Buongiorno Gramellini, parlaci delle nuove divise di Alitalia

Il Buongiorno di Gramellini di oggi è un buon esempio di ciò che altrove ho descritto così: “le donne musulmane sono il ‘luogo comune’ per eccellenza, il punto dove finiscono per riversarsi tutti i pregiudizi e gli stereotipi riguardanti l’Islam di ieri e di oggi. E dove si sedimentano tutti i ‘politicismi’, ma soprattutto i paternalismi di Oriente e di Occidente.”

Faccio quindi un passo indietro per chi non fosse al corrente: questa mattina, Gramellini è uscito con un Buongiorno in cui parla delle nuove divise delle hostess Alitalia, “compagnia aerea fu-italiana, ora di proprietà della Etihad di Dubai.” In realtà Etihad ha sede ad Abu Dhabi e non a Dubai, ma questo dettaglio è il meno: per Gramellini le nuove divise sono uscite “direttamente da un incubo della Fallaci o da un romanzo di Houellebecq sull’Europa Saudita” e, anche se le ha disegnate un milanese, “il committente è musulmano e si vede.”

Già il titolo, però, la dice lunga: “Alì Italia.” È un titolo infelice perché evoca le storie di Alì Babà, cioè i racconti de Le mille e una notte che di esotico hanno certo molto ma di castigato hanno pochissimo. In più non fa ridere, o forse fa ridere chi di giochetti linguistici fa pochissimo uso—ovvero chi non ha una particolare familiarità con internet, dove far cose del genere è una specie di sport.

Nonostante questo richiamo a un esotismo passato che precede l’ondata islamofoba che monta dall’11 settembre a oggi, l’articolo parte col citare Fallaci e Houellebecq, due autori che in un modo o in un altro segnano il cammino “classico” di ogni islamofobo che si rispetti. L’argomento da cui parte tutto è un fatto decisamente poco interessante e poco rilevante: il cambio di divisa delle hostess di Alitalia in seguito all’acquisto della società da parte dell’emiratina Eithad.

Comunque la pensiate sulle nuove divise c’è da rilevare un dettaglio: che queste non richiamano in nessun modo alcun genere di vestito tradizionale o neo-tradizionale di derivazione islamica. Nonostante questo, le nuove divise “coprono” molto e la cosa, a quanto pare, ha sollevato l’interesse-minigonna del rubrichista. Ed ecco come si muove questo interesse.

A Gramellini che da decenni gli italiani vadano negli Emirati Arabi col cappello in mano e non si sognino di mettere becco sui diritti delle donne in un paese come quello non è mai interessato nulla. Allo stesso modo, anche il fatto che Alitalia sia stata oggetto per decenni di mire, interessi e impicci tutti italiani per poi venire alla fine—fortunatamente per i suoi dipendenti, immagino—acquistata da Etihad a un prezzo decente non gli ha suscitato grande emozione. È sopraffatto invece da quest’emozione nel momento in cui questo fatto “appare” nella forma di nuove uniformi per le hostess.

A quel punto sì che vale la pena di scatenarsi: si parla di donne e islam, di retrogradi sceicchi di Dubai, si evocano gli spettri di Eurabia—cioè di un’Europa ormai definitivamente in mano ai cattivi segregatori di donne. Se le uniformi fossero rimaste le stesse Gramellini non avrebbe speso una riga su Alitalia e Etihad: quello che gli interessa è che i nuovi padroni dell’ex-compagnia di bandiera lascino pensare a tutti i maschi del mondo che Alitalia è ancora un simbolo di stile, look e modo di essere italiani—la qual cosa evidentemente si ravvisa più nella visione della coscia della hostess che nell’effettiva proprietà del vettore.

Gramelllini nota che “dalla punta dei capelli a quella dei piedi, sarebbe vano cercare un centimetro di pelle scoperta,” dimenticando però che il viso e i capelli rimangono invece in vista. Ma fa anche uno stranissimo accenno all’infiammabilità dei tessuti usati per queste divise, che richiama in qualche forma a qualche evento in cui l’infiammabilità conterebbe. Cosa vuole dire Gramellini? Che negli Emirati le hostess prendono fuoco facilmente?

Non lo sappiamo. Sappiamo invece che, facendo paternalismo sui paternalismi degli altri, Gramellini ci spiega come devono essere “le donne nostre,” le donne che rappresentano l’Italia nel mondo. Dal luogo in cui si trova dichiara di non conoscere “una sola donna italiana che indosserebbe delle calze verdi, se non sotto la minaccia di un plotone di esecuzione. E anche lì, come ultimo desiderio, chiederebbe di sfilarsele.” A parte la spontanea domanda su che donne conosca Gramellini, vale la pena notare che non si fa problemi a parlare per loro—mentre le donne, tutte le donne indistintamente, possono continuare a starsi zitte.

La tirata finale del pezzo è tutta maschil-patriottica: secondo Gramellini, che scambia una compagnia aerea di Abu Dhabi per una “cultura,” questa storia sarebbe “la certificazione di cosa succede quando un bene italiano finisce nelle mani di una cultura che, quantomeno in materia di donne, si trova nelle condizioni più di prendere esempi che di imporne.” Così, questo Buongiorno di Gramellini si mostra per quello che è: il ritratto stesso della mediocrità maschile italiana, il lato occidentale di un maschilismo che non conosce frontiere e si coalizza nel parlare a nome delle donne.

 

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