Sei cose che devi sapere per capire cosa sta succedendo nel Golfo

C’è una relazione tra la visita di Trump in Arabia Saudita, le minacce contro il Qatar e quanto successo in Iran in questi giorni?

Negli ultimi giorni sono avvenute una serie di cose molto importanti in Medio Oriente—cose che rimescolano le carte e lasciano intravedere un futuro in discontinuità col presente e il recente passato. Per esempio:

Il 20 maggio Donald Trump è sbarcato in Arabia Saudita, ha firmato accordi economici, ha fatto un discorso molto allarmante e infine si è fatto fotografare con il re saudita Salman Al Saud e il dittatore egiziano Abd al-Fattah al-Sisi attorno a un globo luminoso. Il 5 giugno Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi, Egitto e Yemen hanno ritirato i loro ambasciatori dal Qatar e hanno chiuso le loro frontiere aeree e terrestri, isolando la piccola penisola affacciata sul Golfo Persico. Ufficialmente ciò è avvenuto perché il Qatar “fomenta il terrorismo.” Due giorni dopo un doppio attentato ha colpito la capitale dell’Iran, Teheran: il parlamento del paese e il mausoleo-moschea di Khomeini, il padre della Repubblica Islamica dell’Iran. Un terzo attacco, nella metropolitana della città, è stato sventato. Il bilancio è di almeno 13 morti.

Ora, la domanda principale è: c’è una relazione, e quale, fra questi eventi? Cercherò qui, nel modo più semplice che trovo, di spiegarlo, provando a collegare ciò che va collegato e a scollegare ciò che va scollegato. L’avvertenza è: tenete separate le due stelle polari dei soldi e della politica.

COS’È CAMBIATO NEGLI ULTIMI TEMPI NEL GOLFO, E PIÙ IN GENERALE IN MEDIO ORIENTE?

È cambiato che Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti, ha fatto la sua prima mossa ufficiale in politica estera: è partito per un giro di incontri e summit. Il primo paese che ha toccato, il 20 e 21 maggio, è l’Arabia Saudita, dove i regnanti avevano organizzato un “Riyadh Summit.” Qui Trump ha tenuto il suo primo discorso pubblico all’estero, passato nei media come “messaggio al mondo musulmano.”

Il discorso di Trump, negli effetti molto diverso da quello di Obama al Cairo del 2009, lo analizzeremo brevemente più giù; ora bisogna evidenziare la prima nota stonata. Donald Trump ha basato buona parte della sua campagna elettorale su temi islamofobi, e le ha sparate abbastanza grosse anche dopo, quando lo scorso dicembre ha detto di voler bloccare l’ingresso di tutti i musulmani negli Stati Uniti.

Poi, nel gennaio 2017, ha emanato il famoso “Muslim ban,” che vietava l’ingresso negli Stati Uniti a cittadini di sette paesi musulmani: Siria, Libia, Iraq, Somalia, Sudan, Yemen e Iran—paese, quest’ultimo, con cui gli USA nell’aprile del 2015 hanno siglato un accordo sulla non proliferazione nucleare che si aspettava da decenni, e che per molti versi aveva aperto una nuova stagione politica pregna di promesse di pace (poi non è andata esattamente così, specie in Siria).

A marzo Trump ha dovuto fare un passo indietro e, con un nuovo ordine esecutivo, ha escluso dal gruppo dei “cattivi” l’Iraq, allentando un po’ le maglie. Alla fine, però, anche il nuovo divieto è stato sospeso grazie alla sentenza di un giudice federale delle Hawaii. Il Muslim ban è stato insomma ritirato, e si è passati a vietare i tablet sugli aeroplani. Più che un ripiego, una Caporetto.

Già al tempo del Muslim ban, comunque, si era subito notato che nel divieto non comparivano l’Arabia Saudita (da cui era venuta la maggior parte degli attentatori dell’11 settembre 2001), e nemmeno le ricche monarchie petrolifere del golfo, paesi musulmani a tutti gli effetti. Si faceva dell’ironia su questo, sapendo che Trump è prima di tutto un uomo d’affari e che—da sempre—nel Golfo si fanno grossi affari.

Quando poi il presidente è andato proprio in Arabia Saudita a firmare un accordo economico da 400 miliardi di dollari si è definitivamente capito che tutta questa roba sui musulmani cattivi era pura fuffa ad uso propagandistico.

COSA HA COMPORTATO L’ACCORDO ECONOMICO?

