Regeni: le indagini, le mosse del governo e le accuse a Cambridge

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A quattro mesi dal ritrovamento di Giulio Regeni le indagini sull’assassinio ristagnano. La scelta italiana di tenere sullo sfondo l’iniziativa politico-diplomatica e portare avanti la ricerca della verità solo sul piano giudiziario – cioè tentando la strada della collaborazione con le autorità egiziane – mostra tutti i suoi limiti. Intanto sui media è scoppiata nuovamente la polemica sulla responsabilità della morte di Giulio Regeni da parte dell’università inglese dove studiava. Dopo il rifiuto da parte dei docenti di Cambridge di rispondere alla domande degli inquirenti italiani, infatti, sono state avanzate accuse che hanno scatenato nuovamente teorie complottiste.
A che punto sono le indagini
Se c’è una verità che emerge in queste ultime settimane riguardo la vicenda di Giulio Regeni, è che dall’Egitto arriva poco o nulla di nuovo, almeno per quanto è dato sapere da fonti aperte. Un certo numero di indiscrezioni è trapelato dopo l’ultimo incontro fra le parti egiziana e italiana che si è tenuto al Cairo il 7 e l’8 maggio scorsi, nonostante i membri della delegazione italiana non abbiano voluto rilasciare dichiarazioni. Da ciò che sappiamo gli italiani hanno ricevuto nuovi tabulati e i verbali di alcuni interrogatori, gli egiziani alcuni file del computer di Regeni. Se questa documentazione possa avere davvero rilievo nel quadro delle indagini, fino a oggi – stante il riserbo degli inquirenti –, non è dato saperlo. Di certo arriva con il contagocce: il passo è così lento che risulta difficile pensare anche solo all’idea di arrivare a una fine. E rimane il forte dubbio che tutto questo sia sostanzialmente inutile, che senza un’iniziativa politica che provi a sbloccare l’ingranaggio, l’indagine sia destinata all’insabbiamento. Il quadro, però, non è completo se non si considera che in Egitto le vie legali sul caso vengono chiuse usando gli strumenti tipici di un regime: dalla fine di aprile uno dei consulenti della famiglia di Regeni in Egitto, Ahmed Abdallah (co-fondatore della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, una ONG che, fra le altre cose, documenta le sparizioni forzate) è in carcere, accusato di istigazione alla violenza, adesione a un gruppo terroristico e di promozione del terrorismo. Le redini delle indagini sono in mano egiziana e, come sottolineava lo stesso procuratore della Repubblica di Roma, Giuseppe Pignatone, lo scorso 10 maggio: «È una libera scelta dell’Egitto costruire tra le due parti una collaborazione costruttiva». Gli italiani possono chiedere collaborazione, inviare rogatorie e prendere atto di quanto poi effettivamente ricevuto: il loro spazio di manovra è determinato da quella “libera scelta”, non da regole certe cui, casomai, rifarsi. Cosa ha prodotto questa “libera scelta” lo abbiamo visto negli ultimi giorni, quando i magistrati italiani hanno trovato tra le carte inviate dal Cairo le prove dei depistaggi degli egiziani. In ultima analisi, su questo fronte, siamo in una fase di stallo che potrebbe divenire permanente: l’incontro di maggio, sebbene meno “irritante” del precedente (in aprile gli egiziani erano venuti in Italia con una documentazione scarsa e lacunosa che aveva fatto gridare all’ennesima presa in giro) è forse servito soltanto a rappresentare una cooperazione che va avanti.
Le mosse del governo
Dal punto di vista dell’iniziativa politica poco o niente si è mosso da quando, a inizio aprile dopo il primo deludente incontro fra le parti egiziana e italiana, l’Italia ha ritirato il proprio ambasciatore, Maurizio Massari, dal Cairo. O meglio: sul fronte delle relazioni con l’Egitto, se escludiamo ulteriori laconiche dichiarazioni riguardo al fatto che l’Italia andrà avanti nella ricerca della verità, non è successo nulla. Quanto a Massari, distintosi per decisione e pervicacia nei giorni del sequestro e in quelli seguenti, è stato rimosso dall’incarico in Egitto per essere nominato nuovo ambasciatore presso l’Unione Europea. Al suo posto Giampaolo Cantini, diplomatico navigato e di certo competente, che presumibilmente impiegherà del tempo nel prendere in mano le redini dell’ambasciata, con tutte le difficoltà del caso nel gestire il dossier Regeni. Il governo non ha applicato sanzioni economiche di qualche tipo, limitandosi a pubblicare un warning riguardante l’Egitto, soprattutto in tema di turismo. Gli affari dell’ENI sono andati avanti nelle settimane successive al ritrovamento del corpo di Giulio Regeni e recentemente giungono notizie di nuovi investimenti di un’azienda italiana in Egitto.
