Come la frase “Allah akbar” è diventata uno spauracchio

http://www.vice.com/it/read/come-allah-akbar-diventato-meme-italia

Nel gennaio del 2015 l’Europa è scossa dagli attacchi alla sede di Charlie Hebdo. A Vigevano, la polizia locale segnala la presenza di scritte in arabo al parco Parri. Secondo gli agenti le scritte recitano: “Proprietà musulmana. Allah è grande. Protegga i bambini che giocano qui.” La cittadinanza è allarmata e le scritte vengono cancellate, ma il giorno seguente si scopre che quelli erano messaggi d’amore: “Non c’è mai riposo,” “Ti amo, te lo vorrei dire mano nella mano” e “Comunque ti amo.”

Il suo autore, Mustafà Khamis, è un egiziano di cittadinanza italiana che fra le altre cose ha avuto per molto tempo il ruolo di portavoce della comunità egiziana di Vigevano. Dopo aver ammesso il malinteso, il sindaco leghista della città afferma che, comunque, le scritte in arabo in un luogo pubblico “sono inquietanti, visto il momento.” Non sono d’accordo col sindaco leghista, ma capisco il fatto: l’ignoranza alimenta il sospetto e la paura, e sapere l’arabo non è in cima alle priorità di una persona comune.

Non si sa chi e perché abbia letto male quelle frasi e come abbia fatto a vederci scritto “Allah akbar,” Dio è (più) grande, ma l’esempio è perfettamente esplicativo di una tendenza ormai comune: se c’è qualcosa che nell’ecologia dell’informazione italiana porta con sé sempre e comunque un carico di pregiudizio e paura, qualcosa che fa scattare in piedi tutti e mette in allerta anche il più sornione, quello è proprio la frase “Allah akbar.”

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C’è un motivo per cui l’espressione “Allah akbar” la si può trovare ovunque. “Allah akbar” è ciò che dice il muezzin per invitare i fedeli alla preghiera e, soprattutto, ciò che dice qualsiasi musulmano (un miliardo e mezzo di persone) all’inizio di ognuna delle sue cinque preghiere quotidiane.

La “menzione di Dio,” cioè invocarlo, è da secoli ritenuta un atto meritorio per ogni pio musulmano (l’invito a menzionare Dio è nel Corano, il libro sacro dell’Islam). La frase “Allah akbar,” ogni giorno, viene pronunciata milioni se non miliardi di volte. Si usa nelle situazioni più diverse e appartiene a tutti i musulmani così come, ad esempio, la bandiera italiana appartiene a tutti gli italiani (anche a quelli che ci sputano sopra).

Certo, qualcuno può usare questa espressione per sottolineare la radice religiosa di un gesto che compie—come è successo nei recenti attacchi in Francia e Germania. Molto più spesso, però, “Allah akbar” rappresenta un’invocazione generica, una sorta di “monito” automatico che un musulmano qualsiasi, anche il meno pio, inserisce nel suo modo di parlare da quando è nato. E, statisticamente, c’è motivo di ritenere che chi lo fa non stia dichiarando guerra a nessuno, né stia facendo un atto di adesione all’ISIS o abbia intenzioni malevole di qualche genere, anzi.

Rappresentando la normalità, è intuibile che l’espressione “Allah akbar” sia anche al centro di una contesa politica: c’è chi se ne vuole appropriare, e chi pronunciandola vuole fare consenso attorno a sé. I primi a farlo sono i dittatori. Saddam Hussein, a un certo punto (dopo aver sognato il profeta Muhammad) la mise sulla bandiera nazionale e nazionalista dell’Iraq (e lì continua a stare, nonostante sia cambiato il vento, e di molto, in quel paese).

L’inno nazionale della Libia di Gheddafi—un uomo che fra le altre cose aveva stampato una sua versione del Corano—si intitolava “Allah akbar,” e gli insorti di Brega nel 2011 usavano continuamente quell’espressione, probabilmente per riappropriarsi del loro caro vecchio modo di dire che Gheddafi aveva scippato loro, inglobandolo nel suo strambo “discorso nazionale.” Così come chiunque, ai tempi di Forza Italia, avrebbe voluto dire “forza Italia” durante una partita della nazionale di calcio senza dover per forza citare—in automatico—il partito di Berlusconi.

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Detto ciò, da diversi mesi ho settato un Google alert per l’espressione “Allah akbar.” Leggere ogni giorno in sequenza le segnalazioni provenienti dalla rete italiana sulla sua presenza in un testo qualsiasi è molto istruttivo.

