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[was] appunti e note sul mondo islamico contemporaneo

L'importante è venderla

2010-02-27
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Riprendo il filo della teoria, seppure stringatamente, ripartendo da una recensione di Paolo Mieli che avevo citato qui.

In il mercato di Dio. La matrice economica di ebraismo, cristianesimo, islam (qui la recensione di Mieli) Philippe Simonnot, partendo da una buona base bibliografica, traccia una “storia dell’economia delle religioni” che individua nella relazione fra religioni e potere politico-economico uno dei punti di snodo della storia mondiale.

Storicamente le religioni si sono configurate anche come gigantesche imprese economiche che gestiscono uno dei beni più richiesti al mondo: la spiritualità, il bisogno di trovare un senso alla vita.

E, facendo questo:

  1. sono venute a relazionarsi nelle maniere più diverse con le dinamiche del potere, costituito o meno;
  2. hanno gestito le spinte centrifughe attraverso la definizione delle eresie;
  3. hanno sgomitato fra loro, spesso in maniera asimmetrica (sette contro religioni di Stato, confessioni limitrofe etc. etc.).

L’antagonista storico delle religioni è, ovviamente, lo Stato laico.

Uno Stato laico che però, dopo aver guadagnato decisamente terreno, ha trovato ragionevole patteggiare gli ambiti del proprio intervento costituendo, insieme alle religioni istituzionali, una vero e proprio trust della vita in società.

E le religioni di Stato di ciò hanno beneficiato – sempre in termini economici – fungendo da “tappo” o comunque da elemento di regolazione in rapporto ai sommovimenti religiosi, spirituali e anche politici delle società stesse.

Ok, fin qui il pensiero di Simonnot (riassunto da Mieli e poi riassunto da me: abbiate pietà, andatevi a leggere la recensione), che giunge a un punto della storia in cui religione (dominante) e Stato costituiscono sommariamente il gruppo di potere in una determinata area geografica.

Le cose cambiano, tuttavia, con l’ingresso di nuovi forti poli di potere: quelle imprese transnazionali e globalizzate che oggi rappresentano una fetta maggioritaria dell’economia mondiale e che influenzano a più livelli gli Stati (senza tuttavia farne a meno per motivi di “rappresentazione democratica”): le multinazionali.

Il mondo delle multinazionali ha un suo credo ben preciso, realizzare il proprio vantaggio. Un credo che memeticamente, o se preferite viralmente, trasmette ai propri target: i consumatori. La sua dottrina, ovviamente, è il neoliberismo, ma non è di questo che voglio parlare ora, bensì del fatto che la religione, al tempo delle multinazionali, viene sempre più sottratta al dominio delle istituzioni religiose e laiche per divenire, come tutto il resto, dell’ottima merce.

E’ da qui in poi che intervengono gli autori di Selling Spirituality: The Silent Takeover of Religion.

Carrette e King descrivono un processo assolutamente tracciabile ed evidente, sempre che lo si voglia osservare: il cammino dell’individualismo, maturato nell’arco di almeno 3 secoli, ha determinato una marcata privatizzazione del dato spirituale, che diventa sempre più un fatto personale, non vissuto a livello di comunità. E il mercato, nel tempo, non ha fatto altro che impossessarsi di tutto quello che a questo punto potremmo chiamare davvero “ben di Dio”, per venderlo a singoli cittadini consumatori e dar loro una sufficiente dose di spiritualità.

In altre parole anche la religione, in forma di pillole di spiritualità personale altamente spacciabili, è in vendita.

E poiché non ci vogliamo far mancare nulla, possiamo affermare, tirando un po’ la corda, che la religione, oggi, è il mercato. Della cui mistica, fra l’altro, abbiamo in questo blog dato alcuni esempi (si veda prima di tutto qui).

Ovviamente il mercato fa marketing, rebranding e tutto il resto: non importa con quale religione  coniughiamo il messaggio, l’importante è che il prodotto sia altamente smerciabile.