Le accuse a Cambridge in Italia: “Non sta collaborando per la verità”
In Italia negli ultimi giorni ha fatto scalpore ciò che, attorno alla vicenda, è successo in Gran Bretagna. Lo scorso 6 giugno la madre di Giulio Regeni, Paola Deffendi, ha parlato a Cambridge, durante una cerimonia commemorativa del figlio tenutasi al Girton College. Al seguito della famiglia c’erano anche il pubblico ministero di Roma, Sergio Colaiocco, i funzionari dello Servizio centrale operativo (Sco) e gli ufficiali del Ros, titolari dell’inchiesta sull’omicidio di Giulio Regeni. La delegazione italiana, tramite rogatoria internazionale, aveva chiesto e ottenuto di poter sentire in quel contesto persone che a loro giudizio potevano contribuire con la loro testimonianza alle indagini. Ma la cosa, in quel contesto, non è avvenuta perché, su consiglio dei legali dell’università, i docenti non hanno voluto rispondere alle domande degli italiani. Bisogna comunque specificare che i professori “si sono riservati di inviare relazioni finalizzate a descrivere la tipologia delle comunicazioni con il ricercatore universitario”. In un caso, quello della supervisor di Regeni, Maha Abderrahman, la cautela e il rifiuto possono comunque essere giustificati da un brutto precedente. Riportando le parole di David Runciman, a capo del dipartimento universitario connesso con il centro presso il quale Giulio Regeni svolgeva la sue ricerche: Maha era al funerale di Giulio, è stata portata via dalla polizia e interrogata dal procuratore in circostanze che noi consideriamo estremamente insensibili, non le sono state date sufficienti spiegazioni e non parla italiano. Era in Italia per piangere Giulio, quello che è stato detto ai media italiani dopo quel colloqui non ha basi, sono state rivelate cose che si dichiara che avrebbe detto, ma lei non ha detto. Non era in grado di capire cosa veniva detto sul suo conto. Il fatto può aver determinato, insieme ai consigli dei legali di Cambridge, l’atteggiamento della studiosa e, in qualche misura, dei suoi colleghi. Se la reazione della famiglia Regeni a questo diniego è stata di delusione, le analisi più acute hanno sottolineato che la prudenza dei legali di Cambridge in questo caso si è dimostrata eccessiva, che dietro a essa c’è nonostante tutto del pregiudizio e, forse, dell’arroganza. La cosa ha di certo destato stupore, o comunque sorpresa, tenendo presente anche che l’università ha sempre dimostrato di voler collaborare con la famiglia di Regeni e le autorità italiane. L’ultimo segnale in questo senso è stata una dichiarazione dello scorso 20 maggio, che fra le altre cose citava una lettera inviata il 15 aprile al ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni, all’indomani del ritiro dell’ambasciatore Maurizio Massari dal Cairo, in cui si valutava positivamente il gesto diplomatico e si assicurava supporto al governo italiano. Lo stupore e la sorpresa, tuttavia, sono diversi dal sospetto. Una parte della stampa italiana, con maggiore o minore enfasi, ha messo in relazione i comportamenti più o meno discutibili dei docenti di Giulio Regeni con le indagini sulla sua morte, spostando, di fatto, l’attenzione dal Cairo a Cambridge. La cosa, avvenuta forse anche per l’oggettiva mancanza di novità provenienti dal Cairo, ha avuto l’effetto di riattivare la girandola di complottismi e accuse prive di fondamento reale, con conseguente innalzamento di livello di un rumore di fondo che si registra fin dai primi giorni attorno alla tragica fine del dottorando di Fiumicello. Il puntare il dito su Cambridge, sui professori di Giulio Regeni e sul metodo di ricerca non è nuovo. Anzi, ciò che infastidisce nelle recenti polemiche è proprio il fatto che, se escludiamo gli accenti e le varianti del caso, vengono riproposti tali e quali in uno schema già ampiamente messo in campo mesi fa, quando i più brancolavano nel buio e si cercava in giro un carnefice che non fosse al-Sisi. Ma ciò che più disturba è che stavolta