Un imperialismo minore: la paradossale parabola dell’Arabia Saudita

1. L’immagine dell’Arabia Saudita di oggi è costruita attorno a luoghi comuni che si specchiano fra loro.

Gli storici «interni», ansiosi di compiacere il re (malik), punteranno tutta la loro attenzione sul movimento riformatore dei wahhabiti che, trovando una sponda politica e militare nei leader della tribù dei Sa‘ūd, portarono la Penisola Arabica a essere ciò che è oggi. Questo racconto si troverà in accordo con la percezione, ampiamente diffusa, di un paese costruitosi attorno a un’interpretazione al tempo stesso radicale e conservatrice dell’islam.

Le istituzioni dello Stato saudita sono oggi effettivamente disegnate attorno a questa narrazione e la deriva più popolare cui essa dà adito recita che «la costituzione dell’Arabia Saudita è il Corano». Il fatto può compiacere le parti più conservatrici della cittadinanza saudita così come la schiera di islamofobi convinti che il regno sia la causa di tutti i mali del mondo, ma la questione è leggermente diversa.

Varrà la pena di approfondirla, per stabilire come la religione non sia stata l’unico motore nella formazione di questo paese. Un ruolo fondamentale lo ha avuto anche il fattore etnico-linguisticotribale paradossalmente trasfigurato in un’identità nazionale non priva di derive nazionaliste.


2. Fino al 1992 l’Arabia Saudita non aveva una legge fondamentale né una costituzione. Lo Stato saudita era il re, coadiuvato dalla sua corte. E la gestione amministrativa era affidata in prima istanza agli ‘ulamā’, personale costituito da «sapienti» di scienze religiose appartenenti alla denominazione confessionale professata dal monarca: la wahhābiyya (i muwaḥḥidūn secondo la denominazione interna).

Il momento storico era importante. All’indomani dell’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein (1990) e dopo che gli Scud iracheni ebbero colpito la saudita al-Ẓahrān e le truppe di Baghdad attaccato al-Ḫafğī, sul territorio nazionale erano affluiti copiosi contingenti americani, francesi e britannici. Ciò aveva offeso le frange più conservatrici dell’opinione pubblica saudita – compreso Osama bin Laden – che vedevano il proprio re come «custode dei due luoghi santi», La Mecca e Medina, e il proprio paese come un luogo «intoccabile». Al netto dell’opposizione interna, tuttavia, nel quadro bellico venutosi a creare la struttura statale indefinita non reggeva più, soprattutto dal punto di vista delle relazioni internazionali.

Così, all’inizio del 1992, re Fahd emanò un decreto (a/90) sul «sistema basilare di governo» o «legge fondamentale». Al primo articolo si legge: «Il regno arabo saudita è uno Stato arabo islamico, sovrano, di religione islamica, la cui costituzione è il Libro di Dio Altissimo e la Sunna del suo Inviato, che la benedizione e la pace di Dio siano su di lui. La sua lingua è l’arabo e la sua capitale è Riyad».

Vale la pena entrare nel dettaglio qui, perché questo primo articolo sintetizza, in due righe, la storia dell’Arabia Saudita e tutte le sue contraddizioni. Prima di tutto, racconta di una monarchia assoluta la cui autorità deriva dal Corano e dalla Sunna (art. 7). L’articolo 6 specifica che i cittadini giurano fedeltà (bay‘a) al re sui testi sacri, un contratto di sudditanza nel quale il sovrano stesso (art. 5), giurando a sua volta su quei testi, si fa garante del rispetto del canone religioso.

Il patto evidentemente si rompe – ripensiamo a Osama bin Laden – se il monarca non rispetta quel giuramento ospitando truppe di «infedeli» sul proprio territorio. E si rompe anche se quel canone religioso non è ecumenico, ovvero se l’islam che si professa non è l’islam di tutti i cittadini/sudditi. La legge fondamentale dell’Arabia Saudita non specifica in che forma lo Stato è «islamico».

Va da sé, visto questo impianto, che l’islam dell’Arabia Saudita è sostanzialmente l’islam del re. E questi storicamente lega le sue fortune politiche al movimento religioso noto come wahhābiyya. Ciò tuttavia non implica che i sudditi sauditi siano tutti wahhabiti, bensì che essi si pieghino al canone religioso del loro sovrano. Senonché il wahhabismo dal punto di vista religioso presenta alcune caratteristiche specifiche.

