Implacabili

Sabato scorso a “Pensare migrante” parlavo di islamofobia e rispondevo a una domanda su “che fare” di fronte alla massa di melma islamofoba che ci si riversa addosso ogni giorno.

Ricordavo (grazie a una ragazza che era nel pubblico) un’intervista a Luigi Manconi sulla leggenda del “buonismo” (che non era uscita sul Manifesto bensì su Vice, a cura di Leonardo Bianchi, il quale fra l’altro era nel pubblico).

Ricordavo anche che la melma è tanta e impegnarsi nel debunking – cioè nel decostruirla – spesso serve a poco (lo insegnano degli scienziati, lavorando sui numeri).

Poiché nella domanda si sottolineava che di storie positive da raccontare ne avremmo a milioni – e la cosa è vera – ricordavo infine che “bad news sells”, le cattive notizie (o quelle urlate) vendono: ne è prova la storia di quel ragazzetto che ha spacciato per molto tempo “bufale razziste” allo scopo di costruirsi un piccolo reddito.

La situazione sembra inemendabile, il circolo è vizioso. Opporsi a tutto questo impiega sempre troppo tempo – un tempo che sul web diventa infinito – e che ci sottrae a ben più edificanti occupazioni. Spesso poi si finisce per essere etichettati come “buonisti”, cioè ci si fa rientrare in un recinto costruito ad hoc per silenziare un coro a volte anche non armonico ma certamente polifonico di voci critiche, o ragionevoli.

Anche se uno ci si impegna, ottenendo qualche risultato, si ritrova dopo qualche tempo a dirsi: “non sto facendo altro che spalare merda. Il lato luminoso non arriverà mai”. La “semplice” strategia dell’impegno in questo senso non premia, anzi ti fa sentire sempre in mezzo a un guado, sebbene dalla parte giusta. E la corrente aumenta così come il senso di impotenza.

Ci vuole qualcosa di più, in effetti. Una voce che ti si accende nella mente e dice: “Bastardi, noi abbiamo il diritto a un altro destino, abbiamo diritto a storie di altri, abbiamo il diritto di costruire, non il dovere di decostruire”. Noi lo sappiamo che questa è merda e quindi, perlomeno, mentre la spaliamo, dovremmo metterci sdegno, rabbia. Affinché quel rifiuto organico non vada in discarica, ma concimi il terreno.

All’incontro, l’altro giorno, ho detto: “dovremmo praticare una sorta di rabbia controllata”, e il concetto in un certo senso funziona perché si tratterebbe di una rabbia che, nei limiti del non denunciabile (per autoprotezione) e di un impegno ad andare in profondità con gli strumenti critici appropriati (tipici di ogni vero antifascista), autorizzi chi lavora su queste cose a inveire, a maledire i costruttori di odio e divisione. A dire, insomma: “maledetti vampiri, putridi parassitari fascistoidi, non vincerete mai”.

Lo devono sapere, questi qua, che dall’altra parte non si fanno sconti, che non dimentichiamo. E che non passeranno, o che perlomeno incontreranno resistenza.

Non si tratta di erogare odio, in questo modo vincerebbero perché quello dell’odio è il loro campo. Si tratta di rendere chiaro, ad esempio, cos’è “un’opinione” e cos’è invece un crimine. Giusto per fare qualche esempio: Marchini non è e non sarà mai “libero di chiudere i campi rom”. Quando Libero urla “bastardi islamici” non sta “esprimendo un’opinione”, sta incitando all’odio razziale. Una Santanché che vuole tirare missili sui barconi in mare non sta “enfatizzando un pochino”, bensì sta promuovendo un crimine contro l’umanità. Chi vuole togliere averi e gioielli ai profughi in entrata è un nazista, come pure chi rinchiude i migranti e i profughi in una gabbia. Chi respinge i profughi a colpi di 2 o 3cento sta calpestando i nostri diritti, sta distruggendo l’Europa.

Sì, di fronte a chiare accuse faranno le vittime, il giochetto lo ha descritto Fedro circa due millenni fa. I lupi si fanno vittime per mangiare gli agnelli. Ma noi non siamo agnelli. O meglio, dovremmo smettere di pensare come agnelli. Non so se mi sono spiegato.

Forse quella della rabbia non è la categoria giusta. L’atteggiamento efficace è quello che sintetizza Estela de Carlotto, presidentessa delle Abuelas de la Plaza de Mayo, rivolgendosi a chi vuole dimenticare o edulcorare la memoria del regime di Videla: “in pace, senza violenza e a partire da un sentimento di amore, ma implacabili nella condanna”.

Forse, semplicemente, bisogna chiamare le cose con il loro nome.