Leggete qualcuno dei miei post sull’islamercato e capirete di cosa parlo (qui).

Considerazioni:

  1. in base a questi ragionamenti non ho torto quando parlo di monociviltà mondiale. A tal proposito bisognerebbe rileggere parzialmente l’analisi di un Oliver Roy che parla del jihadismo come reazione alla secolarizzazione delle società musulmane, aggiungendovi anche il dato della privatizzazione della spiritualità e della religione individualizzata che è in atto anche in campo islamico.
  2. è ovvio che qui si discute di processi: non voglio dire siano morte le chiese etc. etc., bensì che le istituzioni religiose storiche perdono potere e soldi giorno dopo giorno e che a prendersi ampie fette di mercato-religione non sono altre religioni;
  3. il dibattito fra laicisti e custodi della religione è superato: ambedue gli atteggiamenti sono sempre più tradotti in merce. Fra l’altro in Selling Sprituality troviamo un’interessantissima discussione sul fatto che sia religione che spiritualità siano due termini che non possiamo definire se non in base ai contesti storici, economici e sociali che li determinano. Il ché ci fa riflettere su quanto i fondamentalismi non siano altro che goffi riduzionismi politicamente connotati e, mai, ciò che presumono di essere: dei ritorni alla vera religione.

p.s. un grazie a Miguel per avermi segnalato Selling Spirituality. Il prossimo che mi dice “ma che lo fai a fare un blog?” gli rispondo: “Perché se non lo facessi non incontrerei Miguel che mi segnala Selling Spirituality“.

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9 Responses to L'importante è venderla

  1. andrea on 2010-02-27 at 09:50

    perchè esiste la religione? qual è la sua funzione?

    Secondo alcuni la religiosità sarebbe un “dato naturale”, un universale antropologico che risponde a una necessità quasi biologica dell’uomo. Secondo altri, risponde a bisogni individuali quali, ad esempio, la paura della morte, il bisogno di punti di riferimento fissi, la necessità di dare un ordine ed una causalità agli eventi del mondo. in questo senso le religioni individuali “altamente spacciabili” hanno senso e fortuna, e generano un mercato “al dettaglio” fatta di pratiche commerciali “banali”.

    Ma la religione ha, storicamente, anche un’altra funzione: quella di dare un riferimento ed un collante a una comunità, cioè di produrre una identità collettiva e un senso di appartenenza e comunione, dando alla comunità anche un ordine e una struttura condivisa. La religione ha quindi una funzione maggiormente comunitaria. Le comunità, si sa, sono in declino in occidente e non solo, ma la religione continua a rispondere secondo me anche e soprattutto a questa esigenza. Meno le comunità esistono e sono forti, paradossalmente, più la religione in certi momenti si rafforza. Ciò non significa necessariamente che la gente va più in chiesa, o che aderisce all’etica proposta dalle chiese ufficiali. Ma quando si “va al dunque”, quando si parla di temi sensibili o si mette in discussione il primato della religione “di stato”, la gente si irrigidisce. Crocifissi, minareti, fecondazione assistita, regolamento che punisce le bestemmie nei campi da calcio, rispondono proprio a questa esigenze. E dove queste impasse sono superate, è perchè si riesce a creare una vecchia religione civile solida.

    • Lorenzo Declich on 2010-03-01 at 08:44

      Il fatto è che ciò che descrivi come un “rafforzarsi” della religione è in sé un mutare della religione stessa in senso “fondamentalista”, laddove per “fondamentalista” intendo una ricerca delle fondamenta (della propria comunità) che, evidentemente, si concentra su ciò che in una data situazione storico-sociale ha senso. Pensa ad esempio alla dottrina bin ladiana della hijra: si prende a modello una parte della vita di Muhammad che raramente, nella storia, ha rappresentato il centro della vita di un musulmano, e si usa in una visione politica che reclama la propria “verità” sulle altre.

