ancora, e un’altra ancora.

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Eccolo qua, ‘sto libro.

La copertina recita “Non perdiamo la testa, il dovere di difenderci dalla violenza dell’islam”, Magdi Crisiano Allam e le firme de il Giornale.

Giro il libro.

Firme, in ordine alfabetico: Francesco Alberoni, Magdi Crisiano Allam, Fausto Biloslavo, Luca Fazzo, Vittorio Feltri, Stefano Filippi, Alessandro Gnocchi, Giordano Bruno Guerri, Paolo Guzzanti, Ida Magli, Gian Micalessin, Fiamma Nirenstein, Alessandro Sallusti, Marcello Veneziani, Stefano Zecchi.

Avrò un bel da fare, temo.

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Prima che iniziate a leggere questa mia esamina voglio che sappiate che non è la prima volta che mi avventuro in un’impresa del genere.

Anzi, guardo a questo libro con occhi stanchi.

Ho tenuto un blog per diversi anni in cui mi occupavo anche di ciò che definivo “islam percepito“.

Di Magdi Allam ho scritto, eccome, cercando di non essere cattivo ma, a volte, non riusciendovi.

Di Fausto Biloslavo ho annotato qualche attività, fra cui quella di intervistare Gheddafi durante i giorni della guerra in Libia.

Anche Vittorio Feltri compare nel mio vecchio blog perché, oltre a essere Vittorio Feltri, è anche autore di un libro dal titolo “Il Corano letto da Vittorio Feltri”.

Ida Magli per me è una vecchia conoscenza, in effetti.

Gian Micalessin ha iniziato a comparire sul mio radar già nel 2011 ma mi si è manifestato in tutto il suo fulgido strabismo destrorso più avanti, quando ha iniziato ad andare in Siria da embedded, sposando in toto la versione della realtà fornita dalla propaganda di regime.

Conosco bene la prosa di Fiamma Nirenstein, per me fino a ieri era roba passata.

Posso dire con certezza che le persone qui citate sono parte di una banda di haters abbastanza ampia, la cui sociologia è ancora tutta da scrivere ma che ha i propri santi e santini.

OrianaFallaci, prima di tutto. Poi Bat Ye’or, Geert Wilders, Ayaan Hirsi Ali e tanti altri.

E’ un mondo popolato di borghezi di vario genere, entrando nel quale prima o poi si arriva a parlare del boia di Utoya, Anders Behring Breivik e di una destra parafascista che pullula di “controjihadisti” e lancia l’allarme “Eurabia“.

Al tempo avevo deciso di collocare le mie osservazioni nella categoria “destre e islam“.

E’ un tema ampissimo, spinoso e posso dire di non essere riuscito a tracciarne confini certi, anche perché – udite – la melma tracima a sinistra.

A un certo punto ho chiuso il blog per motivi di pulizia mentale.

Ho la certezza, però, che “Non perdiamo la testa” rappresenta una rassegna dei temi principali usati da questi haters, quindi mi sento quasi in dovere di fare ciò che sto per fare, cioè leggere questo libro e commentarlo, anche se farlo è per me una tortura: conosco i miei polli, le loro manipolazioni, so quanto riescano a offendere le intelligenze, quanto letali siano le tossine che rilasciano, quanto senso di malessere trasmettano.

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Ancora un preliminare.

Grazie alla mia pregressa attenzione sul tema ho imparato a far buon uso di alcune parole.

Non userò “islamofobia” perché il concetto, se inteso in maniera generica, è scivoloso e offre molti appigli retorici non sempre controllabili.

Vedremo come ci gioca Magdi Allam, ma è bene sapere che diversi sono gli attori politici e culturali che lo usano.

Fra di essi ci sono anche musulmani retrogradi, reazionari, maschilisti che ponendosi come vittime dell’islamofobia cercano di dar leggittimità, in chive politica, alla loro specifica e sordida idea di islam.

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Bene, indossato lo scafandro dell’espertone di haters controislamici entro dentro.

So quando entro, non so quando esco, soprattutto non so se e come ne esco vivo.

