La guerra poco santa per il comando del jihad

1. PER TROVARE IN RETE LE REAZIONI DELLA galassia jihadista nei giorni successivi all’attacco di Parigi avremmo potuto prendere facili scorciatoie. Navigando nel mondo dell’islamofobia online si incontra ad esempio il sito di Pamela Geller, che già il 7 gennaio 1 riportava una panoramica delle reazioni jihadiste all’attacco compilata dal Middle East Media Research Institute (Memri) 2. La ricerca restituiva la prevedibile immagine di singoli aderenti o simpatizzanti a diverse reti salafite-jihadiste – dalle varie emanazioni di al-Qā‘ida fino allo Stato Islamico – che esaltano gli attentatori, li chiamano eroi, affermano che la vendetta è compiuta, auspicano il «ritorno» del vero islam in Francia. Al-Bayān, una radio dell’Is con sede a Mosul (Iraq), si congratulava con i terroristi nei suddetti termini.

Si tratta di generiche esaltazioni di un comportamento ritenuto coraggioso e in linea con l’idea, molto comune nella quotidiana propaganda jihadista, di un jihād globale. Nulla di tutto questo, però, forniva indizi che consentissero di formulare ipotesi verosimili sull’affiliazione degli attentatori e, soprattutto, sull’eventuale coordinamento di questi con l’una o l’altra organizzazione terroristica. Di poco aiuto era anche l’analisi delle pregresse minacce a Charlie Hebdo 3, ch e hanno una lunga storia, sono così generalizzate e di intensità così variabile da risultare indecifrabili.

In questo quadro si inseriva anche quella che per qualche ora, il 9 gennaio, è stata ritenuta una rivendicazione ufficiale dello Stato Islamico. L’agenzia tedesca DPA diffondeva la notizia che uno sceicco dell’Is, Abū Sa‘d al-Anṣārī, aveva attribuito l’attacco alla propria organizzazione durante il suo sermone (ḫuṯba) del venerdì in una moschea di Mosul. La sua retorica inclusiva (usava il «noi») e l’incertezza degli analisti nell’accreditare fonti non convenzionali come un sermone del venerdì o un tweet avevano convinto diversi operatori, anche arabi, che si trattasse di una rivendicazione ufficiale. A rafforzare l’idea era l’identità dell’orante, comparso già qualche giorno prima con un commento sulla destinazione del budget dell’Is 5. Il dubbio che fosse solo un tentativo di accreditarsi indebitamente la strage permaneva, stanti le dichiarazioni di una redattrice di Charlie Hebdo, Corinne Rey (Coco), che due giorni prima aveva riportato la frase di uno degli attentatori durante l’attacco: «Siamo di al-Qā‘ida»6. Quello stesso 9 gennaio alcune fonti riportavano una rivendicazione molto articolata di al-Qā‘ida nella Penisola Arabica (Aqap, basata in Yemen) 7.

Anche in questo caso i canali dai quali proveniva la notizia non erano ufficiali (alcuni account Twitter di membri dell’organizzazione, oltre a un vero e proprio leak pervenuto alla redazione del giornale online First Look Media, fondato nel 2013 dall’ex di e-Bay Pierre Omidyar e lanciato nel febbraio del 2014), ma il comunicato indicava espressamente la leadership di Aqap come responsabile dell’attacco, citando più volte lo scomparso Osama bin Laden. Allo stesso tempo, uno šayḫ di Aqap tornava ai toni elogiativi registrati un po’ ovunque nel mondo jihadista con un messaggio audio 8.

Assistevamo dunque a una bagarre per attribuirsi la responsabilità del massacro di Parigi da parte di membri di due distinte organizzazioni terroristiche jihadiste e takfīrī che hanno le loro basi in teatri diversi (Yemen da una parte, Iraq e Siria dall’altra), ma che si trovano in competizione fra loro dal punto di vista della propaganda e del reclutamento. Il 14 gennaio veniva infine diffusa un’altra rivendicazione di Aqap, nella quale compariva uno dei più importanti leader del gruppo, Nāṣir bin ‘Alī al-Ānsī.

Al-Ānsī è un vecchio jihadista, attivo fin dal 1995 in Bosnia (ha studiato con ‘Abd al-Mağīd al-Zindānī all’Università al-Imān di Ṣan‘ā) e poi più volte in Afghanistan. In contatto con la leadership storica di al-Qā‘ida, era stato mandato in missione nelle Filippine per poi tornare definitivamente nello Yemen, dove è finito in prigione per sei mesi prima di essere liberato durante il «regno» di ‘Alī ‘Abdallāh Ṣāliḥ9.

Recentemente al-Ānsī ha definito «barbare» le decapitazio­ni di Is 10, ma ha anche invocato l’unione delle forze in Siria e in Iraq. È per una fusione fra Is e Aqap 11, ma non sappiamo se dietro questa posizione si celi una battaglia per il potere interna ad Aqap e al mondo del terrorismo islamico. In secondo piano, nel video di rivendicazione, sventola una bandiera che richiama l’Is, sebbene compaiano le immagini dei due fratelli Kouachi (affiliati ad Aqap) e non di Amedy Coulibaly, che invece si era dichiarato appartenente all’Is (nel messaggio si nega un coordinamento fra i tre, cosa che è possibile confermare per altre vie).

