Trump e i suoi amici arabi

Questa breve analisi nasce in nuce il giorno in cui incontro in rete un articolo dal titolo “Donald Trump si comporta come un autocrate arabo“. Nel pezzo, apparso su Muftah il dicembre scorso Matthew De Maio, autore anche di “Il mito mortale dei regimi secolari arabi“, passa in rassegna alcuni comportamenti tipici dei dittatori dei paesi arabi (Bashar al-Asad, Abd al-Fattah al-Sisi, Moammar Gheddafi), principalmente familismo in economia e attacco continuo ai media “nemici” nel campo dell’informazione.

A partire dalla fine di dicembre, ho osservato i comportamenti di quei dittatori nei confronti di Trump e viceversa: mi sembra che si esprima una certa soddisfazioneda ambo le parti. A qualche ora dal discorso di inaugurazione di Donald Trump, Mona Eltahawi scrive un fondo per il New York Times intitolato “Il Sisi americano“:

“Sembra uno dei nostri despoti” mi ha detto un amico dopo aver visto Donal J. Trump parlare alla sua inaugurazione. È stata una dichiarazione di intenti degna di Abd al-Fattah al-Sisi, il nostro generale diventato presidente. È stato incredibile vedere come Trump abbia provato a dare agli Stati Uniti la forma dell’Egitto, dove i militari ci hanno governato, in una forma o in un’altra, per più di sessant’anni. Non sorprende che Trump abbia chiamato Sisi “un ragazzo fantastico” quando si sono incontrati l’altr’anno a New York. Non sorprende che il primo leader straniero ad aver chiamato Trump per congratularsi della vittoria elettorale sia stato Sisi.

Grazie a un articolo di Milan Vainshav su The Diplomat, ho preso coscienza del fatto esiste un tratto comune – che definirei populista – fra gli schemi propagandistici di Trump e quelli di un certo numero di politici indiani dal profilo quasi criminale:

“Negli ultimi anni ho fatto ricerche per un libro sui politici in India, dove almeno un terzo dei politici che hanno vinto un posto alle elezioni del 2014 nonostante siano stati chiamati in causa almeno una volta in un casi criminali. Ben lungi dall’essere rifiutati dagli elettori, questi politici non tradizionali sono stati riccamente premiati dagli  elettori. E le loro strategie sono incredibilmente simili a quelle che Donald Trump ha messo in campo con aplomb nelle elezioni presidenziali del 2016″

E grazie poi a un articolo del Manifesto, dal titolo “Il mondo liquido della propaganda“, mi sono reso conto di quanto anche quello di Trump sia un pofilo quasi criminale. Dopo una lunga riflessione, che passa per la considerazione del differenziale esistente fra retoriche dittatoriali e democratiche, ho concluso che quest’ultimo elemento ha a che vedere con l’ecologia politica nella quale agiscono indiani e statunitensi: una democrazia. L’unica risorsa che questi altrimenti impresentabili leader politici hanno per vincere in una democrazia è “farsi popolo”.

I populismi, in una democrazia, rastrellano consenso e voti, orientano le scelte politiche di tutti gli attori in campo. In una dittatura – dove misurare il consenso in base a un’elezione è un esercizio inutile – sono parte integrante di un discorso che si fa unico, poiché il dissenso non ha (quasi) modo di esprimersi. E, ritornando a De Maio, sembra proprio che un Trump, e prima ancora tante destre europee, dei regimi abbiano il mito. Molti di questi soggetti pensano che un Asad o un al-Sisi siano gli unici interlocutori possibili, in qualche forma li ammirano o, meglio, ammirano quella forma di governo dittatoriale che permettebbe loro di cancellare il dissenso e agire indisturbati. Spesso questi populismi prendono quelle dittature a esempio, e qui veniamo all’ultimo dei tratti comuni: il nazionalismo. Leggendo il discorso di insediamento di Trump, spicca – oltre al ricorrere specie in partenza della parola “popolo” – un riferimento ossessivo all’America e a tutto ciò che è americano.

Per rendere visivamente l’impressione che ne ho ricevuto – cioè di un binomio populismo-nazionalismo molto accentuato – ho fatto fare al computer le wordcloud del discorso inaugurale di Trump ieri e quello di Obama nel 2009. Rendono meglio di ogni altra cosa, credo, ciò che intendo dire. Da una parte la semplificazione lessicale di Trump (la nuvola è molto meno densa di quella di Obama), dall’altra le parole “America”, “American” e “Americans” in bella vista (mentre in Obama spicca, ma meno, la parola “nation”).

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La cloud del discorso di Donald Trump
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La cloud del discorso di Barack Obama

 


Trump e i suoi amici arabi