la cultura del sospetto, oliata da un certo moralismo censoreo, sembra aver tracimato, parzialmente, passando dalle penne di noti “fustigatori dei costumi” a quelle di misurati e affidabili editorialisti, lasciando spazio a commenti superficiali. Il primo articolo di questo genere è stato quello di Floriana Bulfon sull’Espresso. Nel pezzo la giornalista collega l’appello di Paola Deffendi al “coraggio di vincere l’indifferenza morale” con il silenzio di Maha Abderrahman che, sembra, abbia dichiarato “non rilascio dichiarazioni alle autorità italiane”. Il tono è quello di una denuncia, l’accusa è quella di un’omertà che è indizio di colpevolezza. «Inspiegabilmente lei – chiosa Bulfon – che fa parte di quella comunità accademica che si diceva addolorata e colpita e invitava, sconvolta davanti alle reticenze, le autorità egiziane a ricercare i colpevoli, ha scelto di non dare alcun contributo». Come abbiamo visto forse una spiegazione c’è, ma Bulfon dimentica di farne cenno, o forse non ne è a conoscenza. Per la giornalista, che legge a suo modo l’iniziativa degli inquirenti italiani, «è necessario partire da dove tutto è iniziato per trovare le risposte che si fanno attendere da ormai più di quattro mesi». E tutto, secondo lei, è iniziato a Cambridge, non al Cairo. Sotto accusa anche il «PAR (Participatory action research): una metodologia che prevede la partecipazione diretta alle dinamiche interne delle organizzazioni da studiare, ma che aumenta il grado di esposizione, soprattutto agli occhi paranoici degli apparati di sicurezza di un Paese, come l’Egitto, dove il regime controlla ogni attività». Riguardo questo medoto, per Bulfon le domande dei magistrati sarebbero le seguenti: «Quando fu deciso questo cambio di metodo? Chi aveva proposto questa ricerca? Avevano valutato la pericolosità? E soprattutto quali erano i contatti che avevano dato a Giulio. Non solo quelli accademici, ma anche quelli all’interno dei sindacati?». Qui la giornalista pone quesiti la cui risposta conosciamo già. Dimentica, o non sa, che non c’è stato alcun “cambio di metodo”, che il metodo usato è chiaro, rodato, sottoposto al vaglio. Non pensa che l’omicidio di Giulio Regeni, sebbene non debba esser visto – come ha sempre sottolineato la famiglia – come un caso isolato, è chiaramente un fatto abnorme, indice di un salto di qualità nell’escalation della repressione in Egitto, un fatto che ha lasciato tutti, e prima di tutto la comunità accademica che si occupa di Egitto e Medio Oriente, in stato di shock. E che il fatto ha portato a rimettere in discussione metodologie e protocolli di sicurezza che da decenni sono praticati da centinaia di docenti e ricercatori senza conseguenze così estreme. Per questo motivo la domanda giusta, invece, sarebbe: “si poteva prevedere un’escalation del genere?”, e la risposta – certamente difficile da formulare – è presumibilmente ciò su cui gli accademici che seguivano Giulio Regeni ragionano fin dal primo minuto, con tutto ciò che ne consegue sul piano personale. Tutto questo non è preso in considerazione da chi, come Carlo Panella, sull’Huffington Post aveva inaugurato già a metà febbraio la caccia alle “cattive maestre”. «Una sola cosa è chiara nell’angosciante caso di Giulio Regeni – aveva scritto Panella – la corresponsabilità morale di due inquietanti e ciniche professoresse di Cambridge e dell’American University del Cairo che, ben al riparo delle mura universitarie l’hanno usato ed esposto per le loro mire accademiche e anche politiche». In un articolo successivo Panella la mette così: «La decisione dei professori di Cambridge di non rispondere alle domande sui loro rapporti con Giulio Regeni conferma i nostri sospetti: il loro comportamento nei confronti di Giulio è stato ed è più che censurabile, le loro responsabilità morali -solo quelle ovviamente- sono sempre più evidenti e addirittura potrebbero essere ben di più: delle colpe. Il loro silenzio infatti dimostra una verità incontrovertibile: