I templi dorati del consumo nel divenire bestiale della merce

Il capitalismo si presenta come espositore universale di valori reificati. Non importa se questi valori siano fra loro escludenti: nel sistema c’è posto per tutto anzi, più il sistema è diversificato più si minimizzano i «rischi d’impresa». Questa pseudo-battaglia di valori fattisi merci simula un mondo in cui i singoli affermano il proprio credo, le proprie idee ogni giorno.

NELLA REALTÀ i singoli non fanno altro che comprare una cosa invece di un’altra pensando che ciò abbia una grande importanza. L’affermazione di sé, sembrano dirci i capitalisti, avviene se ci si piega all’idea di essere niente di più e niente di meno di un consumatore. La cosa avviene per lo più nella forma dello star seduti in poltrona, spesso articolando frasi sconnesse piene di odio di fronte a uno schermo, fino al momento in cui non ci si dirige verso un centro commerciale, presso il quale pagare un conto variabile allo scopo principale di darsi un’identità. Lì, ad esempio, si comprerà una vagonata di maiale se si è convinti che i musulmani stiano invadendo l’Occidente, o si faranno solo acquisti etichettati «halal» se si vuole dimostrare di essere pii e integrati musulmani.
Su queste cose ha ragionato Wolf Bukowski nel suo La santa crociata del porco (Edizioni Alegre, pp. 176, euro 15) e ha anche trovato il modo di raccontarle, e non di elencarle. Se è riuscito a farlo senza ammorbare il lettore, anzi facendolo divertire, è proprio per la scelta del maiale come punto di fuoco del libro.

LA VICENDA del maiale – merce e simbolo insieme – mette in fila infatti ognuno degli elementi che fanno del capitalismo contemporaneo un sistema vincente, blindato e aggressivo quanto basta e, dove è necessario, onnivoro. Il libro, non a caso incluso nella collana «Quinto tipo» diretta da Wu Ming 1 che ricerca narrazioni che si supporrebbero irraccontabili, ha richiesto un’analisi multidimensionle: politico-mediatica, culturale-religiosa, economica e filosofica.
Sul cibo, cosa di cui non si può fare a meno e che possiamo reperire sempre più solo nella grande distribuzione, i capitalisti applicano tutto lo strumentario ideologico che renderebbe vario e «pieno di opportunità» questo mondo. Dover decrittare o addirittura capire le etichette sui prodotti, o interrogare la propria serie valoriale di fronte a un cartello di Eataly che ti spiega perché quella particolare merce è buona da mangiare è un collante formidabile, in ultima analisi perché produce ansia, paura.

ATTRAVERSO questi dispositivi di senso il consumatore, munito di supporto informativo mobile contro il quale inveire, può accendere connessioni neuronali altrimenti inerti, per fare infine «la propria scelta», spesso identitaria. Avendo diversificato all’estremo, creando opposizioni fittizie, il capitalista si cura ben poco di quale sia questa scelta. L’importante è che questa operazione sia vissuta e percepita come tale.
Un fatto che restituisce senso a qualcosa che di senso non ne ha o meglio, qualcosa a cui è stato appiccicato un senso qualunque, diverso dal senso reale che invece reciterebbe: tu, consumatore, stai dentro a quel centro commerciale e comprando qualcosa, qualunque cosa, giochi con le regole che qualcuno ha scritto per te.

Se poi questa merce è un maiale il capitalista va sul sicuro, se la ride: quell’animale ha così tanta storia ed è così tanto al centro delle attenzioni di tutti – entrando addirittura nel dibattito politico in forme francamente ridicole – che non bisogna nemmeno fare lo sforzo di spiegare perché bisogna comprarlo o meno.
Dietro a tutto questo il trucco c’è. L’impianto funziona se si eliminano le alternative, cioè le scelte vere.
Alla fine scopriamo che il maiale non è un esempio a caso, anzi capiamo di avere molto in comune con esso e il suo destino. Siamo sulla stessa barca, insomma, ma abbiamo una porta aperta, una via di uscita. Dobbiamo arrivare alla fine del libro per scoprirla.


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