Si tratta di un movimento nato alla metà del Settecento in un’area specifica dell’odierna Arabia Saudita, il Nağd, con intenti riformatori, volendosi più ortodosso dell’ortodossia sunnita, rappresentata dalle quattro scuole giuridiche tradizionali (anafiyya, mālikiyya, šāfi‘iyya e anbaliyya). Un movimento che divenne politico nel momento in cui, nel 1744, ‘Abd al-Wahhāb e Muḥammad ibn Sa‘ūd si allearono per formare il primo nucleo di potere attorno al quale, quasi due secoli dopo, nacque l’attuale regno dell’Arabia Saudita.

Lungo tutto il processo di formazione del regno la wahhābiyya è stata considerata un’eresia dai sunniti. E al summit del settembre 2016 fra duecento importanti personalità sunnite tenutosi a Groznyj 1 – e voluto da Putin per chiare motivazioni geopolitiche – la cosa è riemersa. Di fatto, la wahhābiyya non ha una tradizione di rilievo dal punto di vista giuridico e si poggia sulla più chiusa delle suddette scuole sunnite, quella hanbalita. Ma in Arabia Saudita è molto forte anche la tradizione malikita, che rivendica la propria primazia sulle altre – probabilmente a torto – essendo collegata ai «costumi di Medina», la città di adozione del profeta Maometto.


I sauditi nella guerra fredda Declich 317

Carta di Laura Canali


 

Inoltre, la mappa confessionale dell’Arabia Saudita ancora oggi non è affatto monocolore. Ciò appare chiaro se si separa il fattore politico (wahhābiyya dominante) da quello religioso (sunniti-sciiti, suddivisioni interne al sunnismo) in una prospettiva storica.

Nel Nağd, la parte centrale del paese dove sorge Riyad, prevale la scuola hanbalita, egemonizzata dai wahhabiti. Lo Ḥiğāz, l’area occidentale del paese in cui sorgono La Mecca e Medina, è di tradizione principalmente malikita e, in misura minore, shafiita, sebbene nel tempo su queste tradizioni si sia spalmato un wahhabismo istituzionale. L’area meridionale (‘Asīr, Ğāzān, Nağrān) è storicamente molto composita dal punto di vista religioso: i sunniti appartengono alle scuole malikita e shafiita ma vi è anche una comunità sciita ismailita (1,5 milioni di persone) e una comunità sciita zaidita (correligionari degli zaiditi dello Yemen, un milione). Nell’Est petrolifero (al-Aḥsā’ e al-Qaṭīf), affacciato sul Golfo Persico, vivono in stragrande maggioranza sciiti imamiti (la denominazione della religione di Stato iraniana, fra il 5 e il 10% della popolazione saudita), con presenze sunnite di scuola malikita, shafiita, hanafita.

Vero è che i dati statistici sulla composizione religiosa dell’Arabia Saudita sono ambigui e insufficienti. Tuttavia, leggendo la mappa religiosa del paese e incrociandola con il dato politico riusciamo a tracciare la storia della conquista saudo-wahhabita dei territori oggi radunati sotto il nome di Arabia Saudita: la storia di un imperialismo minore.

Dal Nağd, a partire dal 1744, l’accoppiata tribale-religiosa si espande e si contrae militarmente in territori compresi nell’odierna Arabia Saudita – talvolta oltre – usando principalmente lo strumento della razzia. Fino a scomparire temporaneamente, nel 1818, dopo il saccheggio di Dir‘iyya, la capitale dell’emirato di allora, da parte di truppe egiziane inviate dagli ottomani. L’alleanza risorge nel 1824, quando un nuovo saudita si riprende Riyad e di lì si espande verso il Golfo Persico e nel Nağd, senza tuttavia arrivare allo iğāz. Tale fase si chiude una settantina di anni più tardi, nel 1891 quando, dopo aver perso le aree costiere per mano degli ottomani, i sauditi vengono sconfitti dai rivali Rašīd di Ḥā’il nella battaglia di Mulayda e dopo qualche anno di peregrinazione trovano rifugio in Kuwait.

Nel periodo dal 1891 al 1932, data di nascita ufficiale dell’odierno reame, i sauditi non fanno che provare a ristabilire il loro potere sulle aree di provenienza e, partendo da lì, su quelle occupate o razziate in precedenza. Il tutto si incrocerà con la prima guerra mondiale e dunque con una più decisa presenza soprattutto britannica nell’area: con il trattato di Darin del 1915 il dominio saudita era divenuto protettorato britannico.