non si fanno alcuno scrupolo a ostacolare in massimo grado l’unica inchiesta che può fare luce sui rapitori, i torturatori e gli assassini di Giulio». La figura retorica del “ve l’avevo detto, io” riemerge poi in un’intervista di Carlo Bonini al già intervistato Federico Varese, docente di criminologia all’università di Oxford: «Non saprei trovare un altro aggettivo di fronte allo shock per quello che ho visto e ascoltato. Dopo la morte di Giulio ero convinto di aver detto alcune scomode verità sulla responsabilità morale che in quella morte ha avuto Cambridge. Ma non pensavo di aver ragione più di quanto volessi averne». E se Varese dichiara di volersi tenere lontano dalla cultura del sospetto e si concentra sulle “responsabilità morali”, trovando inaccettabile il silenzio di Cambridge, Ugo Tramballi, giornalista del Sole 24 ore, invece, lo scrive chiaramente: «Questo silenzio da regime egiziano ci costringe ad avanzare due sospetti: il primo è che i luminari di Cambridge sapessero perfettamente la pericolosità della ricerca affidata a Giulio; la seconda è che a sua insaputa Giulio non lavorasse solo per l’università ma anche per un’intelligence». «È anche per questo, per il suo buon nome oltre che per la verità – chiude Tramballi –, che Cambridge ha il dovere di scendere dal piedistallo d’avorio e dirci tutto quello che sa». A chiudere il discorso sullo stato delle indagini e il ruolo di Cambridge, si è parlato di una fantomatica “pista inglese”, o addirittura, come racconta Leonardo Bianchi su VICE, di un complotto dei servizi inglesi che, secondo Libero, avrebbero «infiltrato il Mukhabarat, il servizio segreto egiziano, ordinando a una sua cellula di sequestrare il giovane, torturarlo e ucciderlo, per poi farlo ritrovare orribilmente martoriato e far così traballare i rapporti tra Roma e Il Cairo». A rendere conto di questa pista, spiega ancora Bianchi, «è un servizio ‘esclusivo’ del tg di La7, che rivela come il 25 gennaio 2016 – dai tabulati in possesso della procura generale del Cairo – siano partiti tre sms da un numero inglese ad “altrettanti telefoni agganciati alle stesse celle attraversate da Giulio Regeni nei minuti prima di sparire. Altri sms sarebbero stati inviati nella notte tra il 2 e il 3 febbraio ‘ad un utenza egiziana collocata nel quartiere 6 ottobre, dove è stato ritrovato il corpo di Regeni”». Il servizio de La7 non spiega però in cosa consisterebbe questa pista inglese e quale sarebbe il collegamento con il sequestro del ricercatore friulano. Anzi, lo stesso servizio informa che gli inquirenti italiani ed egiziani “sono cauti”. Tutto questo è bastato, conclude il giornalista di VICE, a creare «un altro pericoloso alone di mistero sul caso – l’ennesima teoria che mescola insieme tutto in un calderone paranoico». Sull’intera questione, infine, il 9 giugno un portavoce di Cambridge ha dichiarato: «Le storie che sono recentemente apparse sulla stampa italiana sono semplicemente false, l’università supporta le autorità italiane nelle loro investigazioni al riguardo di questo terribile evento». Possiamo non avere in amore il freddo contegno di un’istituzione come Cambridge, la sottile ipocrisia, tutta britannica, che si traduce in un guardare il tutto dall’alto, con fastidioso distacco: su di essa romanzieri e saggisti hanno versato fiumi di inchiostro, nei secoli. Possiamo non apprezzare le metodologie e il sistema di produzione del sapere anglosassone, spesso espressione di un sempre più pervasivo potere culturale e politico. Chi scrive è fra questi, vale appunto quanto detto in principio su “pregiudizio” e “arroganza”. Ciò che invece non dovremmo fare è confondere i piani, trarre conclusioni facili che ancora una volta non fanno chiarezza, rimestano nel torbido di rancori più o meno antichi di qualche genere, non collegati alla vicenda di Giulio Regeni.

———– La risposta dell’Università di Cambridge a Valigia Blu: nessuna richiesta di informazioni da parte delle autorità italiane.