Cos’è cambiato a un anno dall’omicidio di Giulio Regeni

Tutto quello che è stato fatto o che si sarebbe dovuto fare in Italia dopo il 25 gennaio 2016.

Il primo febbraio 2016 Giulio Regeni era scomparso già da sei giorni. Amici e attivisti italiani avevano subito creato l’hashtag #whereisgiulio, perché sei giorni senza contatti sono un’enormità nell’Egitto di al-Sisi. In più, il ricercatore non era scomparso in un luogo qualunque in un giorno qualunque: il 25 gennaio è l’anniversario della rivoluzione egiziana, un giorno in cui la tensione degli apparati di sicurezza è alle stelle e le manifestazioni sono vietate, specialmente in un luogo simbolico come piazza Tahrir. Proprio in quell’area, blindatissima, Regeni abitava. Sappiamo che è uscito dalla sua abitazione per andare a una cena, e che poi è stato preso da individui non ancora conosciuti.

Le circostanze facevano immediatamente pensare a uno di quei “fermi,” cioè arresti informali, molto frequenti in Egitto. Si è iniziato dunque a cercare nelle questure, nei primi giorni, con la consapevolezza che il fermo poteva—su pressioni dell’ambasciata—essere “convertito” in arresto, cioè in un qualcosa da cui tutto sommato, seguendo le regole e facendo valere i propri motivi, si sarebbe potuti uscire.

Un attivista intervistato da Francesca Paci tre giorni dopo il ritrovamento del corpo del ricercatore ha detto: “Lo avremmo salvato come il comico Islam Gewish. Invece, tenendo il profilo basso, abbiamo perso tempo. Giulio è morto poco prima che lo ritrovassero, il sangue era ancora fresco.”

Seguendo la linea del basso profilo, che fino a quel momento aveva funzionato, l’Ambasciata italiana aveva lavorato per sei giorni ma alla fine, il 31 gennaio, aveva diramato un comunicato in cui si auspicava la collaborazione con le forze di sicurezza egiziane. Il 3 febbraio, come noto, il corpo di Giulio Regeni è stato ritrovato e subito è trapelata la notizia che lo studioso aveva subito terribili torture.

A quel punto sapevamo praticamente tutto, o almeno: avevamo tutti gli elementi per pensare che le responsabilità dell’omicidio fossero da ascrivere a un qualche settore della sicurezza egiziana.

Ma ci è voluto un po’ prima che in Italia se ne prendesse veramente atto. Le autorità egiziane fornivano storie sempre diverse, tutte contrastanti. Quando la polizia ha fatto ritrovare i documenti di Giulio Regeni in casa di uno dei suoi presunti rapitori, tutti uccisi in uno scontro a fuoco con gli agenti, si è capito a che gioco si stava giocando.

Una foto degli effetti personali attribuiti a Regeni diffusa dopo l’annuncio del Ministero dell’Interno egiziano dell’uccisione della banda dei “sequestratori”, il 24 marzo del 2016.

Nonostante l’evidenza, in Italia non si è andati dritti al punto. Se escludiamo pochi casi, i media in quelle settimane hanno accumulato una sopra all’altra imprecisioni e ipotesi spesso fantasiose: scontri fra servizi segreti, Regeni che in realtà era una spia (italiana o inglese), il coinvolgimento dei Fratelli Musulmani, le reticenze di Cambridge, dove Regeni stava svolgendo il suo dottorato, la “responsabilità morale” dei “cattivi maestri” di Regeni, ossia di quei tutor e docenti che lo seguivano nelle sue ricerche.

A queste ipotesi si sono sommati veri e propri depistaggi, insabbiamenti, teorie del complotto e diversioni, la cui principale quadra stava nel negare le responsabilità del regime, e specialmente del suo capo.

Fin da subito l’Italia ha scelto di seguire la strada della collaborazione giudiziaria e di una (blanda, a dir la verità) trattativa diplomatica. Dopo mesi di un balletto costellato di lentezze, ostacoli, silenzi e anche prese in giro, l’allora Ministro degli esteri Paolo Gentiloni ha deciso di richiamare in Italia l’ambasciatore Maurizio Massari per consultazioni. Da quel giorno la “pressione” politica dell’Italia sul regime di al-Sisi si è sostanzialmente fermata. Con il ritiro dell’ambasciatore era terminata un’azione a dir poco timida, mentre la strada giudiziaria—l’unica rimasta in piedi—procedeva con lentezza esasperante.