A novembre Aqap, per bocca di Ḥāriṯ al-Naẓārī, aveva affermato l’illegittimità del califfato. Al-Naẓārī è lo stesso šayḫ che il 9 gennaio ha reso pubblico un messaggio vocale (diffuso anch’esso da al-Malāḥim) in cui si rivendicava l’attacco a Charlie Hebdo. In quel caso, dietro all’effige dello šayḫ non v’erano bandiere o simboli di sorta. In silenzio rimaneva invece Nāṣir ‘Abd al-Karīm al-Wuḥayyišī, dai lunghi trascorsi in al-Qā‘ida (era presente nella battaglia di Tora Bora e potrebbe aver avuto un ruolo in diversi attentati negli anni Duemila), proclamato leader di Aqap nel 2008 dallo stesso al-Ẓawāhirī (fu identificato come tale dal dipartimento di Stato americano nel 2010) 12 e con un ruolo di spicco nel network qaidista mondiale 13.


2. Se dunque la paternità dell’attentato a Charlie Hebdo può dirsi accertata (Aqap), rimane da stabilire se vi sia o meno un dissidio interno all’organizzazione sui rapporti da tenere con l’Is. Se, in altre parole, vi sia una parte rilevante di Aqap che non ha accettato le prese di posizione ufficiali su l’Is e/o lavori per conquistare la leadership rivolgendosi al neocaliffo di Mosul. La rivalità fra le due organizzazioni, in questo caso, avrebbe prodotto non già, come nel caso siriano, la creazione di due gruppi diversi (Ğabhat al-Nuṣra e l’allora Isis), ma una lotta interna in cui i contendenti mirano all’egemonia su tutto il gruppo.

Questa lotta è in pieno svolgimento e coinvolge le dinamiche interne alla politica yemenita: si pensi al ruolo di un personaggio come ‘Abd al-Mağīd al-Zindānī, designato come terrorista dagli Stati Uniti nel 2004, uno dei mentori di Osama bin Laden, rettore dell’Università al-Imān (dove uno dei fratelli Kouachi ha studiato), carica assegnatagli dallo stesso regime yemenita quando l’università (statale) fu fondata nel 1993. Già prima del video di al-Ānsī, quasi tutte le sigle terroristiche che fanno capo ad al-Qā‘ida avevano celebrato gli attacchi a Charlie Hebdo 14.

Parallelamente alle notizie legate a reazioni, appartenenze e rivendicazioni, emergevano nei giorni seguenti all’attacco dettagli biografici sempre più accurati sui tre attentatori, che gettavano qualche luce in più su affiliazioni, grado di coordinamento, relazioni fra mandanti ed esecutori e reali motivazioni. Mentre le prime ipotesi circa il jihadismo di ritorno dai teatri di guerra (minaccia più volte annunciata) si indebolivano, andavano definendosi meglio i percorsi di radicalizzazione, preceduti da esistenze segnate dalla marginalità e dalla mancata integrazione.

Tutti di madrelingua francese e nati in Francia, i tre attentatori avevano un percorso quasi esclusivamente francese o comunque europeo. Saïd e Chérif Kouachi, tuttavia, avevano compiuto un tragitto più lungo e strutturato, che inizia nel 2000 con l’adesione a un circolo salafita, passa per l’organizzazione delle spedizioni di jihadisti in Iraq via Damasco (Chérif, 2005) e approda in Yemen (Saïd, 2011). Durante la famosa telefonata a Bfmtv 15, Chérif Kouachi indica proprio al-Qā‘ida in Yemen come organizzazione di riferimento. Ciò fa pensare a un contatto diretto con la sola rete yemenita, conosciuta in passato per la sua politica di reclutamento globale (famosa la rivista Inspire), ma oggi decisamente perdente dal punto di vista della propaganda rispetto all’Is 16.

Resta da capire quale fosse il livello gerarchico cui i terroristi avevano avuto accesso. Un indizio: durante il suo viaggio in Yemen, uno dei due fratelli Kouachi (Saïd) aveva incontrato Anwar al-‘Awlaqī, lo šayḫ americano-yemenita che sarebbe stato ucciso poche settimane più tardi, il 30 settembre 2011, da un attacco americano. ‘Awlaqī era definito da molti l’astro nascente del qaidismo mondiale in virtù del suo appeal anglofono e della sua esposizione mediatica nelle vesti di predicatore (si ricorda fra gli altri un lungo reportage su di lui pubblicato da Newsweek), sebbene il suo campo d’azione fosse più che altro la propaganda. Come sottolineò nel 2010 Gregory D. Johnsen sul New York Times, ‘Awlaqī non era al tempo il leader di Aqap, né il suo vicecomandante, né la sua guida religiosa, né il suo capo militare, né il suo ideologo 17.