Durante il summit a Riyadh sono state scattate alcune fotografie molto simboliche. Nella prima Trump, in un atto di deferenza, si inchina di fronte al re saudita Salman per ricevere il Collare di Abd al-Aziz, la medaglia onorifica intitolata al fondatore del Regno della Casa dei Saud, cioè l’Arabia Saudita.

Nella seconda Salman, Donald e Abd al-Fattah al-Sisi, cioè il presidente-dittatore egiziano, impongono le proprie mani su una palla lucente, volendo simboleggiare con questo gesto l’unità di intenti nello sconfiggere il terrorismo.

Questa seconda immagine va letta, perché alcune cose suonano un po’ storte: questi leader, infatti, hanno tutti qualche scheletro nell’armadio quando si parla di Islam e di terrorismo.

Anzitutto gli Stati Uniti sono, storicamente, una delle più efficienti macchine fabbrica-terroristi della storia, se non la più efficiente. A iniziare dal sostegno ai jihadisti che accorrevano in Afghanistan negli anni Ottanta per combattere l’invasore sovietico (fra di essi c’era anche Osama bin Laden), passando per prigioni come Guantanamo, dalle quali in molti escono—se escono—con l’irriducibile desiderio di distruggere, e finendo in quella vera e propria fucina del terrorismo che è stato l’Iraq durante l’occupazione americana, cui fanno da corollario luoghi infami come Abu Ghraib o Camp Bucca.

Quanto al re dei Saud, oltre a quanto già detto sull’11 settembre, c’è da ricordare—in tempi storici—il rapporto della corona saudita con la famiglia Bin Laden (lo zio di Osama è uno dei più danarosi “ricostruttori” della Mecca). Non starò qui a elencare quali e quanti gruppi di ispirazione jihadista vengono finanziati dai sauditi: diciamo solo che, quasi fosse una regola, il saudita conduce guerre per procura finanziando apertamente fazioni anche molto estremiste, ad esempio in Siria. Il saudita è il principale sponsor del wahhabismo, o meglio: il wahhabismo è di fatto l’Islam del re dei Saud e si rappresenta, prima di tutto, come un’entità-guardiano dell’ortodossia contro ogni “deviazione,” essendo una corrente dell’Islam molto chiusa ed escludente.

Abd al-Fattah al-Sisi, che di recente (28 e 29 aprile) ha ospitato al Cairo papa Francesco, si presenta invece come grande innovatore in campo religioso. Da diversi mesi cerca di imporre questa “innovazione” ai dirigenti di al-Azhar, la più blasonata università islamica sunnita al mondo di stanza al Cairo. Il fatto non ha nulla a che vedere con la vera libertà religiosa. Con il colpo di Stato, ad esempio, ha messo fuorilegge la Fratellanza Musulmana e imprigionato decine di migliaia di persone con l’accusa di appartenere all’organizzazione, definita “terrorista”. Il risultato è la criminalizzazione di un’ampia fetta di popolazione egiziana che aveva votato per Morsi (parliamo di almeno il 20 percento degli egiziani).

Si dà il caso, poi, che fra i nemici del re saudita ci siano proprio i Fratelli Musulmani, un’organizzazione politica islamista che fin dagli anni Sessanta del Novecento—con la sua azione dentro e fuori i confini dell’Arabia Saudita—minaccia l’autorità politico-religiosa del re, perché nella sostanza promuove forme di governo non monarchiche.

Riassumendo: è una triade molto male assortita, dal punto di vista “islamico”. Vi figurano un islamofobo; un wahhabita ultraconservatore (anzi: “il wahhabita” per eccellenza); e un sedicente innovatore che vuole imporre la propria versione dell’Islam. Dall’altro lato, quello della “lotta al terrorismo”, l’ensemble è invece abbastanza omogeneo: in un modo o nell’altro, direttamente o indirettamente, questi tre personaggi fabbricano quei terroristi che dicono di voler distruggere. E tutti e tre hanno dei nemici in comune, che chiamano “terroristi”.

Ad alcuni, me compreso, l’operazione della palla lucente è risultata molto minacciosa. Tanto più minacciosa dopo la lettura puntuale del discorso di Trump, nel quale il presidente americano ci spiega cosa cambia rispetto all’era del suo predecessore. Per introdurlo è bene sapere che il summit di Riyadh prevedeva un incontro multilaterale con i paesi del cosiddetto “mondo islamico”: ce ne erano una cinquantina, e vedendo l’elenco si poteva avere l’impressione che ci fossero proprio tutti. Invece no: Siria e Iran non erano stati invitati.