La fenomenologia copre praticamente tutti i domini dell’agire umano, a patto che questo umano sia “islamico.” Il 9 marzo scorso, ad esempio, L’Unione Sarda titolava: “Eclissi solare in Indonesia, accolta al grido di ‘Allah akbar’.” Tornando indietro al 31 gennaio e spostandoci a Catania, invece, scopriamo che un turista ha scritto “Allah akbar” sul registro della chiesa di San Placido.

Molte di queste “notizie” tendono a “dimostrare” che un’invasione è in atto, che siamo in pericolo: il 20 aprile su un cavalcavia di una strada del trevigiano sono comparse una scritta “Allah akbar” (in arabo) e due scritte in inglese il cui messaggio sarebbe “i politici UE hanno fallito, benvenuto Stato Islamico.” Forza Nuova aveva risposto con un’altra scritta: “Benvenuti, vi stavamo aspettando.”

L’11 aprile ImolaOggi, una testata famosa per le sue bufale islamofobe, riporta che “un giovane extracomunitario” di pelle nera è entrato in una chiesa con uno zaino e ha iniziato a urlare “Allah akbar.” Il parroco, che stava dicendo messa, “non si è fatto intimidire” e ha continuato imperterrito a svolgere la funzione mentre il panico si impadroniva dei fedeli.

Picchionews più tardi precisa che il ragazzo—di nazionalità italiana—è cristiano, è entrato in chiesa a pregare, per farsi accogliere ha disegnato con le braccia un grande cuore ma questa cosa è stata equivocata: alcuni hanno pensato che stesse muovendo le braccia “come fanno i musulmani quando pregano” (anche se poi i musulmani quando pregano non fanno questi grandi gesti con le braccia).

Ci si scherza pure, e questo in fondo non è un male. YouTube è pieno di video in cui a un certo punto qualche famoso personaggio dei cartoni o di una serie televisiva dice “Allah akbar” e si fa esplodere. Provate a digitare la frase nella barra di ricerca.

Poi ci si mettono anche i burloni. Nel gennaio 2016 uno di loro ha scritto un messaggio diretto a Radio Subasio, via Whatsapp: “Allah akbar, vi stermineremo tutti, comanderà la legge di Allah.” Qualche mese prima sono stati avvistati “sei scugnizzi napoletani” che sparavano botti urlando “Allah akbar.”

La sera del 16 luglio 2016, a Viterbo un gruppo di “buontemponi” ha gridato “Allah akbar” fuori da un locale; il titolare di quest’ultimo ha raccontato a un giornale locale che si è trattato di uno scherzo, ma “uno scherzo di pessimo gusto, con tutto quello che succede nel mondo ogni giorni.”

Nel pomeriggio del 19 luglio, invece, tre italiani a bordo di un suv sono passati davanti ad una caserma dell’esercito a Castel Maggiore (Bologna) e si sono rivolti ad alcuni militari in divisa dicendo “Allah akbar.” Una volta rintracciati i tre si sono difesi parlando di uno scherzo, ma la procura di Bologna ha comunque aperto un fascicolo per procurato allarme.

C’è anche il capitolo delle scritte “inneggianti” che si trovano ovunque, negli scantinati, nelle case abbandonate. La rete è piena di report in merito, così come di persone che urlano la frase nei contesti e per i motivi più vari. Il 24 gennaio a Spinea (Venezia), tal Edward Requelle, un cittadino francese, entra in autobus. “Quest’uomo trasandato con l’aria minacciosa che andava su e giù e fissava,” a un certo punto urla “Allah akbar.” Fermato dai carabinieri oppone resistenza per essere infine condotto “nel reparto di Psichiatria all’ospedale di Dolo.” Più recentemente—il 17 luglio—nella metro di Roma due tunisini hanno gridato “Allah akbar” per fuggire più agevolmente dopo un furto finito male.

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Nei giorni seguenti all’attacco a Charlie Hebdo girava la bufala del turista italiano ucciso in Francia perché aveva urlato un “andiamo al bar,” che secondo i bufalari era diventato “Allah akbar.” Ormai, in pratica, “Allah akbar” è un meme (nella definizione che ne da Susan Blackmore in La macchina dei memi, che sviluppa il pensiero di Richard Dawkins ne Il gene egoista, non in quella molto semplificata che ne rileva solo le qualità “virali”), e come tale si riproduce smodatamente, mostrando ottime proprietà di adattamento nel “pool memetico” italiano, anche quando è scritto male.