Secondo la presentazione:

l’Occidente che si era illuso di poter convivere pacificamente con l’islam, ha riscoperto il terrore dell’estremismo, ma sembra aver rinunciato a combattere” (Occidente maiuscolo e islam minuscolo).

Perché, effettivamente, questa chiarissima entità chiamata “Occidente” è dotata di sentimenti, dunque è capace di illudersi, riscoprire e rinunciare.

Un’entità che, seguendo il filo del copertinista, è una “civiltà” di nome Occidente.

Una “civiltà” che “soffre” di tanti “mali”, proprio come una persona soffre di epicondilite acuta, reumatismi, demenza senile.

Ci collochiamo alla fine dell’800, insomma, e la globalizzazione proprio ci rifiutiamo di prenderla in considerazione.

Pensiamo che esistano delle civilità, che queste civiltà abbiano una nascita, un’apogeo, un declino.

Nel caso della civiltà occidentale questo declino sembra interminabile, da più di un secolo viviamo nel crepuscolo “dei valori” e “delle identità”.

E tutto ciò avviene a causa di strani “mali” emersi come cancri nelle nostre coscienze: il politically correct, la paura di passare per razzisti, la sudditanza psicologica del relativismo culturale.

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La prefazione di Alessandro Sallusti ci annuncia che c’è una vittima, Magdi Cristiano Allam.

Quest’uomo ci aveva avvertito, ci aveva detto che dietro le “primavere arabe” si celava il mostro, e che il mostro ora ci vuole mangiare.

Non dovevamo farci ingannare dai sinistrorsi: il levantino che chiede libertà, giustizia sociale e democrazia è un truffatore, ha un secondo fine, anche se poi muore per mano di un altro levantino sotto un barile bomba o sparato da un militare o un poliziotto anch’essi levantini.

E a dircelo era proprio uno che lì ci è nato.

Ma noi non l’abbiamo voluto ascoltare.

Siamo stati buonisti.

Ora nel “mondo arabo” (non islamico, proprio arabo) l’odio verso l’Occidente è soverchiante dobbiamo difenderci perché in pericolo siamo noi e i nostri figli.

E questo libro, al quale contribuiscono un manipolo di eroi della nostra cultura, della nostra identità e della nostra democrazia, vuole rappresentare un piccolo ma significativo passo in difesa dei nostri paesi.

E, testuale, del mondo intero.

Un libro che insomma va Controcorrente (anche se è esaurito in 8 edicole su 9 a due giorni dalla sua uscita).

Nessuno, tranne questa nostra pattuglia di indomiti combattenti, ha detto niente, nessuno ha scritto niente.

Invece loro erano lì, asserragliati nel fortino, mentre orde di buonisti morbosi svendevano la loro identità, la loro cultura, la loro democrazia.

E processavano Magdi Cristiano Allam.

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Ci siamo, qui impatto il capitolo 1, in cui Allam spiega di dover addirittura subire un processo per istigazione all’odio razziale da parte dell’Ordine dei giornalisti.

Secondo Allam, l’Ordine ha “recepito e fatta propria la strategia dei militanti islamici”.

Secondo Allam, che non è nuovo a un particolare genere di elucubrazione paranoica basata su una distorta percezione dei fatti, una sua condanna presso l’Ordine dei giornalisti porterebbe in tempi brevi all’introduzione di una legge che punisce il reato di islamofobia in Italia.

Una legge di cui – è bene saperlo – non c’è assolutamente bisogno e che nessuno ha mai neanche immaginato di introdurre, perché in Italia esiste il reato di istigazione all’odio razziale (la legge Mancino, 205/1993), che basta e avanza.

E perché abbiamo una Costituzione, i cui articoli 2 e 3 (non, per dire, gli articoli 890 e 1247) parlano chiarissimo.

Una legge che, fra l’altro, potrebbe anche essere criticata perché delega al potere giudiziario la gestione di un problema multiforme e fenomenologicamente variegato che, di regola, dovrebbe essere combattutto nella società, cosa che non avviene.

