In Tunisia la vera rivoluzione può attendere

1. NEL PRENDERE IN CONSIDERAZIONE l’attacco di Tunisi si possono individuare due piani d’analisi sovrapposti. Il primo, di ordine più generale, ha a che fare con la mutazione dell’universo jihadista mondiale occorsa dopo la nascita dello Stato Islamico (Is) in Siria (aprile 2013), il suo allontanamento da al-Qā‘ida centrale e il suo aggressivo tentativo di egemonizzare il campo terroristico. Ovunque, nel mondo, i tanti generi di simpatizzanti o militanti jihadisti si sono trovati di fronte a una nuova opzione e in tutte le realtà in cui le organizzazioni jihadiste sono radicate, in forme più o meno strutturate e/o clandestine, il momento di passaggio – che comporta un aumento delle minacce – è ben visibile.

È stato così anche per l’attentato al Museo del Bardo: le due organizzazioni hanno cercato di guadagnare visibilità, congratulandosi con gli attentatori. Ma per capire davvero se ci fosse una mente, una strategia, e quale fosse dobbiamo concentrarci sugli esecutori dell’attentato, che nascono come jihadisti reclutati nei ranghi di al-Qā‘ida nel Maghreb islamico (Aqmi), vanno a combattere in Siria e in Iraq seguendo la logistica di quel network, e tornano in patria come combattenti che, dopo la divisione fra Ğabhat al-Nuṣra e Stato Islamico di Iraq e del Levante, scelgono (forse) la seconda.

È noto, d’altronde, che la maggior parte dei combattenti stranieri in Siria e in Iraq finisce per aderire all’Is, la cui logica interna prevede il reclutamento all’estero. Questi combattenti, quando tornano in patria, trovano tuttavia che i loro «facilitatori» – coloro che hanno organizzato la loro partenza – sono rimasti sulle posizioni qaidiste di partenza. Il rebus da sciogliere rispetto a questo primo piano di ragionamento ha effetti per ora molto secondari sul secondo, che è prettamente locale avendo a che fare con la Tunisia e la sua democrazia.

In Tunisia si è votato diverse volte. Il processo che ha determinato la situazione attuale non è stato indolore e porta con sé questioni insolute e contraddizioni, tuttavia ha seguito il tracciato di massima predisposto nei mesi seguenti alla dipartita di Ben Ali dagli organi di volta in volta a ciò deputati: elezioni per l’Assemblea costituente (ottobre 2011), legislazione speciale provvisoria in vista della promulgazione di una nuova costituzione (10 dicembre 2011), elezione (da parte dell’Assemblea) di un presidente della Repubblica (12 dicembre 2011, Moncef Marzouki (Munṣif al-Marzūqī) del Partito del congresso per la Repubblica), formazione di un governo di transizione (14 dicembre 2011, con Ḥamādī al-Ğibālī del partito Ennahda (alNahḍa) nel ruolo di primo ministro), elezioni legislative (26 ottobre 2014, vinte da Nidā’ Tūnus – Appello della Tunisia – il partito nato nell’aprile 2012 dall’iniziativa del primo premier del dopo Ben Ali, Béji Caïd Essebsi (al-Bāğī Qā’id al-Sabsī), promulgazione della nuova costituzione (7 febbraio 2014), elezione a suffragio universale del nuovo presidente della Repubblica (a doppio turno, 23 novembre e 21 dicembre 2014, elezioni vinte da Essebsi (al-Sabsī).

Le maggiori turbolenze, in questo processo, si sono avute all’indomani dell’assassinio – avvenuto il 6 febbraio 2013 e sul quale ancora non è stata fatta chiarezza – di Chokri Belaïd (Šukrī Bil‘īd), leader del Partito unificato del patrioti democratici (legalizzato il 12 marzo 2011) e fra i capofila del nascente Fronte popolare (fondato il 7 ottobre 2012), raggruppamento di formazioni della sinistra tunisina che ha per portavoce Ḥamma al-Hammāmī, del Partito dei lavoratori. Le modalità dell’assassinio – una vera esecuzione ad opera di sicari di fronte all’abitazione di Belaïd – e la natura prettamente politica dell’atto, scateneranno un’ondata di proteste senza precedenti. L’Unione generale dei lavoratori tunisini, fra i grandi protagonisti nei giorni della rivoluzione, proclama lo sciopero generale: le piazze sono invase dai manifestanti.

