Cose che non possiamo più ignorare dopo la morte di Giulio Regeni

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Quando il corpo di Giulio Regeni è stato ritrovato, il 4 febbraio, il ministro per lo Sviluppo Economico Federica Guidi era in Egitto per chiudere accordi economici. Guidi ha subito interrotto la visita, ha chiesto spiegazioni, e l’Italia immediatamente ha compiuto tutti i passi necessari per fare pressione: la salma di Regeni viene portata in un ospedale italiano, ci si aspetta la massima collaborazione, gli ispettori italiani volano in Egitto, e così via, mentre i responsabili della sicurezza egiziana lanciano segnali contraddittori, dando versioni diverse dell’accaduto e restituendo l’impressione—poi confermata—di voler nascondere qualcosa.

Tutti ci auguriamo che l’Italia vada fino in fondo in questa storia, e che il mondo dell’informazione, dopo la prima—in fondo comprensibile—esplosione, si trattenga dalla tentazione di fare letteratura di appendice (“i nostri giovani” che vanno all’estero), o di avvitarsi attorno a dinamiche autoreferenziali (la polemica sull’opportunità o meno di pubblicare l’articolo di Regeni sul Manifesto), oscurando il vero problema.

Il vero problema, ben espresso in tante forme da tanti analisti, è che abbiamo finito per dare troppa corda all’Egitto, un paese dove i diritti umani sono un miraggio e dove quei lavoratori che sono alla base delle rivolte del 2011 e che Regeni studiava, così come gli attivisti, sono vittime di una repressione intollerabile. L’Egitto è un paese dove le persone scompaiono, dove non si può parlare, e se non si va in fondo su questa faccenda c’è il rischio—oltretutto—che le autorità egiziane abbiano ben poco interesse per l’incolumità dei nostri connazionali in futuro.

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Fin dall’alba del 5 febbraio la vicenda della morte di Giulio Regeni era da prima pagina. Mi sono ritrovato in qualità di “esperto del mondo arabo” a Uno Mattina, ore 7.10, in compagnia di una sociologa incaricata di approfondire il tema “cervelli in fuga” (da lei fra l’altro affrontato con esattezza, quindi parlando d’altro), già ampiamente sfruttato dal giorno precedente con la pubblicazione delle amare riflessioni del fratello di Valeria Solesin, la volontaria di Emergency uccisa dai terroristi dell’ISIS al Bataclan.

Il tutto utilizzando un legame a dir poco debole fra le due storie: gioventù e italianità delle vittime, il loro non trovarsi in Italia al momento della tragedia. Un legame che, anche, riduceva amdedue quelle persone al rango di “expat”, persone “forse troppo giovani” senza un carattere proprio. Il ché ci raccontava che in Italia si oscilla fra la denuncia del bamboccio italiano e il desiderio di tenere “i nostri giovani” nella condizione di bambocci.

Fra i tanti indizi che ci incitavano a uscire da questo provincialismo ne cito solo tre: il caso di Giulio Regeni ha motivato già il 4 febbraio un appello per la libertà di ricerca in Egitto dell’americana Middle East Studies Association inviato ad al-Sisi e ai Ministri degli Esteri e dell’Interno egiziani; nel pomeriggio del 5 febbraio si è appreso che diversi attivisti egiziani hanno deciso di riempire i marciapiedi antistanti l’ambasciata italiana del Cairo di fiori; e infine, oggi è stata pubblicata una lettera aperta della supervisor di Regeni all’Università di Cambridge.

Giulio Regeni non era solo, e forse quasi per niente, “un nostro giovane”. Era molto di meno (non studiava per un’istituzione italiana) e molto di più (faceva parte di una comunità internazionale fatta di ricercatori e attivisti).

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Non tutti però stavano raccontando Regeni in prima pagina. Online, i principali giornali di destra preferivano derubricare: a mezzogiorno del 5 febbraio Libero apriva su Padre Pio e si limitava, cavalcando quella tendenza all’autoreferenzialità, a chiedere ai lettori se era giusto che il Manifesto avesse pubblicato l’articolo del dottorando di Cambridge.

Il Giornale, fra un banner riguardante “le madri dell’ISIS” e un titolo sulle adozioni gay, dava alla vicenda un’importanza secondaria. Nel pomeriggio sarebbe tornato all’assalto, tirando fuori la fantasiosa teoria secondo cui Regeni era un agente dei servizi segreti italiani. Riprendendo il blog di Marco Gregoretti, che si occupa di “misteri, complotti e terrorismo,” Giuseppe De Lorenzo, spiegava che la colpa era da ascrivere alla solita improvvisazione italiana e che i servizi del Generale Egizio avevano fatto più o meno il loro dovere, essendo però, forse, troppo zelanti: “la morte di Regeni sarebbe da interpretare come una sorta di avvertimento ai servizi italiani: ‘Non ingerite maldestramente’.”