Una legge che, in ultimo, permette ad Allam di farsi vittima, qualora qualcuno lo denunci.

Per lui, però, il fatto è un altro, e cioè che l’Organizzazione della cooperazione islamica, la lobby costituita dai governanti di 57 paesi a maggioranza musulmana presso l’ONU che Allam lega erroneamente e in malafede all’organizzazione dei Fratelli Musulmani, userebbe questa ipotetica legge per riuscire nel suo malefico intento: introdurre nel mondo il reato di blasfemia “che comporta la pena di morte per chiunque oltraggi il Corano e offenda Maometto”.

Cioè, in altre parole, un processo presso l’Ordine dei giornalisti italiano porterebbe all’introduzione della pena di morte per blasfemia nel mondo.

Secondo Allam questo processo è di rilievo “storico” e per lui è “un onore esserne protagonista”, perché in gioco c’è l’Italia di:

S. Benedetto, S. Francesco, Marco Polo, Dante Alighieri, Cristoforo Colombo, Leonardo da Vinci, Niccolò Machiavelli, Michelangelo Buonarroti, Galileo Galilei, Antonio Vivaldi, Alessandro Volta, Giuseppe Verdi.

Tutti combattenti per la libertà e la democrazia e l’identità, vien da dire.

Tutti personaggi processati dall’Ordine dei giornalisti.

Specialmente Marco Polo ma anche, e un bel po’, Cristoforo Colombo.

Nel delirio che segue, Allam spiega di essere stato il primo “a spiegare all’Italia” il rischio che correva, il primo a chiarire che “i musulmani possono essere moderati come persone se rispettano i valori fondanti della nostra comune umanità e le regole laiche della civile convivenza, ma che l’islam non è moderato come religione, è fisiologicamente violento e storicamente conflittuale”.

Aggiunge poi che questa è “una realtà” che conosce molto bene, essendo nato in un paese a maggioranza musulmana, da una famiglia musulmana, essendo stato musulmano per 56 anni, essendosi specializzato nello studio dell’islam. E, senza citare la sua conversione, conclude: “ecco perché è assolutamente infondato anche semplicemente ipotizzare che io possa essere islamofobo”.

Nel suo caso, dice, si può parlare di un “individuo anti-islam” non di un “islamofobo”.

Dice che il processo non è legittimo perché questo è un paese in cui tutti dicono quello che vogliono e anche lui può farlo, istigando all’odio razziale.

Dice che l’inquisizione islamica non lo fermerà e che è pronto ad affrontare il martirio (“inteso laicamente come il sacrificio della propria vita”) nel processo.

Dimostrando di non essere islamofobo, immagino.

E qui passiamo al secondo capitolo che Allam intitola – non sto scherzando – : “perché non possiamo non dirci islamofobi”.

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La cosa fa ridere, oggettivamente.

Non so come si chiama una cosa del genere in drammaturgia ma un nome per questo ribaltamento ci deve essere.

Comunque: trattasi di roba d’accatto, un collage stile Anders Behring Breivik, autore di un memorabile copiancolla di 1518 pagine dal titolo: “2083 – Una dichiarazione europea d’indipendenza”.

Esordisce con un:

ricordiamo che la condanna dell’islam e di Maometto è parte essenziale della fede

Ma a me, che del cristianesimo conosco perlomeno i fondamentali, questa cosa proprio non risulta.

Scorrendo ad esempio il Credo, cioè la professione di fede (oltre che la preghiera cattolica più in voga da diverse centinaia di anni dopo il Padre nostro), non trovo citati islam e Maometto.

Chissà perché.

Seguono nel capitolo un elenco di citazioni di personaggi che hanno parlato male dell’islam, da San Giovanni Damasceno (650 d.C.) a Oriana Fallaci (2006 d.C), la più famosa cristiana della storia.

E’ da (Sant’)Oriana che riattacca Vittorio Feltri, nel capitolo 3.

Bel collegamento, complimenti.

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Oriana Fallaci come dice il titolo, è lanciatrice di una “profezia”.