Il 19 febbraio 2013 la Tunisia manda in soffitta il primo governo di Ennahda e rimette in discussione la cosiddetta trojka, quel patto fra Ennahda, il Partito del congresso ed Ettakatol (al-Takattul, il vecchio Forum democratico per il lavoro e le libertà) stretto all’indomani del voto per la costituente, che non aveva dato al primo partito (Ennahda) la maggioranza assoluta. Al-Ğibālī si dimette da primo ministro e il 13 marzo nasce un governo meno connotato politicamente: il nuovo premier ‘Alī al-‘Urayyiḍ, sempre di Ennahda, chiama attorno a sé non solo esponenti della trojka ma anche diversi «indipendenti», in un esecutivo di transizione che cederà il passo – anche a causa del riaccendersi della piazza dopo l’uccisione di un altro capofila del Fronte popolare, Muḥammad Brahmī, il 25 luglio 2013 – a un governo di garanzia (definito «tecnico»). Varato il 29 gennaio 2014, in vista della promulgazione della nuova costituzione e delle successive elezioni legislative, l’esecutivo vede come premier Mahdī Ğum‘a, già ministro dell’Industria, che si attira diverse critiche per avere come colleghi figure appartenenti al vecchio regime di Ben Ali.


2. La Tunisia odierna non è a immagine e somiglianza della rivoluzione del 2010-11. L’esperienza di governo di Ennahda, chiusasi a furor di popolo, ha messo in luce i limiti di quell’organizzazione, dilaniata da conflitti interni e segnata dai difetti tipici della politica tunisina, dalla corruzione all’immobilismo. Non volendo o potendo affrontare con decisione i problemi profondi del paese, che sono di natura economica e sociale, l’esecutivo ha finito per concentrarsi sull’occupazione dei posti di comando, accompagnando la sua inazione a politiche di repressione che, sebbene non paragonabili a quelle della Fratellanza musulmana in Egitto, hanno aperto la strada a correnti più intransigenti dell’islam politico (che genericamente definiamo salafite), oltre a produrre scontento. La coabitazione al governo con i partiti di centro e centro-sinistra ha dato forma a un patto di potere teso a mitigare, se non a neutralizzare, le istanze rivoluzionarie emerse nei primi mesi della rivolta: un meccanismo poi spezzato dall’iniziativa di Essebsi (al-Sabsī), che è riuscito a raccogliere un ampio consenso (37,5%) a spese dei partiti laici nelle elezioni del 2011.

L’inclusività di Nidā’ Tūnus, accusata da più parti di aver riassorbito parte del personale politico della vecchia dittatura, si è fermata a sinistra – dove inizia la galassia del Fronte popolare di Chokri Belaïd (Šukrī Bil‘īd) e Muḥammad Brahmī (3,5%) – e a destra, di fronte a partiti liberisti come l’Unione patriottica libera (4%) e Orizzonti di Tunisia (3%). Alla sua vittoria, dovuta anche alla delusione dell’elettorato nei confronti di Ennahda e a una campagna elettorale tutta costruita attorno alla necessità di un’alternativa laica e democratica, corrisponde un forte ridimensionamento delle ambizioni maggioritarie del partito fondato da Rāšid Ġannūšī (27,9% contro il 37% delle elezioni precedenti), che sembra aver perso la sua iniziale capacità di proporsi come forza di cambiamento. Questo ridimensionamento non appare tuttavia irreversibile: non è escluso che il «carrozzone» di Nidā’ Tūnus si sfasci a sua volta (ve ne sono già le avvisaglie 1), riportando Ennahda al governo in un’alternanza che, a prima vista, restituirebbe l’immagine di una «normale» dinamica democratica.

Da una parte la traiettoria politico-elettorale tunisina illustra dunque un processo postrivoluzionario che si avvia sui binari della stabilizzazione democratica. Dall’altra racconta di una rivoluzione tradita e ciò risulta molto chiaro incrociando il dato economico con quello sociale. Se pochi giorni dopo la fuga di Ben Ali le maggiori agenzie di rating davano la Tunisia a «rischio instabilità» e correggevano al ribasso tutti gli indicatori, negli anni a seguire tornavano sui loro passi, accordando più fiducia al paese. Oggi le proiezioni per quanto riguarda la crescita del pil sono buone e la Tunisia prova ad aprirsi agli investimenti esteri 2.