Opera di qualche individuo certamente ben poco vicino alla religione islamica, e che magari voleva fare un po’ di vuoto attorno al muretto sul quale lui e i suoi amici stavano parcheggiati ogni giorno, di fronte alla stazione ferroviaria di Capalbio Scalo, era ad esempio la scritta “Hallah akbar.” Ancora sul tema: “il meme si corrompe riproducendosi, ma l’effetto è lo stesso” è la frase “Allah abkar” (che significa “Dio è il più mattiniero, Dio è il più precoce”) stampato sulla prima pagina di Repubblica.it e poi subito corretto nel tragico 10 maggio ricordato sopra. Mentre in aprile qualcuno trasformava la scritta “Madonna delle rose,” composta con dei ciottoli di fronte a un tempietto che si trova su una pista ciclabile nei dintorni di Soresina (Cremona) in “Allh akbar.”

Per converso qualche dubbio a qualcuno viene quando un “Allah akbar” in caratteri latini non esattamente “minacciosi,” ma anzi quasi adolescenziali, compare sulla statua di San Petronio a Bologna il 26 giugno. Si finisce per interrogare un’esperta che—con argomenti a dire il vero opinabili— ci spiega che quella scritta non l’avrebbe fatta un musulmano, lasciandoci la sensazione che no, invece quella scritta avrebbe potuto scriverla chiunque, la qual cosa è profondamente diversa.

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Che il meme sia solido, cioè goda di ottima salute perché—seppur talvolta mutando—si riproduce in fretta e ovunque, è indicato dal fatto che la sua presenza riesce a rendere notiziabile un fatto. Nessuno, se non chi vi partecipava e la comunità locale, avrebbe mai saputo che l’8 gennaio 2016 i lavoratori di una cooperativa che gestisce in appalto la logistica (cioè il facchinaggio) del magazzino Penny Market di Via Oglio, zona industriale periferica di Desenzano (Brescia), hanno manifestato con un picchetto davanti all’azienda di riferimento per avere un adeguamento salariale. Lo veniamo a sapere solo perché a un certo punto alcuni di loro, di origine pakistana, caricati come gli altri dalla polizia, hanno iniziato a urlare “Allah akbar” e ciò ha determinato il loro trasferimento in commissariato per identificazione.

Testimonianze di solidità, fatti di ridondanze ormai considerate affidabili, si raggiungono quando Allah Akbar costituisce il punto di arrivo investigativo di un reporter. Ossia: la notizia diventa notizia perché alla fine ci puoi mettere dentro la frase. È il caso di questo articolo intitolato “Allah Akbar! E si mette a sparare in un parco pubblico,” in cui la notizia c’è perché la cronologia si inverte: scopriamo che lo sparatore, un “muratore albanese di 28 anni”, non urla la frase mentre spara ma che gli investigatori, dopo aver catturato lo sparatore (che poi è uno sparatore a vuoto ma questo è un dettaglio) vanno a casa sua e trovano “la scritta ‘Allah Akbar’ sulla parete della camera da letto nell’appartamento dove viveva.”

Insomma, sparo e scritta sono scollegati fra loro, ma per il reporter il fatto c’è in quanto il ventottenne “frequenta la moschea di Ravenna.” Ovvero un luogo dove la frase “Allah Akbar” la dicono tutti, ma davvero tutti, almeno cinque volte al giorno. In questo caso sembra che, in buona o in malafede, la frase abbia sostituito il simbolo, ben più minaccioso, del gruppo terroristico oggi più forte e violento, lo Stato islamico, la cui bandiera è certo un segnale abbastanza chiaro.

La consacrazione memetica arriva però con l’assenza di notizia: Lercio immagina una strage jihadista “invalidata” perché il terrorista ha dimenticato di pronunciare “il rituale Allah akbar.” E c’è ragione di credere che anche in sua assenza la frase risuoni lo stesso. Se lo sentiamo urlare dal killer di Nizza solo nelle fasi finali del suo attacco, quando ormai era circondato, a Monaco dei testimoni giurano di averlo sentito urlare anche in presenza di un attentatore che davvero sembra aver detto tutto tranne quello. Alcuni sono arrivati a pensare che lo avesse urlato davvero, per depistare le indagini. Depistare rispetto a cosa? Ce lo chiediamo ancora.

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Come tutti i memi fortunati che si rispettino, “Allah akbar” finisce per simbiotizzare con altri memi, magari altrettanto fortunati. Primo fra tutti l’acronimo inglese usato globalmente per indicare l’organizzazione Stato Islamico, “ISIS”, un meme che incute così tanto sospetto che un’azienda solida come la ISIS Pharmaceuticals decide già nel 2015 di cambiar nome, mentre ironia (e teorie del complotto) si addensano attorno a una birra israeliana che porta quel nome.

