La nuova economia islamica e la globalizzazione

Alla fine dell’800 il sottosuolo del Cairo restituì il più grande deposito documentario mai rinvenuto nel mondo arabo e islamico per il periodo medievale. Nella Geniza del Cairo, il magazzino della sinagoga di al-Fustat, gli archeologi scoprirono decine di migliaia di documenti, la maggior parte dei quali risale al periodo compreso fra il 1025 al 1266, che testimoniano le attività della comunità ebraica cairota.

Uno degli aspetti più interessanti che l’analisi di questo materiale ci permette di far emergere è quello dell’ambiente e dell’impianto economico-commerciale in cui la comunità ebraica del Cairo operava. Un’analisi che si può estendere a tutto il mondo islamico di allora, se consideriamo che la comunità ebraica del Cairo era il centro di un network commerciale che dal Mediterraneo si estendeva fino in India e che, come testimoniato da quelle stesse carte e da altre fonti, quello degli ebrei cairoti era solo uno delle decine di network simili, collegati a comunità di commercianti di lingue e religioni diverse.

Prima della nascita del capitalismo moderno l’islam, o meglio il dar al-islam cioè quel territorio sul quale si estendeva con una certa omogeneità il sistema giuridico musulmano, rappresentava il sistema economico più esteso e fiorente del pianeta, estendendosi dal Marocco all’Indonesia verso est e arrivando nell’Africa sub-sahariana da ovest a est fino alle coste Swahili, che si affacciano sull’Oceano Indiano. Il suo successo, come hanno rilevato diversi studiosi, era dovuto proprio all’unitarietà del suo sistema commerciale, basato sulla giurisprudenza commerciale islamica. Anche la comunità ebraica, così come le comunità cristiane, erano “soggetti giuridici” musulmani e si attenevano a un regime contrattuale unificato e valido dentro e fuori il dar al-islam.

Di questo mondo non rimane che il ricordo: quando parliamo di “economia islamica” oggi, ci riferiamo a una struttura che del passato pre-capistalista e pre-coloniale ha quasi nulla. La principale differenza riscontrabile rispetto a quella che chiamiamo “economia islamica” nel mondo contemporaneo e che quel sistema economico, precursore dell’odierna “globalizzazione”, era “inclusivo” di realtà non musulmane, era il prodotto di una egemonia economica e non la sua causa. Oggi, invece, i due fenomeni della finanza islamica e del mercato delle merci halal, realtà ancora per molti versi in formazione, sembrano essere il motore di un nuovo “ecosistema” economico che, progressivamente, si ricava uno spazio autonomo o semiautonomo più o meno rilevante, in un mercato globale, del quale fa parte e che di “islamico” non ha nulla.

Quando parliamo di “finanza islamica” e “mercato halal“, dunque, dobbiamo fare attenzione a non confondere “l’islam economico” del passato con questa nuova creazione, nata all’indomani di ben circoscrivibili “emersioni” nel contesto contemporaneo – ad esempio le economie indonesiana e malesiana e i “rentier” del Golfo. Queste ultime sono fra le poche realtà a produrre, oggi, flussi finanziari “reali”.

In particolare i due “pilastri” della nuova economia “islamica”, le banche islamiche e la filiera della merce halal sono strutture teoriche pressoché sconosciute prima degli anni ’80 del secolo scorso che divengono una realtà degna di nota solo a partire dalla metà degli anni ’90. E, a ben vedere, è proprio quella che chiamiamo “globalizzazione” ad aver prodotto il fenomeno odierno. Potremmo a questo proposito considerare l’islam di mercato nel suo duplice aspetto di “protezionismo commerciale” in quei paesi in cui, con il crescere delle economie, l’impatto del mercato globale è più marcato, e “nicchia di mercato” in quelle aree del mondo, in particolare l’Occidente, in cui le comunità musulmane iniziano ad essere di casa e ad avere una visibilità nello spazio pubblico e un peso sul piano economico, sociale e culturale, pur rappresentando ancora una seppur nutrita minoranza. Si pensi, ad esempio, alla American Muslim Consumers Conference, giunta quest’anno alla sua quarta edizione.

È proprio su questa fetta di mercato – fenomeni simili li ritroviamo in Europa – e sui “nuovi” consumatori del Golfo, oltre che sulla nuova borghesia “islamizzante” che ritroviamo distribuita nell’intero mondo islamico e che rappresenta dal punto di vista economico una delle parti più dinamiche in quei paesi, che si esercita il lavoro di marketing e branding “islamico” di attori vecchi (le grandi multinazionali) e nuovi (le nuove realtà produttive locali), guidato da grandi agenzie pubblicitarie come ad esempio Ogilvy&Mather.

La portata della “novità” sarà ancora più chiara notando “l’inversione dei fattori” nella generazione del costrutto economico contemporano. In passato il divieto dell’usura o comunque il prestito a interesse determinava l’assenza di istituzioni bancarie “islamiche” e, in seguito, l’”invasione” di istituti finanziari occidentali, cui i si rivolgevano gli imprenditori musulmani; oggi l’”islamic banking” diviene in diversi contesti un’opzione affidabile e credibile, e talvolta auspicabile per quegli stessi imprenditori e per coloro che intendono raggiungerli. Se possibile ancora più “travolgente” è il risultato dell’introduzione del concetto stesso di “mercato halal“. Nel caso della finanza islamica a un’elaborazione teorica corrisponde l’entrata in ruolo di alcuni prodotti finanziari specifici (ad esempio il cosiddetto “bond islamico”, il sukuk) che sono tutto sommato “compatibili” con l’esistente (molte banche “non islamiche” aprono “sportelli islamici”, ad esempio). Nel caso del mercato halal, invece, ci troviamo di fronte a una nuova creazione che tende all’eslusività: assistiamo alla nascita di una filiera produttiva specifica (“sorvegliata” da specifiche figure professionali incaricate di certificarne la “islamicità”) ma, soprattutto, a un’intero settore di ricerca con ricadute macroscopiche a livello produttivo. Il riferimento è a tutti quei progetti, nati specialmente nei paesi musulmani dell’Asia meridionale dall’iniziativa di attori pubblici e privati, il cui scopo non è più “garantire” un prodotto come halal, ma produrne di nuovi, sostituendoli a quelli “non islamici”: dai rossetti “analcolici” ai vaccini “senza proteine di maiale” è in via di costruzione un vero e proprio “nuovo mondo” di prodotti “islamicamente corretti” che viaggia in parallelo con il mondo dei prodotti “non-halal”, un qualcosa di impensabile fino a qualche decina di anni fa e che non trova paralleli nella storia.

In ambedue i casi – finanza islamica e mercato halal – vale comunque la pena di ricordare che il punto “critico” sta nell’operazione di “cessione” di “autorità religiosa” dal pubblico al privato, o meglio dalle tradizionali autorità religiose (università islamiche, `ulama´o “dottori della Legge” etc.) a organismi creati ad hoc e gestiti in primis da operatori economici privati (unità di “controllo” interne che ricevono l’avallo governativo). In questo la “svolta” storica è, oltre che “globalizzata”, anche “liberista”.

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