A qualche mese dal fatto, insomma, gli schemi narrativi su cui tanti si erano esercitati (complotti e spie, spie e complotti) erano stati già tutti buttati giù: la loro cifra era da una parte la negazione di un fatto evidente, e dall’altra l’esagerazione.

La negazione stava nel trattare quello di Giulio Regeni come un caso isolato. E su questo tema la famiglia Regeni, insieme all’avvocata Alessandra Balllerini, Amnesty International e con il supporto del senatore Luigi Manconi sono stati molto chiari, già alla fine di marzo. Come ha dichiarato allora la madre di Regeni, Paola Deffendi, “continuo a rinnovare il nostro dolore, un dolore necessario. Non possiamo dire, come ha detto il governo egiziano, che è un caso isolato… Non questo. Giulio, cittadino italiano, è un cittadino del mondo. Quello che è successo a Giulio non è un caso isolato rispetto ad altri egiziani, e non solo.”

L’esagerazione invece stava nel volere a tutti i costi inserire l’omicidio e la tortura di Regeni in un disegno “ampio”, in un complotto ordito da qualche entità segreta, egiziana o straniera, per screditare il regime o per rovinare le relazioni fra Italia ed Egitto.

Proprio in tema delle relazioni tra i due paesi da mesi si inseguono voci di ritorno dell’ambasciatore,  unico elemento ad animare un piano politico sostanzialmente fermo. Mentre alcuni hanno sostenuto che l’ambasciatore debba tornare, voci di tendenza opposta—cioè verso un inasprimento delle relazioni—non si sono alzate, almeno nel mondo dei media (Amnesty international, invece, è stata molto chiara in proposito). Quello che hanno fatto i media invece è un incessante riciclo delle notizie, spesso spacciate per “novità” e arricchite di qualche dettaglio, quasi sempre fatto passare per “rivelazione.”

Questo “secondo giro” ha raggiunto punti anche molto alti. Ad esempio quando si è provato, per la seconda volta, ad attribuire colpe a istituzioni e persone che ruotavano attorno alle attività accademiche di Regeni: l’università di Cambridge e i tutor del ricercatore (vedi anche gli update qui e qui).

Un secondo giro c’è stato anche per il colonnello Omar Afifi, a suo tempo (2008) fuggito dall’Egitto dopo aver pubblicato un libro su come non rimanere intrappolati nelle maglie della sicurezza egiziana. A febbraio del 2016 su Facebook aveva pubblicato un lungo post su come secondo lui erano andate le cose, aggiungendoci quel pizzico di cospirazionismo che ha caratterizzato altre sue uscite. Il 6 aprile quello status, quasi intonso, veniva inviato in forma anonima a Repubblica, che lo ha ripreso senza citare l’antecedente. Più avanti, in agosto, Presa Diretta è anche andata negli Stati Uniti a intervistare Afifi.

Ora, a tre giorni dall’anniversario della scomparsa di Giulio Regeni, è stato il turno di un video girato con una microcamera della polizia egiziana e diffuso dalla televisione di Stato egiziana. Soffermiamoci un attimo sul suo contenuto.

Nel breve girato vediamo Giulio Regeni che parla con il leader del sindacato degli ambulanti e informatore della polizia egiziana Mohammed Abdallah (non vediamo l’uomo, effettivamente, ma si presume sia lui intento a compiere un lavoro di “ordinaria delazione”).

Il dialogo ci conferma quanto già sapevamo circa il progetto di Regeni di fungere da tramite con una organizzazione non governativa britannica, Antipode, per avviare una forma di assistenza alle attività del sindacato. Ci conferma anche la correttezza del ricercatore, che sottolinea la sua posizione di accademico, e capiamo perché questi avesse un giudizio fortemente negativo di Abdallah: nei suoi diari, lo descriveva come una “miseria umana”.

Tutti questi particolari erano emersi a settembre, insieme alle date in cui i fatti si erano svolti—inizio gennaio, anche se del fastidio che Regeni aveva provato nel trattare con Abdullah sapevamo già in marzo.

