Sì, lo so, Slavoj Zizek ha rotto i coglioni, ma c’è un ragionamento che fa, nel suo Un anno sognato pericolosamente (Ponte alle grazie, 2013) che ha un forte senso, di questi tempi.

Tempi in cui si malintende quasi tutto – in buona o cattiva fede non importa – tromboneggiando smodatamente.

Nel capitolo “Il ritorno della malvagia Cosa etnica” il buon Slavoj svolge fra l’altro un ragionamento abbastanza semplice, senza parlare in lacanese o hegelese.

Insomma possiamo seguirlo senza maledirlo.

La cosa è questa: al di fuori dalla demente contrapposizione fra razzisti-destrorsi e multiculutralisti-buonisti – e cioè un qualcosa che non sposta di una virgola lo status quo – c’è un mondo fantastico e progressivo per cui batterci.

Non dobbiamo difendere nicchie più o meno vivibili all’interno della cornice, bensì disegnare un’altra cornice e combattere per affermarla.

Essendo coscienti che siamo molto meglio noi.

Anche se siamo pochi.

Questa cornice in tedesco si chiama, pare, leitkultur.

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Ma ecco la citazione:

Un dibattito che ha avuto luogo in Germania può indicarci la via. Il 17 ottobre 2010 la cancelliera Angela Merkel ha dichiarato a un meeting di giovani membri del suo partito (l’Unione Cristiano-Democratica): «Questo approccio multiculturale, sostenere cioè che viviamo felicemente l’uno con l’altro, ha fallito. Ha fallito completamente». Il meno che si possa dire è che è stata coerente, facendo da eco a un precedente dibattito sulla Leitkultur (la cultura dominante) in cui i conservatori insistevano che ogni Stato si basa su uno spazio culturale dominante che i membri di altre culture devono rispettare. Ma invece di fare le anima belle che si indignano per l’emergere dell’Europa razzista annunciata da questo tipo di dichiarazioni, dovremmo guardarci allo specchio e chiederci con spirito critico fino a che punto il nostro multiculturalismo astratto ha contribuito a determinare questa sconfortante situazione. Se non tutte le parti condividono o rispettano gli stessi standard di civiltà, allora il multiculturalismo si trasforma in mutua ignoranza o odio regolamentati per legge. Lo scontro sul multiculturalismo è già uno scontro sulla Leitkultur: non tra culture, ma tra visioni diverse di come culture differenti possano e debbano coesistere, sulle regole e le pratiche che queste culture devono condividere se vogliono coesistere.
Dobbiamo dunque evitare di farci prendere dal gioco liberale riassumibile nel quesito: «quanta tolleranza ci possiamo permettere?». Dobbiamo tollerare che «loro» impediscano ai loro bambini di frequentare la scuola pubblica, che «loro» obblighino le donne a vestirsi e comportarsi in un certo modo, che «loro» combinino i matrimoni dei figli, che «loro» brutalizzino i gay tra le loro file? A questo livello, ovviamente, non siamo mai sufficientemente tolleranti, oppure lo siamo già troppo e trascuriamo i diritti delle donne ecc.. Il solo modo di uscire da questo stallo è proporre e lottare per un progetto universalista positivo che possa essere condiviso da tutti i partecipanti. Gli ambiti di lotta in cui «non ci sono né uomini né donne, né ebrei né greci» sono molti, dall’ecologia all’economia.
Qualche mese fa, un piccolo miracolo è accaduto nella Cisgiordania occupata: alle donne palestinesi che dimostravano contro il Muro si è unito un gruppo di lesbiche ebree di Israele. L’iniziale diffidenza reciproca si è dissipata nel primo confronto con i soldati israeliani a guardia del Muro, e una sublime solidarietà si è manifestata quando una donna palestinese abbigliata in modo tradizionale ha abbracciato una lesbica ebrea con i capelli viola pettinati a punta: un simbolo vivente di come dovremmo condurre la nostra lotta.
Allora, forse, l’euroscettico sloveno non ha colto nel segno con la sua ironica citazione dei Fratelli Marx. Invece di perdere tempo nell’analisi di costi e benefici della nostra appartenenza all’UE, dovremmo concentrarci su ciò che l’UE veramente rappresenta. Nei suoi ultimi anni, Freud espresse la sua perplessità con la domanda: cosa vuole una donna? Oggi la domanda che dovremmo porci è invece: cosa vuole l’Europa? Per lo più agisce da regolatore dello sviluppo capitalistico globale; qualche volta flirta con la difesa conservatrice della tradizione. Entrambe queste vie conducono all’oblio, alla marginalizzazione dell’Europa. Il solo modo di uscire da questa impasse è che l’Europa rianimi la sua tradizione di emancipazione radicale e universale. Il nostro compito è quello di andare oltre la mera tolleranza verso altri, conquistare una positiva Leitkultur emancipativa che sola può sostenere un’autentica coesistenza e mescolanza di diverse culture, e impegnarci nell’imminente battaglia per questa Leitkultur.
Non limitarsi a rispettare gli altri, ma offrire loro una battaglia comune, perché i nostri problemi più pressanti sono problemi comuni.

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Facciamo un esempio, il politically correct.

Possiamo noi star lì impatanati per decenni a discutere su quanto sia sessista, omofoba o razzista una parola?

Non è meglio prima costruire una cultura non sessista, non omofoba e non razzista?

Le parole, poi, cambieranno con essa.

Inoltre: possiamo noi passare altri decenni ad ascoltare idioti che ci torturano vaneggiando su quanto noi siamo politically correct?

Quando ce ne può fregare, a noi, di questa cosa, quando alla fine vediamo che anche quelli che si volevano e si dicevano politically correct ora ululano contro il politically correct di non si sa più chi?

Dimentichiamoli e andiamo oltre, offriamo altro.

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Vi chiederete, ora: ma “noi” chi?

La risposta è: immaginatelo.

Un altro mondo è possibile?

No: è necessario.