A ogni modo, il discorso di Trump “al mondo islamico” era sostanzialmente finalizzato a puntare il dito sui “cattivi”, cioè i non invitati. Soprattutto l’Iran, l’obiettivo principale; la Siria è stata considerata—non a torto, in fondo—come un’espressione minore. Oggi, in effetti, il paese è ridotta a uno spezzatino, e per molti versi è ostaggio dei paesi che in Siria combattono. E l’Iran è alleato con Bashar al-Asad.

Trump, di fatto, fa un discorso “al mondo musulmano” che risulta mutilato di una parte del mondo musulmano. Nel senso: non fa un discorso ai musulmani di qualsiasi provenienza—come in fondo fece Obama nel 2009; fa un discorso ai capi di governo di quelli che individua come suoi amici. E fa un discorso contro alcuni governi. Non è un discorso inclusivo e non è un discorso di pace. È un discorso di guerra, che torna alla dottrina di George W. Bush contro l’Iran.

È in questo contesto che Trump dice esattamente la stessa frase che diede a Obama il nobel per la pace: non è guerra all’islam, ma guerra al terrore. Il significato è però molto diverso. Si tratta in primis di una guerra contro un paese intero, e solo in seconda battuta contro la rete transnazionale terrorista. Sappiamo, visti gli esempi riportati su Afghanistan e Iraq, che questo tipo di guerra produce altri irriducibili terroristi.

Chiudendo e tradotto in “economichese”, cioè tornando all’accordo di cui sopra, si capisce perfettamente che i sauditi hanno comprato l’ostilità di Trump nei confronti dell’Iran. E che Trump, con questo suo discorso, ci abbia messo una pezza retorica. La politica di Obama aveva una coerenza interna, e tra le sue maglie andavano a incastrarsi gli interessi economici americani. Gli affari di Trump hanno una loro coerenza interna, e tra le sue maglie andrà a incastrarsi la politica USA.

OK, MA COME SI INCASTRA TUTTO QUESTO CON IL QATAR?

Il trinomio “affari—lotta al terrorismo che produco—ostilità nei confronti dell’Iran” finisce per dare mano libera ai sauditi, che si sentono autorizzati a fare un po’ quel che vogliono. Questa mano libera, però, può difficilmente esercitarsi direttamente contro il nemico numero uno, l’Iran. Almeno per ora: lo scenario sarebbe quello di una guerra catastrofica, dall’esito incerto, e un tracollo economico dietro l’angolo.

Succede dunque che i sauditi si guardano intorno e, oltre a continuare a distruggere lo Yemen, individuano nel Qatar la minaccia più vicina per una serie di motivi molto rilevanti. Eccone un paio:

1) Il Qatar condivide con l’Iran il più grande giacimento di gas al mondo, nel Golfo Persico. Motivo per cui i rapporti Qatar-Iran sono cordialissimi, e la cosa si riflette in una politica estera non ostile nei confronti di quel paese;

2) Il Qatar sponsorizza i Fratelli Musulmani in diversi modi e protegge anche i membri più estremisti di quella “famiglia,” ad esempio Hamas in Palestina;

3) Il Qatar ha una corazzata massmediatica decisamente imponente—l’ammiraglia è la tv satellitare Al-Jazeerache un giorno sì e l’altro pure esprimono la visione qatarina del mondo, lontanissima da quella saudita.

Aggiungiamoci anche che il Qatar, in quanto paese, è nato nel 1971 dopo l’uscita definitiva della Gran Bretagna dal Golfo Persico. La raggiunta indipendenza non è mai andata giù ai sauditi, che avevano mire sulla ricchissima penisola. Più volte, nei decenni scorsi, hanno operato con minacce e con azioni diplomatiche per limitare l’attività del Qatar—che voleva assumere un’identità propria (seppure posticcia, ma questo è un altro discorso)—e per imporre a quel paese una camicia di forza.

L’ultima della serie è del 2014, quando i sauditi minacciarono di chiudere i confini se il Qatar avesse continuato a flirtare coi Fratelli Musulmani, e non avesse chiuso Al-Jazeera e le sedi locali dei think-tank americani. Stavolta l'”attacco” è stato molto più deciso. Le richieste sono più stringenti, anche se molto simili. Tenete conto che di armi contro i qatarioti i sauditi ne hanno. Il Qatar, via terra, confina con l’Arabia Saudita e basta. E il Qatar importa dall’estero più del 90 percento dei suoi generi alimentari.

A troncare le relazioni sono stati anche gli Emirati Arabi Uniti, che si sono associati alla chiusura dello spazio aereo, con la conseguenza che la linea aerea, una delle vie di fuga dal Qatar, deve ora passare—ironicamente—proprio per l’Iran.