Al cambio politico corrisponde anche un cambio di prospettiva nel valutare le possibili opzioni in vista di un aggiustamento dei conti e di una spinta verso la crescita. Se l’apertura alla finanza islamica (Zituna Bank) risale al 2009 ed è opera del genero di Ben Ali, Muḥammad Ṣaḫr al-Māṯirī, il vero impulso all’introduzione di un sistema finanziario che faciliti l’iniziativa dei businessmen del Golfo è cominciato negli anni di governo di Ennahda e ha avuto il suo punto più alto con la visita dell’allora premier ‘Alī al-‘Urayyiḍ in Arabia Saudita, presso il quartier generale della Islamic Development Bank, l’organismo finanziario dell’Organizzazione della Conferenza Islamica con sede a Gedda 3. Lanciare la Tunisia in quella direzione anche nel campo delle finanze pubbliche (i cosiddetti ṣukūk sovrani) avrebbe significato per il paese una rapida e robusta immissione di capitali, che tuttavia avrebbe inevitabilmente legato il paese al Golfo. L’idea, portata avanti in quegli anni, appare oggi accantonata. Il nuovo governo guarda alle più convenzionali e occidentali linee di credito, puntando sugli istituti bancari e finanziari globali: il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale.

Tuttavia, l’impostazione generale non cambia. Ennahda e Nidā’ Tūnus in questo non differiscono molto e il tema del rilancio economico, come sottolinea l’economista Niḍāl Bin šayḫ su Le Monde diplomatique 4, è quasi rimosso: «Il periodo politico agitato che abbiamo conosciuto è stato caratterizzato dalla discussione su soggetti considerati tabù in Tunisia – la religione, il credo, il sacro, la sessualità, l’omosessualità, il ruolo della donna. I fondamenti della nostra politica economica non sono invece stati mai dibattuti e ancor meno rimessi in discussione. Risultato: le province che furono la culla della rivoluzione, del sollevamento politico e sociale – Kāf, Qaṣrayn, Silyāna, Taṯāwīn, Qibilī– soffrono ancora di un’evidentissima assenza di tessuto produttivo locale». Il modello è insomma lo stesso e le politiche sono assenti. «Dopo il 2011 non si è avuta una rottura rispetto alla scelta di inserire il paese nel mercato internazionale del lavoro, offrendo agli investitori stranieri una manodopera qualificata a costi salariali irrisori. Vista la mancanza di uno sviluppo autoctono guidato da investimenti pubblici e alimentato dalla domanda interna, questo modello non può che perpetuare le già evidenti disparità regionali. Con il rischio che l’economia informale e il contrabbando si espandano divorando le entrate fiscali, lo Stato retroceda e le cellule jihadiste prosperino».


3. È qui il problema principale della Tunisia, sul quale insistono il sindacato e la sinistra del Fronte popolare 5. Nonostante le timide politiche di inclusione, lette spesso dagli analisti economici come un freno alla crescita, la Tunisia si avvia a dover gestire un incremento delle tensioni dovuto a un allarmante aumento del divario tra ricchi e poveri 6. Il modello economico che le maggiori forze politiche promuovono non è in grado di dare a un numero crescente di tunisini quella dignità – cioè una certa stabilità economica e la relativa certezza di veder crescere la propria posizione sociale – chiesta a gran voce dalla piazza nel 2010-11. Questo disagio, come in Europa, è spesso (ma non esclusivamente) localizzato nelle periferie delle grandi città, dove attecchisce con facilità quel mix di malaffare e propaganda che costituisce la rete di reclutamento del jihadismo.

Il metro di misura delle politiche economiche e sociali della Tunisia postrivoluzionaria è dunque anche il crescente fenomeno jihadista, che in un nuovo ambiente politico molto simile a quello delle democrazie europee trova una sponda nelle formazioni politiche di ispirazione salafita (alcune delle quali sono state legalizzate), finendo per toccare – per motivi valoriali – anche fasce di popolazione non svantaggiate 7. In questo contesto la vocazione europea/ mediterranea della Tunisia si scontra con una realtà linguistica, culturale e geopolitica che lega questo paese alle vicende di un Nordafrica rivolto a est, a ovest e a sud.