Qualche giornale italiano dopo la diffusione del video ha parlato di una certa insistenza di Abdallah nell’indicare Regeni come spia. E c’è chi ha seguito questa “pista” ipotizzando che tutta questa storia fosse all’origine della scomparsa del dottorando. Che, insomma, qualcuno abbia deciso di interrogarlo perché Abdallah insisteva.

Può essere, certo. È una delle tante ipotesi. Ma noi sappiamo con certezza che Abdallah ha cambiato spesso versione dei fatti. La prima volta che fu intervistato negò di aver detto qualcosa alla polizia. L’ultima disse che non era stato il regime a uccidere Giulio Regeni ma coloro che lo avevano arruolato come spia.

E sappiamo anche che Abdallah non ha mai detto nulla che non portasse acqua al mulino del regime: nessuno—in Egitto—ha pensato mai di interrogarlo, o trarlo in arresto.

Dobbiamo quindi sottolinearlo di nuovo: quello che è passato è un video del regime, girato da un informatore del regime, pubblicato da una televisione del regime a tre giorni dal 25 gennaio. Certo, di esso gira adesso anche una versione la cui fonte è Polizia di Stato italiana. Perché il video era in possesso degli inquirenti da diversi mesi e ora, evidentemente, è uscito fuori. Vorrà dire qualcosa il fatto che gli italiani, finora, non abbiano ritenuto opportuno formulare una rogatoria internazionale per interrogare Mohammed Abdallah.

Se il video colpisce non è quindi per motivi investigativi. C’è da chiedersi, ora che ce lo danno in pasto, se almeno operazioni di pubblicazione di questo tipo possono avere la funzione di tenere alta l’attenzione sul caso. E, contestualmente, quale tipo di attenzione eventualmente viene tenuta alta.

Perché ancora una volta ci viene proposto un “racconto” del quale potremmo fare a meno, se solo ci concentrassimo su quella banale e dunque terribile verità data dalla presenza di un regime sempre più dittatoriale e liberticida. Se ci concentrassimo, ad esempio, sulle tecnologie per spiare le persone che le aziende italiane stavano per vendere agli egiziani. O sulle politiche migratorie, che tendono a includere l’Egitto nella rosa dei paesi “terzi” considerati affidabili in quanto rispetterebbero i diritti dei migranti.

Purtroppo, queste non sono “storie.” Non acchiappano granché perché di trama ce n’è poca. Ma se vogliamo “verità” non possiamo che passare per quella strada.

Nulla è davvero cambiato rispetto al quadro che avevamo il 3 febbraio 2016. Qualcuno dice che l’intera vicenda ha danneggiato l’Italia in termini economici, permettendo ad altri attori di concludere affari in Egitto, ma il fatto non è supportato da dati. L’ENI ha per esempio continuato a operare in Egitto (e Descalzi nelle scorse settimane è stato ricevuto al Cairo nel quadro della sigla di alcuni nuovi accordi economici). In Egitto, invece, le cose sono cambiate in peggio. Di recente sono stati presi nuovi provvedimenti restrittivi della libertà di associazione, e i numeri della repressione aumentano in maniera incontrollata.

In questi mesi sono stato chiamato a parlare della vicenda di Giulio Regeni e della situazione egiziana in diverse occasioni e in diversi contesti. Ovunque ho trovato interesse e capacità di ascolto. Una parte della società italiana è matura e consapevole e ha fatto sentire la propria voce, ha chiesto verità e giustizia per Giulio Regeni.

Appare evidente, tuttavia, che senza questa pressione l’intera vicenda rischia di essere dimenticata. Per questo è necessario continuare a tenere alta l’attenzione, non arrendersi di fronte alla riproposizione di calcoli e stratagemmi utili solo a chi legge tutta la vicenda come un fastidioso impedimento all’ordinario prosieguo di relazioni e scambi economici.

Oggi è l’anniversario della scomparsa di Giulio Regeni, che Amnesty ricorderà con una manifestazione all’Università “La Sapienza” di Roma e una fiaccolata in molte città. E oggi—ricordiamolo—è anche l’anniversario della rivoluzione egiziana.


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