Partecipano al blocco anche: l’Egitto (che approva questa stretta contro i Fratelli Musulmani e fa parte della triade della “palla lucente”); lo Yemen (o meglio il governo yemenita “ufficiale” sostenuto dai sauditi in un paese ridotto allo stremo dalla guerra, dalla fame e da una sempre più grave epidemia di colera); il governo della Libia orientale sostenuto da Egitto e Emirati (e non riconosciuto dall’ONU); e le Maldive.

Il tutto in nome della “lotta al terrorismo.” Il Qatar è cioè accusato di sponsorizzare il terrorismo e la cosa, come penso si sia capito, è poco più di un’etichetta appiccicata su un’operazione che con la lotta al terrorismo ha poco a che fare.

Trump, dal canto suo, sembra aver sposato l’idea che il Qatar sia diventato il centro terroristico più importante del pianeta dopo l’Iran, al punto da dichiarare, dopo l’attacco diplomatico a quel paese: “Bello vedere che la visita in Arabia Saudita sta ripagando. […] Forse è l’inizio della fine del terrorismo.” Eppure, nel “Muslim ban” di cui sopra, del Qatar non c’era la benché minima traccia.

In conclusione: l’Arabia Saudita si è comportata col Qatar come un imperatore carolingio si comporterebbe con un suo feudatario riottoso. Vuole piegare l’emiro, e manda un messaggio del tipo: “Continua a far soldi ma smettila di fare politica, a quella ci pensiamo noi. Soprattutto, o stai con noi o stai con l’Iran.”

Personalmente, a dispetto di chi agita lo spettro del “cambio di regime”, ritengo che la vicenda si chiuderà con un inchino qatariota più formale che reale. Forse verrà chiuso l’ufficio dei Talebani afghani nella capitale Doha, quei Talebani che con l’ingrossarsi dell’ISIS in Afghanistan vanno sempre più ad abbracciare i vicini iraniani. Forse i qatarioti la smetteranno di provare a “sdoganare” i gruppi armati siriani vicini ad al-Qaeda. Forse eviteranno di dare denaro ai palestinesi di Gaza e chiuderanno i rapporti con Hamas. Il resto rimarrà invariato: torniamo al denaro, al business, e diciamo che in quel campo le frontiere rimarranno apertissime. Infine, in Qatar c’è la base americana più grande del Medio Oriente.

Dunque, a meno di rivolgimenti davvero giganteschi, il Qatar rimarrà lì dov’è. Anche se nel frattempo il blocco ha scatenato il panico nell’emirato, con rituale corsa nei mall a comprare tutto il possibile; e tanti paesi, chi con maggiore chi con minore convinzione, impartiscono istruzioni sul da farsi ai concittadini intrappolati nell’emirato.

La qual cosa non è un dettaglio, essendo che solo il circa 13 percento dei 2,2 milioni di residenti in Qatar è cittadino del Qatar. Tutti gli altri sono “expat” (una percentuale dei quali praticamente schiavizzati).

MA QATAR E ARABIA SAUDITA NON ERANO QUASI UGUALI?

In questi anni, diverse propagande hanno assimilato i due paesi in quanto “fomentatori del terrorismo.” L’argomento più usato per dimostrare questa specie di unione di intenti—che, come ormai è chiaro, non è tale—recitava che entrambe erano monarchie “wahhabite.” I due paesi sono effettivamente wahhabiti; ma lo sono in forme diverse, con esiti diversi, e in presenza di dati demografici e religiosi profondamente diversi.

Ciò che questi paesi hanno davvero in comune in termini generali è il fatto di essere monarchie assolute, che comandano sui loro sudditi e sugli “ospiti” del loro paese in forme arbitrarie. Entrambi i paesi usano forza lavoro “esterna” priva di diritti e sottopagata, ridotta in uno stato di semi-schiavitù. In entrambi i paesi il re si sveglia una mattina e decide di imporre una cosa.

In politica estera, come abbiamo visto, i due paesi litigano, ma questo è un combattimento in atto per la difesa degli interessi di pochissime persone. Al netto di questa contesa diciamo che—poi vedete voi—di “buoni” non ce ne sono: ci sono, piuttosto, cordate di interessi che si scontrano fra loro. Potreste dire, in buona coscienza, “povero Qatar”? Non credo. Qualcuno dirà di quanto il Qatar sia “vittima” dell’imperialismo saudita e in fondo non avrebbe torto, sempre che aggiunga tutti quegli elementi che fanno apparire il Qatar come una tigre che si ritrova in un recinto nel quale circola un’altra tigre dieci volte più grossa.