Feltri ricorda

il giorno in cui la Fallaci mostrò all’Occidente il volto feroce dell’islam

Era il 29 settembre 2001, pare.

Era stata zitta per un po’, Oriana, ma decise quel giorno di farsi di nuovo avanti.

Fu per lei “una nuova vita”.

Una donna che fino al 2001 si definiva “atea” e dopo il 2001 “atea-cristiana” (una definizione – questo lo dico io – in cui possiamo ritrovare, già da qualche anno, personalità del calibro di Giuliano Ferrara, “l’ateo devoto”).

Trovò in Ratzinger, così come fu per Allam che da questi fu battezzato, “il leader della riscossa” (anche in questo Oriana e Giuliano si somigliano).

Morì guardando la cupola di Santa Maria in Fiore.

Cosa ciò significhi non lo so. Sarà un’allegoria.

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La lettura di Feltri ha lasciato molti danni in me.

Mi rivolgo dunque verso il capitolo 4 con fatica, imbattendomi in un’altra delle grandi donne italiane del XX secolo, Ida Magli.

Una studiosa secondo cui l’islam è “la religione della sopraffazione”, una religione in cui alberga un “significato sacrificale dell’uccisione degli infedeli”.

Magli si concentra sul taglio della testa in quanto cosa orribile e inumana e in quanto “cosa religiosa”.

Si concentra dunque su un’invenzione perché nell’islam non v’è significato sacrificale nell’uccisione degli infedeli.

Sempre che non si voglia cercare fra microscopiche sette che forse individueremmo.

Sono sincero: questo dire una scemenza proprio in principio di trattazione rende la lettura abbastanza indigeribile.

Ma allo stesso tempo mi autorizza a una certa superficialità, facendomi convergere sul tema “Magli in quanto antropologa“.

Un’antropologa “selezionista”, si direbbe, visto che per dimostrare le sue ipotesi seleziona dal Corano solo i “versetti della guerra” scartando tutti i “versetti della pace”.

Un’operazione torbida o forse soltanto stupida, portata avanti con un tono pseudo-accademico, che a un certo punto va terminando con questo enigmatico versetto profetico:

I nostri maschi stanno morendo. O quelli musulmani moriranno insieme ai nostri, oppure si uniranno ai combattenti che già premono su di noi e vinceranno.

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Cado per inerzia sul capitolo 5.

Qui il legame associativo col capitolo precedente si perde, non c’è gancio, il libro perde ritmo. Il moto inerziale è destinato a terminare e la lettura si fa affannosa a prescindere.

Ci si mette poi di mezzo Fausto Biloslavo, che ricopre il lettore di masticatissimi luoghi comuni destrorsi-complottardi: gli americani hanno sempre sbagliato tutto, le “primavere arabe” erano una farsa, Gheddafi era buono, anche Asad è buono.

Contro Daesh ci sono due possibilità, “calare le braghe” stipulando un patto di non belligeranza “previsto dall’islam”, o raderli al suolo.

Notare l’astuzia: nel discorso il Nostro include “qualcosa di islamico”, ovvero un fantomatico “patto di non belligeranza previsto dall’islam”, per accreditare quelli di Daesh come interpreti certificati dell’islam stesso.

Ma il fatto è che nessuno ha intenzione di trattare islamicamente Daesh.

Questo trattare islamicamente Daesh è un qualcosa su cui sono d’accordo soltanto lui, i suoi amici-che-non-perdono-la-testa, e gli stessi militanti di Daesh.

Il resto del genere umano, invece, pensa che non si debba dare alcuna patente, islamica o meno, a Daesh.

Anche i grillini hanno ritrattato.

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Arriviamo finalmente a Francesco Alberoni, nel sesto capitolo.

Ah, non aspettavo altro.

Qui leggiamo Il Sociologo – corbezzoli – scoprendo che:

il proselitismo islamico fa colpo in Occidente come il marxismo negli anni di piombo

Alberoni ci suggerisce, di conseguenza, che nel periodo storico che intercorre fra l’opera di Marx e gli anni ’70 del XX secolo il marxismo non aveva fatto colpo?