      Il fatto è che anche queste fondamenta possono essere di tanti, tantissimi tipi diversi. Il “fondamentalismo”, così, non diventa altro che un “atteggiamento” nei confronti di una religione, un “modo di considerare la religione” irrigidendosi.

      E’ proprio in questa direzione che Oliver Roy fa le proprie ricerche.

      C’è però, in questo contesto, l’altro versante (e qui rispondo anche a Darm) e cioè quello per cui i “tradizionali” gestori delle religioni, ovvero gli Stati, sono condizionati se non plasmati, da interessi superiori. E questi interessi superiori attuano una loro “politica della spiritualità” in base al loro tornaconto, puntando al “consumo personale”, “individuale” e dunque diluendo ancora di più il dato religioso (comunitario) in una “melassa” di spiritualità personale. Due esempi su tutti: l”‘islamic style” nel vestirsi (in tutte le versioni possibili, tipo “urban muslim” o “muslim-chic”) e il “Maometto” di Hollywood, sponsorizzato da magnati degli emirati e americani ma il cui “consulente” è il retrivo al-Qaradawi. In questo caso l’identità di tanti musulmani si misurerà col costo di un biglietto del cinema e la “comunità musulmana” si riunirà in sala.

      Scusate la vaghezza… spero si sia capito il punto.

      p.s. Andrea, cosa intendi per “vecchia religione civile solida”?

  2. equipaje on 2010-02-27 at 13:37

    Bellissimo post :)

  3. letturearabe on 2010-02-27 at 14:22

    concordo post molto bello

  4. Lorenzo Declich on 2010-02-27 at 16:01

    grazie :-)

    @andrea: non credere che non ti risponda… l’argomento apre molte problematiche. Oggi però mi riposo un po’

  5. darmius on 2010-02-27 at 17:19

    Secondo me, se vogliamo partire da una visione storica delle religioni, bisogna innanzitutto distinguere la “spiritualità” dalla “religione”.
    Quella innata sarebbe la “spiritualità”, ossia il bisogno di trascendente per darsi delle risposte, ma soprattutto la kantiana “legge morale dentro di me” che ci consente di vivere e convivere.
    La religione (almeno le più antiche di cui possiamo rintracciare l’evoluzione) invece nasce con un preciso intento normativo e “regolatore” delle società. Grazie ad alcune conoscenze o esperienze, il personale religioso può stabilire dei calendari economici, imporre leggi e amministrare la giustizia, curare malattie e forse evitare catastrofi. In questo senso la religione è sempre stata intimamente legata al potere politico ed economico.

    E sempre in questo senso, il discorso identitario mi sembra secondario rispetto alle ragioni per le quali una religione nasce e si sviluppa.

    Il ritiro nell’ambito della pura e personale esigenza di spiritualità è un adattamento che le religioni hanno dovuto affrontare (e credo in tempi anche piuttosto recenti) proprio laddove il potere politico ed economico è riuscito ad emanciparsi dalla religione conquistandone gli spazi (giuridici ed economici).
    Se ora questi stessi poteri si mettono a vendere sia “religione” che “spiritualità” (e sembra proprio essere così)… altro che scismi e crociate!
    D

  6. Islam 2.0 « Tutto in 30 secondi on 2010-04-29 at 16:34

    […] Nel grande proscenio della spiritualità mercificata non c’è spazio per il digital […]

  7. […] Mentre, nei fatti, alcuni attori di diversa natura stanno puntando sulla religione per attrarre a sé vantaggi politici (conflittori di civiltà, controjadisti etc.) ed economici (islamercato, selling spirituality). […]

  8. […] E, forse paradossalmente, è un fattore secolarizzante perché mercifica l’identità religiosa, relegandola a una dimensione privata (un fenomeno che è ben visibile non solo nel contesto islamico, vedi ad esempio qui). […]

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