Oggi ad attirare quei giovani tunisini che dopo aver sperato nel cambiamento vivono una dinamica di emarginazione economica e sociale è il neocaliffato di Iraq e Siria che, da par suo, promette ai combattenti ottimi stipendi e un certo welfare. Ma la migrazione verso il Mashreq non è una novità che si accompagna all’esplosione dell’Is: nutriti contingenti di jihadisti tunisini erano presenti in Siria fin dal 2012 e costituivano un gruppo nazionale già ben riconoscibile all’interno della Ğabhat al-Nuṣra, la formazione qaidista siriana dalla quale, nell’aprile del 2013, lo Stato Islamico si distacca rivelando la sua anima irachena. Ritroviamo inoltre tunisini in tutte le formazioni jihadiste di Algeria, Libia e Mali. La Tunisia dovrà far fronte nei prossimi anni – e il tragico attacco al Bardo ne è una conferma – a quello che per le opinioni pubbliche occidentali è un vero e proprio incubo: il ritorno in patria di combattenti 8 ormai definitivamente votati alla causa del jihād (il contingente tunisino in Siria e Iraq è il più numeroso, si parla di almeno 3 mila persone 9).

Al panorama incerto contribuiscono infine elementi di instabilità di natura prettamente geopolitica. La Tunisia, paese di scarsa rilevanza strategica se non per i gasdotti che l’attraversano, è stretta fra due giganti energetici, Algeria e Libia, i cui destini potrebbero influire sulle dinamiche interne tunisine. L’Algeria è oggi un paese quasi narcotizzato dal punto di vista politico: le spinte al cambiamento sono sistematicamente represse e le opposizioni ormai da decenni mostrano scarsissima capacità di unione. Il radicalismo politico di matrice islamica appare sotto controllo, ma non è escluso che la forte flessione dei prezzi di gas e petrolio produca un cortocircuito interno, innescato da un’élite sempre più autoreferenziale attraverso un drastico ridimensionamento delle già scarse politiche sociali. Il jihadismo algerino è in (seppur limitata) crescita. Esso si sostanzia di gruppi che hanno un raggio d’azione molto ampio, dall’area subsahariana fino alla Tunisia, dov’è presente qualche brigata di Aqmi da cui, sembra, provengano in origine gli attentatori del Bardo (Aqmi è a sua volta in collegamento con la tunisina Anṣār al-šarī‘a).

La Libia è oggi un esplosivo mix di violenza e assenza di istituzioni che, fra l’altro, produce alla frontiera con la Tunisia un’area grigia fatta di profughi, economia sommersa, traffici di uomini e merci, contrabbando. È in Libia, d’altronde, che si trovano diversi punti di raccolta e addestramento dei jihadisti. L’altro sbocco naturale per la Tunisia, il Mediterraneo, è un’area in crisi, priva di sistemi di raccordo economico, politico e sociale e fonte di ansie per le democrazie europee. La Tunisia rischia dunque di rimanere incastrata nelle partite che si giocano ai suoi confini, mentre a nord resta sigillata, anziché collegata, da un mare che è anche il nostro.

1. Y. BELLAMINE, «Les guerres intestines de Nidaa Tounes sortent au grand jour!», Nawaät, 16/2/2015.

2. T. AMARA, K. STROHECKER, «Tunisia Seen as Strong Prospect if Foreign Investment Can Be Unlocked», Reuters, 18/1/2015.

3. S. BOUZID, «Future for Islamic Finance Strong in Tunisia», TunisiaLive, 9/7/2013.

4. S. SALIMI, «Quel cap pour la Tunisie?», Le Monde diplomatique, aprile 2014.

5. E. REIDY, «Nidaa Tunis, Ennahda Agree on Economic Policy», Al Monitor, 22/12/2014.

6. V. SZAKAL, «“Economic Freedom”… and Tunisia’s Nouveaux Poor», Nawaät, 13/2/2015.

7. H. AL-AMIN, «Who Is the “Typical” Tunisian Jihadist?», Al Monitor, 3/11/2014.

8. P. MARKEY, T. AMARA, «Jihadi Wave Tests Tunisia’s Young Democracy», Reuters, 21/11/2014.

9. L. LOVELUCK, «How Tunisia Became a Breeding Ground for Jihadists», The Telegraph, 4/11/2014.

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