Ufficialmente la dinastia viene fondata da ‘Abd al-‘Azīz al-Sa‘ūd. Sultano del Nağd nel 1921, diviene re di Ḥiğāz e Nağd nel 1926. Il periodo si chiude con il trattato anglo-saudita del 1927 in cui le due parti riconoscono i rispettivi domini (i sauditi nel Nağd e nello Ḥiğāz, i britannici sulla costa del Golfo). E con una rivolta interna lunga almeno tre anni e poi sedata (1927-1930), quella di alcuni settori degli iḫwān («fratelli»), fino a quel momento il braccio armato più affidabile dei sauditi, più vicini al wahhabismo originario e militarmente più aggressivi dei Sa‘ūd.

Si tratta di uno snodo importante se lo si considera il primo esempio di un’opposizione radicale a un’élite che, secondo gli insorti, si prestava troppo al compromesso ideologico-politico e, insieme, religioso. Un motivo che ritroveremo più volte nei decenni successivi: negli anni Cinquanta-Sessanta con lo sbarco dei Fratelli musulmani e del loro velato panarabismo; alla fine degli anni Settanta, con l’assedio della moschea della Mecca da parte di Ğuhaymān al-‘Utaybī, discendente di una famiglia di insorti del 1927; e poi negli anni Novanta, con la decisa emersione dell’opposizione religiosa, denominata Ṣaḥwa (risveglio) che, dopo essere stata inglobata nel discorso religioso nazionale, fornirà a bin Laden lo spunto per lanciare il jihād sul suolo saudita.


3. In tutto questo periodo, e oltre, la fonte della legittimità saudita è proprio il wahhabismo. Ecco perché, nell’ottica imperiale di cui sopra e anche per contrastare l’opposizione radicale, il re saudita si definisce wahhabita. Ciò origina diverse contraddizioni sia nell’Est sciita petrolifero sia nella natura – tutta politica – del dominio dei Sa‘ūd. Esso appare tanto più fragile quando guardiamo alle città sante, di cui i sauditi nella legge fondamentale si dichiarano custodi (art. 27) e che sono il simbolo più luminoso dell’universalismo e del cosmopolitismo islamico.

La legge fondamentale registra questa fragilità, mantenendo un riferimento ossessivo ma generico all’islam proprio perché la wahhābiyya si connota come un elemento identitario e dottrinale-politico dalla vocazione egemonica. Contemporaneamente, essa introduce altri fattori identitari che rivelano una visione nazionale dello Stato saudita. Primo fra tutti il riferimento all’arabità che, associata all’elemento tribale, è paradossalmente molto più forte qui che non in paesi come l’Egitto o la Siria costituiti attorno a un panarabismo aconfessionale.

Islamità e arabità si rafforzano a vicenda in una lettura integrale delle due identità: è nella Penisola Arabica che nasce l’islam, è nella Penisola Arabica che nasce l’arabo coranico. Il coacervo di dialetti diventa lingua nel momento in cui viene messo per iscritto il libro sacro: quella lingua renderà poi arabe le popolazioni che la parlano e arabi i poteri – il califfato e poi i sultanati – che ne fanno uso nell’amministrazione.


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Carta di Laura Canali


 

I sauditi legittimano insomma il loro potere – effettivamente imperiale – proclamandosi musulmani e arabi puri, attribuendosi il ruolo di campioni in tutti e due i casi. La legge fondamentale del 1992 è, in questo senso, lo specchio di questa retorica ma il vero anno di fondazione è il 1932, con la proclamazione del regno dell’Arabia Saudita. In quel momento si stabilisce infatti il passaggio da un dominio di tipo locale – le entità precedenti su cui il re saudita imperava, il sultanato del Nağd e il regno dello Ḥiğāz, erano percepite come tradizionali nei rispettivi contesti regionali – a una dimensione effettivamente nazionale 2.

A dispetto del luogo comune è dunque l’elemento nazionale, non quello religioso, a nascere insieme all’Arabia Saudita. Questa nascita comporta due sviluppi. Il primo è la negazione o la sottomissione di identità locali ben delineate e strutturate. Il secondo è l’accomodamento nella relazione fra personale religioso ed entità politica: oltre a consegnare agli ulamā di Riyad le chiavi dell’ortodossia – in particolare alla famiglia Āl Šayḫ discendente di ‘Abd al-Wahhāb – il re seda la suddetta rivolta degli iḫwān che gli rimproveravano fra le altre cose di essere giunto a patti con i britannici «infedeli» 3.