Non proprio: spiegherà più avanti che si trattava di un “revival marxista”.

Il capitolo esordice con un perentorio:

tutti i movimenti islamici nascono come risposta al declino dell’Impero ottomano, con l’occupazione dei suoi territori ad opera degli europei

Forse Alberoni, affermando questo, ci comunica che il wahhabismo, nato in tutt’altra maniera, non è un “movimento islamico”?

Scopriamo più avanti che per lui il wahhabismo nasce in Iraq, non nel Najd, e quindi facciamo due più due: Alberoni sta platealmente improvvisando, di movimenti islamici non ha alcuna seppur vaga conoscenza.

Purtroppo però il testo prosegue con una “storia dei movimenti islamici” la cui analisi – viste le premesse – risparmio a me e a voi.

La teoria, che se devo essere sincero ho fatto molta fatica a estrarre, è che il “jihadismo è una rivoluzione dei giovani musulmani” che ricorda il nazismo ma anche e soprattutto “la corsa dei giovani verso il comunismo dopo la rivoluzione sovietica”.

E’ per questo che attrae tanti giovani in Occidente.

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Leggere Alberoni è stato brutto.

Sono ancora vivo, ma disossato.

Al capitolo 7 cozzo contro lo scoglio di un titolo che scimmiotta simpaticamente il titolo di un famoso romanzo: “il senso del califfo per barba e coltello”.

Il titolo del famoso romanzo è quanto di più scimmiottato vi sia al mondo e la cosa mi lascia addosso una sensazione di appiccicaticcio, aumentando di molto il fattore “stanchezza percepita”.

Il titolo introduce a meraviglia il pezzo di Stefano Zecchi, che si esercita nell’arte del ricamo sugli elementi della propaganda di Daesh per dirci con quello che ritengo egli pensi essere “stile”, quanto i barbari di Daesh riescano ad essere cattivi, inumani ed efferati.

Letteratura di appendice: il contenuto informativo non supera lo zero.

Non è una lettura facile, inizio a saltar pagine.

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Di paura in paura incappo in Gian Micalessin, un giornalista che ha in comune con Biloslavo la passione per Gheddafi e Asad.

Lo spauracchio sventolato, stavolta, è il terrorista nascosto fra i migranti.

Altro vecchio tema, si dirà, ma stavolta trattato con materiali nuovi.

La Libia con Moammar era un posto civile dove si viveva bene. Oggi c’è il califfato.

Ci ritroveremo con bombaroli dappertutto.

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Segue Fiamma Nirenstein, che si occupa, guarda un po’ che novità, di difendere Israele.

Anche qui sono messo alla prova: il tema è vecchio così come il personaggio e la prosa.

Avrò letto almeno una trentina di questi suoi concentrati di odio.

Sì, i materiali sono parzialmente nuovi: Nirenstein, al contrario di Micalessin e Biloslavo, cita i 240.000 morti fatti da Asad in Siria che, al contrario dei morti di Gaza, nessuno nota.

Una citazione strumentale, a lei di quei morti non interessa granché: il suo obiettivo è unicamente scagliarsi contro tutti i nemici di Israele, veri o presunti.

Ma stavolta c’è il problema che i nemici di Israele si sparano l’uno contro l’altro. E che Micalessin e Biloslavo, compagni di viaggio in questo libro contro-islamico, parteggiano per alcuni di questi presunti nemici di Israele.

Risultato: la difesa acritica di Israele di Nirenstein e la difesa acritica di Asad di Micalessin e Biloslavo fanno a pugni fra loro.

Come la ricomponiamo, questa cosa?

Niente paura, quando il nemico in costruzione (o in ri-costruzione) è così vago, e il desiderio di aderire alle teorie esposte è così alto, non si fa caso alle divergenze: si finisce sempre per puntare sulla comunione di interessi che ricompatta l’impasto, nonostante le contraddizioni.

Temo però che il lettore medio del libro che ho in mano non afferrerà il problema.

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Avanti il prossimo.

Giordano Bruno Guerri che fa una descrizione orante di Ida Magli e recensisce un libro di Ida Magli.

