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[was] appunti e note sul mondo islamico contemporaneo

In Qatar – 04.17 – La cultura culturale – Si prende tutto, anche il caffè

2018-08-10
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Questo capitolo 4 si chiama “la cultura culturale” per un motivo che spero abbiate capito: siamo in un’area del pensiero in cui la relazione fra ciò che viene definito “cultura” e ciò che potremmo chiamare “realtà culturale” non esiste.

E ciò avviene un po’ perché in paesi come il Qatar questa “realtà culturale”, se esisteva, è stata dimenticata o letteralmente rasa al suolo o sovrascritta in modi diversi.

La cosa è sintomatica di un andamento globale, ma di questo parleremo in chiusura.

Di fatto in questo mondo, oggi, esiste una “cultura” solo nel momento in cui si avverte la necessità di averne una per un qualche motivo anche stupido, anche di potere, anche di distruzione del nemico.

Spesso il motivo è banalmente commerciale.

Ma il risultato alla lunga è una tabula rasa.

Perché tutto il resto viene buttato nel cesso.

***

L’emblema di tutto questo lo trovi nello Starbucks qatariota:

 

Allora:

  1. al mondo esiste il caffè;
  2. gli italiani sono fra gli amanti del caffè;
  3. esiste al-Mukha (o al-Mokha o semplicemente Mokha), una città portuale dello Yemen che per secoli è stata al centro dei commerci di caffè essendo stata il maggior porto dello Yemen;
  4. dopo la seconda guerra mondiale Bialetti inventa una macchinetta del caffè, la moka, che faceva il caffè più velocemente della precedente “napoletana” (e per alcuni lo faceva anche più buono, ma su questo possiamo discutere). La intitolò “moka” riferendosi a “Mokha” ma togliendo l'”h” e lasciando il “k” per comodità di lettura (l’Italia del dopoguerra era quello che era);
  5. la catena di caffetterie Starbucks intitola una delle sue indigeste brode a Mokha, usando la esotizzante e depistantissima trascrizione “Mocha”.

Bene, ora: in arabo sulla foto qua sopra c’è scritto “moka”, col “k”.

Cioè si utilizza una consonante che trasforma un bevanda il cui nome deriva dalla città di Mokha in una bevanda che prende il nome da una macchinetta del caffè italiana.

Eppure Mokha sta tutto sommato non molto lontano da Doha rispetto a – che so? – Los Angeles e, soprattutto, all’Italia.

Mentre la moka in un paese come il Qatar probabilmente non l’hanno mai vista nemmeno in cartolina.

E il Mocha di Starbucks con una tazzina di moka c’entra veramente zero.

A chiudere il percorso depistante al termine del quale hai la sensazione che in quei bicchieri potrebbe anche esserci merda di cavallo fusa – tanto è uguale – scopriamo che la parola usata per “caffè” in caratteri latini è proprio “caffè” – cioè all’italiana – e non “coffee” come sarebbe normale in inglese.

Addirittura in arabo la parola è trascritta come un calco della parola italiana (“kafih”), cancellando la parola che in arabo si usa per indicare il caffè: qahwa.

Ecco bo’, fate voi.

Voi “vi sentite un po’ Mocha” come nella scritta in inglese o “desiderate bere moka” come nella scritta in arabo?

Niente paura, comunque: il caffè vero (anzi: quasi-vero) lo trovate al suq Waqif, là dove si gioca alla dama qatarina.

E scommetto uno zilione di riyal che entro 3 anni al Katara faranno una conferenza sulla rivalutazione del caffè arabo.

 


Questo pezzo fa parte di una serie. Tutti i pezzi di questa serie li trovate qui, nella categoria “Nel paese dei decostruzionisti“.


 

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