Le partite dell'islam viste da Riyad Declich 317

Carta di Laura Canali


 

L’elemento nazionale inizia oggi ad acquisire maggiore rilevanza nella mutata situazione geopolitica. Come sottolinea Theodore Karasik su The National di Abu Dhabi, «il nazionalismo saudita può definirsi come l’idea in base alla quale una singola identità agisce come collante sociale tra le divisioni interne al regno. Lo storico saudita ‘Abd Allāh al-‘Uṯaymīn 4 lo dice bene: “In prima battuta sono figlio della Penisola Arabica. Le regioni della penisola sono state unificate sotto il regno. Dunque sono saudita”. 

iğāz, Nağd e Provincia Orientale servono come suddivisioni geografiche di base e il Nağd è visto come la culla del nazionalismo saudita perché non è stato mai soggetto a conquiste straniere. A livello locale, naturalmente, i sudditi sauditi sono divisi non soltanto per città e cittadine ma anche per tribù. Ciò che li unisce è l’idea e la motivazione di essere “sauditi”. Questo si ritrova ovunque, dalla televisione ai sermoni, alla passione per il calcio. La saudizzazione in sé è un ulteriore, più recente meccanismo unificante.

L’istituzione di un grande ministero dell’Educazione sotto re Salmān è parte di un piano per instillare, nutrire e promuovere l’identità saudita. E in questo momento, in cui il reame fa fronte a diverse minacce, dagli ḥūṯī nel Sud del paese all’organizzazione dello Stato Islamico nell’Est, il nazionalismo sta assumendo un nuovo significato. Fin da quando la coalizione guidata dai sauditi ha lanciato le operazioni nello Yemen, alla fine di marzo [2015], il gran mufti del regno, ‘Abd al-‘Azīz al-Šayḫ ha chiesto il supporto nazionale e la leva militare. Questo significa molto, perché è la famiglia Āl Šayḫ, interprete ufficiale del wahhabismo, a fornire la base religiosa al nazionalismo saudita» 5.

Secondo l’analista di stanza a Dubai, gli attacchi dello Stato Islamico nell’Est sciita sono un attentato proprio al discorso nazionale saudita, perché rilanciano quella retorica antisciita che lo contraddice. Una retorica che mira direttamente alla pancia di quei puristi che vorrebbero cancellare i safavidi dal regno. Risalendo la storia per rintracciare le minacce al discorso nazionale saudita, Karasik ripercorre le stesse tappe cui abbiamo accennato e la cui prima fiammata data 1927, la rivolta degli iḫwān. Dunque, «sebbene l’idea del nazionalismo non sia nuova, essa è diventata decisamente importante ora. Il re e i suoi successori (…) sicuramente spingeranno sull’agenda nazionalista» 6.


4. Un altro grande evento si verificò proprio a un anno dalla proclamazione del regno saudita: la concessione sessantennale che il re Sa‘ūd accordò alla Standard Oil Company of California (Socal) per l’esplorazione e lo sfruttamento del petrolio della Provincia Orientale di al-Aḥsā’.

Il fatto fu preceduto da un accenno di crisi petrolifera internazionale che James Wynbrandt descrive così: «Nel 1920 il futuro presidente della Standard Oil Company of New Jersey avvertiva che i depositi di petrolio in Texas e Oklahoma erano in via di esaurimento. Allo stesso tempo uno dei maggiori esperti di geologia concluse che gli Stati Uniti si sarebbero trovati a corto di risorse petrolifere domestiche in meno di vent’anni. Nel frattempo, il senatore Henry Cabot Lodge esprimeva preoccupazione per la crescente egemonia britannica nel mondo delle forniture di petrolio e ufficiali della Marina americana si dissero preoccupati per la possibile inadeguatezza delle riserve domestiche.

Queste preoccupazioni spinsero il governo degli Stati Uniti ad assistere le compagnie petrolifere nella loro ricerca di una crescita a livello internazionale. Alla conferenza di Sanremo, aprile 1920, si convenne di discutere il futuro delle terre prima appartenenti all’orbita ottomana e il governo americano chiese una politica delle porte aperte per l’attività commerciale e per l’accesso delle compagnie petrolifere statunitensi. Ciò era in contrasto col piano britannico e francese di monopolizzare i territori per i propri interessi» 7.

La vicenda della concessione petrolifera – che vide protagonisti il consigliere britannico del re saudita, St. John Philby, e il businessman e diplomatico americano Charles Crane –  andò di pari passo all’apertura delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, che divennero poi un pilastro della politica saudita nei decenni seguenti. Il sovrano di Riyad si era indebitato dopo aver avviato una prima modernizzazione del paese – non senza problemi interni dovuti all’opposizione di alcuni religiosi – introducendo il telegrafo e la radio. Inoltre, aveva affrontato le spese della guerra contro gli iḫwān e ristrutturato l’acquedotto di Gedda: gli americani gli diedero l’occasione per risanare le casse dello Stato.