In Italia, dove la sigla suonerebbe invece SIIL (Stato Islamico di Iraq e Levante, poi “SI”, cioè Stato Islamico), c’è chi trova intelligente intitolare un libro Parlare di ISIS ai bambini, e qualcun altro pensa che sia lucroso fabbricare maschere di carnevale di colore nero con su scritto ISIS. Per Il Tempo, lo scorso 26 maggio, un tunisino ubriaco “inneggia all’ISIS” in quanto urla “Allah akbar,” sul Lungotevere. Il tunisino poi aggredisce un peruviano.

Quando succede qualcosa di brutto c’è chi annoda questi strani fili e tesse una trama. Accade per esempio che a Gussola (sempre in provincia di Cremona) una famiglia marocchina si faccia fare un cancello con su impressa la croce a cinque punte del regno del Marocco intervallata dalla scritta “Allah akbar”. OglioPoNews, poiché la cosa avviene a ridosso degli attentati di Bruxelles, commenta giudicando criticabile la “scelta estetica” e ritiene che la stella della monarchia marocchina sia un simbolo “chiaramente riconducibile all’islam.”

Rimanendo in tema di “nazionalismi” fece il giro di tutti i social network la “notizia” secondo cui a Istanbul, durante il minuto di silenzio per la strage di Charlie Hebdo che precedette la partita Turchia-Grecia, il pubblico intonasse un “Allah akbar.” Era una bufala: i tifosi—nazionalisti—commemoravano le vittime del terrorismo del PKK.

Nel feed di Google rientra davvero di tutto. Anche centinaia di notizie in cui l’espressione “Allah akbar” non compare, ma che qualcuno ha voluto usare nei commenti. Ma poi, a un certo punto, la sagra dei fake diventa qualcosa molto simile alla realtà. Il 9 maggio a Manchester nel centro commerciale di Trafford, vicino allo stadio, un’esercitazione della polizia simula un attacco terroristico: un uomo vestito di nero irrompe nei corridoi urlando “Allah akbar” e fa finta di farsi esplodere.

Sei giorni dopo allo stadio di Manchester scatta l’allarme bomba e la partita in programma viene rinviata. Quello che era stato individuato come un ordigno dinamitardo era molto realistico, ma falso: era stato lasciato lì per sbaglio durante l’esercitazione precedente.

Nel frattempo la profezia si era autoavverata davvero, nella forma più storta possibile. Il 10 maggio scorso, nei pressi di Monaco di Baviera, uno “squilibrato tedesco di 27 anni” niente affatto musulmano e senza nessun musulmano in famiglia, decide di assalire e uccidere dei passanti urlando la famosa frase. A Wurzburg, sempre in Germania, il 19 luglio un 17enne afghano ha ferito tre persone su un treno a colpi di coltello e ascia; l’atto è stato poi rivendicato dall’ISIS, e secondo dei testimoni l’assalitore avrebbe gridato “Allah akbar.” Anche nella chiesa di Saint-Etienne-du-Rouvray, in Francia, i due attentatori che il 26 luglio hanno ucciso un prete—e giurato fedeltà al sedicente Stato Islamico— avrebbero pronunciato l’espressione prima di essere “neutralizzati” dalla polizia.

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Insomma: è ovvio che in tanti usino “Allah akbar” per accreditarsi in senso religioso e, anche, che in tanti vogliano appropriarsi dell’espressione, esserne i più visibili portatori pubblici. E fra questi, appunto, ci sono i terroristi.

Ma è qui che viene il bello. Perché se noi associamo l’espressione al terrorismo, rimarcando questo collegamento in ogni trafiletto che lo riguarda, facciamo un favore ai terroristi che, con il loro 0,000001 di consensi nel mondo islamico, diventano così i gestori unici della più usata “menzione di Dio” nell’Islam.

Ho preso questa storia di “Allah akbar” per esemplificare un problema chiaro: per raccontare cose così ci vuole un sacco di tempo e non è detto che qualcuno, alla fine di un racconto del genere, si convinca delle buone ragioni di chi l’ha narrato. Anzi, spesso accadrà che qualcuno ti dica che sei un “relativista” o anche un “buonista”, o anche un pedante professorotto poltronato. A volte ti diranno che sei un “cattivo maestro”—a me è successo decine di volte.

Nel frattempo, però, il “segnale” che pensiamo di ricevere ogni volta che sentiamo l’espressione continua a essere quello sbagliato. Se prendiamo quello come unico parametro, prendiamo cantonate a ogni piè sospinto. Ed è quello che facciamo sistematicamente, alimentando la voglia di visibilità di efferati assassini e attirando a loro torme di disturbati mentali.