E L’ITALIA? COME CI METTIAMO NOI?

Ora è il caso di spiegare come e perché—sia in Italia che in Europa—governi e istituzioni assistano più o meno attoniti a tutto questo. Quando si tratta di far soldi, i rapporti con Qatar e Arabia Saudita sono sempre ottimi. Le economie petrolifere del Golfo, tutte, sono nel cuore del sistema finanziario globale, essendo fra le poche ad avere ingenti “flussi di cassa” e quindi denaro da spendere per qualsiasi cosa.

Lasciamo da parte il calcio europeo, o anche le operazioni spettacolari come l’acquisto di Harrods o di qualche casa di moda, e facciamo qualche esempio che ci riguarda:

1) Il fondo sovrano del Qatar, nel 2015, ha comprato grattacieli e residenze a Porta Nuova a Milano per un totale di 2 miliardi di euro; e alla fine del 2016 ha rifinanziato il debito per almeno un altro miliardo;

2) Fincantieri e altri giganti italiani hanno vinto una commessa plurimiliardaria per “ammodernare” la marina militare del Qatar;

3) Salini-Impregilo sta facendo una metropolitana a Doha;

Altre ditte italiane stanno costruendo strade e viadotti che trasporteranno i tifosi del mondiale 2022 verso gli stadi (costruiti generalmente in mezzo al nulla). E questi sono solo alcuni esempi.

PER FINIRE: COS’È SUCCESSO IN IRAN? E COSA C’ENTRA CON TUTTO QUESTO?

Qui si apre il vaso di Pandora (ma toccherà comunque riassumere). È chiaro che “il nemico” dei sauditi è l’Iran e che questo blocco al Qatar sia, come si diceva, uno dei passi che i sauditi fanno per aggredire l’Iran. Senonché il 7 giugno, a Teheran—in due dei suoi luoghi più simbolici, ossia il parlamento e il mausoleo-moschea dell’Ayatollah Khomeini—c’è stato un attacco terroristico che ha causato la morte di almeno 13 persone. Un gruppo facente capo all’ISIS ha rivendicato l’attacco, ma gli iraniani puntano il dito sui sauditi e sugli Stati Uniti.

Possiamo vedere un collegamento fra la “nuova alleanza contro il terrorismo”, la vicenda del Qatar e questi attacchi? Diciamo che il tutto filerebbe in una teoria secondo cui Arabia Saudita e Stati Uniti sono i veri burattinai dell’ISIS, poiché l’Iran è l’obiettivo principale di quei due paesi. Resterebbe però da dimostrare il fatto che un attacco del genere possa anche soltanto vagamente avere un’efficacia contro l’Iran. Si tratta di terrorismo, e il terrorismo per sua natura opera al fine di destabilizzare. Non può cambiare davvero le carte in tavola.

Per cercare un “perché” più analitico bisogna entrare in un Iran che, nonostante l’immagine che se ne vuol dare, deve fare i conti con la sua politica interna ed estera. Da una parte è impegnato in Siria al fianco di Bashar al-Asad da diversi anni e, in quanto partecipante attivo a una guerra così barbara e sanguinaria, per molti combattenti anti-Asad—specie i più radicali—ha guadagnato negli anni la patente di nemico da distruggere.

Stesso discorso vale per l’Iraq, dove l’Iran gestisce decine di formazioni militari e paramilitari che si macchiano di crimini che probabilmente non verranno dimenticati. E dove, soprattutto, lo Stato Islamico vede negli sciiti (percepiti tout court come “amici dell’Iran”) il primo nemico.

Internamente l’Iran vive periodici stati di turbolenza in Balucistan, dove operano i jihadisti del Jundalllah come nelle aree di lingua araba dell’Ahwaz, sommariamente nell’area di confine con l’Iraq. Altri oppositori irriducibili sono ad esempio i Mojahedin del Popolo Iraniano (MKO) una formazione anti-governativa dalla lunga e ambigua storia. Per finire: l’Iran nei decenni ha “ospitato” in casa, in funzione anti-americana, diversi quadri di al-Qaeda (tenendoli sotto sorveglianza, ma non in prigione).

La situazione, grossomodo, è questa. Di certo c’è che il nuovo asse, formato dai Tre della Palla Lucente, ricrea quell’accerchiamento attorno all’Iran che ha caratterizzato il paese, su spinta di Israele, fin dai tempi della rivoluzione khomeinista del 1979.


https://www.vice.com/it/article/43yajp/sei-cose-che-devi-sapere-per-capire-cosa-sta-succedendo-nel-golfo