Sebbene avessero probabilmente solo il rango di soldati semplici, i due fratelli Kouachi si collegavano insomma a una filiera internazionale dalle origini relativamente lontane, che portava verso l’affiliazione a un gruppo terroristico ancorato alla genealogia qaidista, in cima alla quale troviamo Osama bin Laden. Coulibaly, invece, aveva seguito un percorso più breve: la sua conversione e radicalizzazione avviene in carcere, dove arriva per crimini ordinari (2005); i suoi contatti con i territori del jihād erano solo virtuali. A tenere insieme i tre era la cellula che prende il nome dal Buttes-Chaumont, il parco parigino dove gli aspiranti jihadisti si riunivano e si allenavano.

I tre attentatori hanno attuato un coordinamento fra loro, sebbene a parlare di sincronizzazione sia soltanto Coulibaly. Di sicuro si conoscevano da tempo, ma evidentemente avevano preso strade diverse nell’inseguire il proprio desiderio di jihād, rifacendosi a gruppi differenti. Quella sincronizzazione, come dimostra per contrasto anche la bagarre di cui sopra, rimane un fatto francese, parigino, addirittura di quartiere, che si sviluppa in un carcere, vivaio di tutte le radicalizzazioni. È in questa cornice locale che dobbiamo valutare la notizia secondo cui i tre avevano acquistato le proprie armi presso lo stesso dealer di Bruxelles 18. Le organizzazioni terroristiche impegnate in guerra altrove svolgerebbero qui il ruolo del burattinaio, con un obiettivo quasi esclusivamente propagandistico.

La fabbrica del jihadismo è a pieno regime da diversi anni ormai e i sentieri che gli aspiranti martiri di tutto il mondo possono percorrere per entrarvi sono innumerevoli. Di certo la guerra permanente, prima in Siria e poi in Iraq, come anche (con minore intensità) nello Yemen, getta benzina sul fuoco del jihadismo. Ma è sul dato globalizzato del jihād, sulle mutevoli relazioni fra ideologi, propagandisti, strateghi, responsabili, mandanti ed esecutori che bisognerà riflettere in futuro per svolgere un’efficace azione conoscitiva e preventiva in Europa.

1. «Muslims Celebrate Attack on Headquarters of French Satirical Weekly “Charlie Hebdo”», PamelaGeller, 7/1/2015.

2. «Online Jihad Supporters Celebrate Attack on Headquarters of French Satirical Weekly Charlie Hebdo», Memri, 7/1/2015.

3. T. JOSCELYN, «Analysis: Al Qaeda and Other Jihadists Repeatedly Threatened French Magazine», The Long War Journal, 7/1/2015.

4. «Extra Islamic State Cleric Claims Paris Attack, Threatens US and Britain», Dpa-International, 9/1/2015.

5. «Islamic State Group Sets out First Budget, Worth $2bn», alaraby.co.uk, 4/1/2015.

6. M. BARBIER, P. DUQUESNE, A. FACHE, L. MOULOUD, «Mercredi 7 janvier, l’horreur s’abat sur Charlie Hebdo», l’Humanité, 8/1/2015.

7. J. SCAHILL, «Al Qaeda source: Aqap directed Paris attack», The Intercept, 9/1/2015.

8. T. JOSCELYN, O. ADAKI, «Senior Aqap Official Praises Paris Attack in New Audio Message», The Long War Journal, 9/1/2015.

9. T. JOSCELYN, O. ADAKI, «Aqap Official Calls on Rival Factions in Syria to Unite against West», The Long War Journal, 1/10/2014.

10. R. CALLIMACHI, «Qaeda Commander Denounces Decapitations as Used by Islamic State», The New

York Times, 8/12/2014.

11. T. JOSCELYN, O. ADAKI, «Aqap Official Calls…», cit. Il video di YouTube con il messaggio di al-‘Ansī è stato cancellato.

12. Designations of Al-Qa’ida in the Arabian Peninsula (Aqap) and Senior Leaders, U.S. Department of State, Press Statement, 19/1/2010.

13. T. JOSCELYN, B. ROGGIO, «Aqap’s Emir also Serves as al Qaeda’s General Manager», The Long War Journal, 6/8/2013.

14. C. WEISS, «Jihadists Praise Paris Attacks», Threat Matrix, 12/1/2015.

15. «Parigi, i terroristi al telefono: “Ci manda al-Qaeda”», RepTv, 9/1/2015.

16. A. MASI, «A Split Among Jihadi Ranks as Al Qaeda in Yemen Rejects Isis Caliphate», International Business Times, 21/11/2014.

17. G.D. JOHNSEN, «A False Target in Yemen», The New York Times, 19/11/2010.

18. S. PAPIRBLAT, «Belgian Arms Dealer Confesses to Supplying Paris Attackers», Ha’aretz, 14/1/2015. L’articolo afferma anche che Coulibaly aveva ottenuto un prestito di 6 mila euro presso una società di servizi finanziari francese, la Cofidis, che coprì le spese dell’acquisto. Ciò confligge con l’affermazione di al-‘Ansī, secondo cui Aqap aveva dato sostegno finanziario alla cellula.

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