Sunniti e sciiti Iran Arabia Saudita Declich 317

Carta di Laura Canali


 

Nel 1939, un anno dopo la scoperta del primo pozzo ad al-Ẓahrān, il primo carico di petrolio salpò dal futuro hub di Ra’s Tannūra dopo che nell’affare era entrata la Texaco con il 50%. Nel 1944 la California-Arabian Standard Oil Company, sussidiaria della Socal creata appositamente nel 1933, diveniva Arabian American Oil Company (Aramco) e nel 1948 entravano a far parte del mercato la futura Exxon e la futura Mobil (che poi si fusero). Due anni dopo, re ‘Abd al-‘Azīz costrinse l’Aramco, minacciandone la nazionalizzazione, a condividere i profitti al 50%.

Dopo la nascita dell’Opec nel 1960 e anche a seguito della conferenza di Bretton-Woods che di fatto legò l’oro nero al dollaro, i sauditi – nell’arco temporale 1973-1980 segnato dalla guerra del Kippur e dalla crisi petrolifera mondiale – acquisirono definitivamente l’Aramco. Che nel 1988 divenne Saudi Aramco (Saudi Arabian Oil Company), com’è oggi conosciuta. Nel nuovo millennio la deriva «proprietaria» si è invertita, seguendo il moto della finanziarizzazione mondiale: è dell’anno scorso l’annuncio dell’intenzione di vendere fino al 5% della compagnia petrolifera più ricca al mondo.

Il petrolio in Arabia Saudita ha storicamente sollevato due macroproblemi. Il primo: Aramco, per sviluppare il proprio potenziale, si appoggiò a tecnici stranieri «infedeli», provocando malumori del tutto simili a quelli cui assistiamo oggigiorno sul tema delle basi occidentali sul territorio nazionale. Il secondo: a una politica tesa a formare i propri cittadini per ricoprire ruoli nell’industria petrolchimica, lo Stato saudita accoppiò lo sfruttamento di manodopera a basso costo straniera. Ai lavoratori non specializzati, in un primo momento provenienti principalmente da altri paesi arabi (Egitto, Yemen, Giordania, Siria, Kuwait) poi anche da nazioni non arabe e/o non musulmane (Pakistan, India, Filippine), vennero subito negati i più elementari diritti. Tanto da istigare un primo sciopero già nel 1945. Nel 1953, per fronteggiare una protesta di ventimila lavoratori di Aramco, il re ricorse persino alla legge marziale 8.

La politica saudita nei confronti dei lavoratori stranieri – compresi gli «espatriati» arabi e non, chiamati a ricoprire ruoli rilevanti – è la stessa del resto delle petromonarchie del Golfo: la non inclusione. A essa si accompagna una strategia di sussidi ai cittadini sauditi, fornendo loro un privilegio strutturale rispetto a coloro che effettivamente costruiscono la ricchezza del paese e non hanno alcuna possibilità di scalata sociale – se non nel momento in cui, dopo aver accumulato qualche ricchezza nel regno, tornano nei paesi di provenienza. Come sottolinea Adam Hanie, si è costruita nel tempo una sorta di «società senza società» 9 in cui ai lavoratori arabi, nei decenni, si sono sostituiti i lavoratori dell’Asia meridionale, meno motivati a rimanere nel paese e quindi sempre più invisibili.

Il principale sviluppo storico-economico determinato dalla nascita dell’economia petrolifera, della quale l’Arabia Saudita è importante beneficiario, è il flusso di cassa che il re e la sua corte si trovano a gestire. Nei primi decenni, il suo aumento esponenziale – poi adagiatosi su ritmi di crescita meno sostenuti – si tradusse quasi soltanto in un’enorme disponibilità di denaro, dilapidato nelle forme dalle quali traiamo la nostra memoria esotica del regno, fatta di rubinetti d’oro e automobili chilometriche. In seguito, è diventato un fattore strutturale di un’economia mondiale sempre più finanziarizzata, di cui in Arabia Saudita coglierà i frutti soprattutto una nuova e più globalizzata classe di mercanti, principalmente costruttori 10.

In questo contesto, tutti gli elementi di contraddizione di lungo periodo precedentemente rilevati continuano a operare all’interno del regno, reagendo o interagendo in forme solo parzialmente nuove. Uno degli esiti è il suddetto revival nazionalista. Come pure una marcata ambizione geopolitica che si alimenta con mastodontiche spese militari.

E infine degenera con l’esplosione della rivalità regionale con l’Iran.


Limes, 3/2017.  http://www.limesonline.com/cartaceo/un-imperialismo-minore-la-paradossale-parabola-dellarabia-saudita