Quanto al Foglio, titolava con l’uscita della famiglia Agnelli dal Corriere della Sera. Entrando nei meandri della pagina web si ritrovava l’anticipazione del “taccuino di Mario Sechi”, su cui si trovava un laconico: “L’omicidio del giovane dottorando italiano al Cairo non sposterà una virgola: troppo grandi i nostri interessi in Libia e i legami di Sisi col governo di Tobruq.”

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Al di là di questi esempi, i temi su cui ragionare in relazione alla vicenda di Giulio Regeni sono stati subito soltanto due: l’Egitto di al-Sisi e le relazioni dell’Italia con l’Egitto di al-Sisi (il secondo tema abbracciando anche la questione più generale del modo in cui l’Italia fa politica e politica economica estera, vedi la vicenda delle statue coperte e della rissa per i rolex regalati del re saudita).

L’Italia si è svegliata il 5 febbraio 2016 e ha scoperto che in Egitto c’è un clima politico e sociale ai limiti del sopportabile. O meglio: ha capito che è così dopo che i media italiani hanno messo in gestazione per lunghe ore un’analisi che del clima politico egiziano preferiva non parlare. I motivi per cui dell’Egitto si è in questi anni parlato poco e male sono presto detti: al-Sisi è stato presentato, per motivi di realpolitik, come il “male minore” in un teatro—Nordafrica e Medioriente—che negli ultimi tempi appare a tutti solo un gigantesco recipiente di terroristi.

“Sisi ce lo dobbiamo tenere,” mi diceva qualche tempo fa un politico italiano di centrosinistra. E di fatto Matteo Renzi aveva accolto il Presidente-generale con tutti gli onori. In un’ intervista a Barbara Serra di al-Jazeera del luglio scorso il nostro Primo Ministro aveva dichiarato: “Penso che al-Sisi sia un grande leader e credo che la posizione dell’Egitto sia assolutamente cruciale nel Mediterraneo. Dopo molte crisi, polemiche, tensioni, l’Egitto ha investito nel futuro, sulla leadership di al Sisi. Ovviamente, la strada è lunga e difficile, ma dobbiamo sforzarci a supportare questo processo.” E poi aveva aggiunto: “In questo momento l’Egitto si salva solo grazie alla leadership di al Sisi. Sono orgoglioso della mia amicizia con lui e sosterrò i suoi sforzi in direzione della pace, perché il Mediterraneo senza l’Egitto sarà un luogo senza pace.”

Insomma chiuso il discorso: al-Sisi a noi doveva andar bene, visti anche i contratti in corso e all’orizzonte, la partnership commerciale che va a gonfie vele, l’ENI che scopre il “più grande giacimento di gas del Mediterraneo”, “Zohr”, e pianifica l’inizio della produzione per il 2017.

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L’Italia il 5 febbraio si è svegliata nel modo descritto ma già dal giorno prima—viste le modalità della scomparsa e poi del ritrovamento di Giulio Regeni (dopo dieci giorni), con le autorità egiziane che non permettevano ai legali di accedere alla camera mortuaria—era intuibile che del regime di al-Sisi si dovesse in qualche modo finire per parlare. Non tanto per formulare un’accusa precisa, con nomi e cognomi. Quanto per sottolineare che in Egitto, nonostante l’ illuminata leadership, le cose non vanno affatto bene. E che di mezzo non ci vanno solo gli egiziani.

Emergeva in tutto questo una verità derivata: tanti commentatori—sebbene ben coscienti del fatto—hanno tenuto per anni la penna egiziana nel taschino. Per ritirarla fuori, usando indubbia proprietà e precisione, solo il 5 febbraio 2016.

In Egitto sono rimasti ben pochi giornalisti italiani, forse neanche uno se escludiamo il recinto sacro dell’ANSA. Certo, la denuncia dell’efferatezza del regime egiziano è arrivata forte e chiara lo stesso. Purtroppo fuori tempo massimo.

Ma il dissotterramento delle penne anti-regime non è stato unanime: una parte dell’Italia non vuole parlare dei regimi, perché il fatto scardina il racconto “comodo” di un mondo arabo-islamico messo in ginocchio dai terroristi e dal quasi mitico “scontro fra sunniti e sciiti.” Un mondo che ci minaccia, ci fa chiudere le frontiere, ci interroga su “valori” che dovremmo recuperare in quanto “atei devoti.” La dura verità, però, è che nella partita dell’oppressione e della “mancanza di democrazia,” in quei paesi, giocano ancora da protagonisti vecchi e nuovi tiranni “laici” e “nazionalisti” che soprattutto i giovani, nel 2011, avevano provato—spesso senza successo—a cancellare dalla storia.

Forse qualcuno oggi ricorderà che i molestatori a piazza Tahrir, nei giorni della rivoluzione egiziana, li mandava il regime. E che le molestie continuavano nelle stazioni di polizia, con i famigerati “test di verginità.” Forse qualcuno oggi ha dimenticato che Mubarak, Gheddafi e Asad i jihadisti li tirarono fuori di prigione ai primi cenni di rivolta di popolo. Quel qualcuno dovrà cercare di non dimenticarlo, nei prossimi tempi.