Del 1996.

Interessante, davvero.

Fa il paio con la denuncia di Luca Fazzo sul presunto trattamento di favore riservato dalla magistratura ai terroristi islamici.

Mentre Marcello Veneziani ci parla di identità, che non è razzismo (tipica excusatio non petita).

Meglio: ci fa un’ode all’identità come panacea di tutti i mali.

Meglio ancora: ci fa un pippone illeggibile su questa @0éép di identità che, evidentemente, lo ossessiona.

Ok, basta, non ce la faccio più, è evidente.

Il libro ha vinto su di me, a pagina 97.

Ma avevo iniziato a cedere già prima, lo ammetto.

Non vado avanti.

Filippi che invoca una scuola islamicamente scorretta, Guzzanti che rutta su una sinistra ambigua, Gnocchi che ci insegna come connettere una vignetta anti-Maometto con l’incipiente istaurazione della legge coranica in Europa  e il gran finale con “cronologia della mezzaluna insanguinata 2014” e “glossario” non sono alla mia portata.

Sono al di sopra della mia capacità di non lanciare insulti continuati e definitivi, procurandomi forse querele.

Sono già quattro ore che sguazzo in questa merda velenosa, lo scafandro dell’espertone fa acqua.

Il sistema immunitario della mia rete neuronale lancia segnali rossi.

Non posso chiedere di più a me stesso.

Devo uscire, guardare facce, respirare.

Decontaminarmi.

Lasciando gli haters e la loro paranoia nel pozzo a marcire.

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Sabato 25 ottobre Luca Bauccio, l’avvocato italiano di Diane Foley ha diramato questo comunicato:

In qualità di difensore della Sig.ra Diane Foley, madre di James Foley, il reporter barbaramente ucciso dall’ISIS, ho inviato una diffida alla Società Editrice de il Giornale intimando di sospendere immediatamente la diffusione della pubblicità del libro a firma di Magdi Allam, Non perdiamo la testa.
Ho anche inoltrato nell’interesse della Sig.ra Foley una richiesta al Comitato di Controllo per la pubblicità perché ordini a il Giornale il ritiro di questa pubblicità.
La famiglia sta valutando ogni altra azione da intraprendere contro il Giornale.
L’aver messo in mostra la fotografia di James Foley pochi attimi prima della sua esecuzione per pubblicizzare la vendita di un libro, peraltro giocando macabramente con l’accostamento tra il titolo e l’immagine, oltre ad essere un indebito sfruttamento per fini commerciali e di propaganda dell’ immagine di James Foley è anche una mancanza di rispetto per la memoria e la dignità di uomo defunto e per la tragedia che la sua famiglia e la comunità delle persone che lo amavano stanno vivendo.
La famiglia Foley vuole sottolineare che non nutre odio e non ha propositi di vendetta ma chiede solo rispetto, chiede solo di poter vivere il proprio dolore senza subire altre umiliazioni, altre offese, altri turbamenti. James Foley è stato un bravo e appassionato reporter, amava raccontare, documentare, informare. James Foley amava la vita e credeva nella dignità degli esseri umani, e per questo ha voluto rivelare al mondo il dramma del popolo siriano. Per questo ha vissuto e per questo è morto.
James Foley non è la comparsa pubblicitaria di un libro del Sig. Magdi Allam. Il Giornale ritiri immediatamente la pubblicità del suo libro, per il rispetto e la dignità di un defunto e per la considerazione umana che merita il dolore della sua famiglia. Avv. Luca Bauccio (difensore della Sig.ra Diane Foley).

Il martedì seguente, 28 ottobre, apprendo che la pubblicità è stata ritirata.

Questo rende giustizia a Diane Foley ma non può bastare.

Il libro è stato ristampato.

Temo che diventerà un best seller.

Forse non farà il botto della Fallaci ma ne segue la scia in tutti i sensi.

Sì, sono nani pavidi che riposano sulle spalle di giganti di pezza.

Ma il danno è tangibile e vale la pena chiedersi dove siano e se vi siano nani o giganti in grado di opporvisi.